Hendioke's Lair

In the deep of the dragon

Mini-considerazioni: Rendere le misure

Lo so, lo so. Avevo detto pochi giorni e invece son passate due settimane e ancora la recensione di Assault Fairies non arriva. Mi dispiace ma sono sorte complicazioni con la tesi e quindi ho dato priorità ad essa, comunque ho finito la seconda lettura di Assault Fairies e confido di mettere su la rece settimana prossima.

Intanto, per non tenere questo blog desolatamente vuoto, inauguro una nuova “rubrica”: le mini-considerazioni! Una serie di post a metà fra i consigli per la scrittura e le elucubrazioni in cui affronterò vari argomenti letterari sia stilistici che di contenuto, tutti caratterizzati dall’essere argomenti spiccioli 😛

L’argomento di oggi è: come rendere le misure all’interno di un romanzo. Ogni scrittore prima o poi (anzi, spessissimo) si trova a dover comunicare al lettore delle misure, siano esse la larghezza di una porta, l’altezza di una statua, la velocità di un’animale, l’ampiezza di una grotta o la lunghezza di un mostro, e come farlo non è così scontato. I manualisti e gli showdon’ttellisti consigliano di preferire la similitudine alla misura astratta, il “alto come un palazzo a 3 piani” al “alto 12 metri”. Le ragioni, secondo loro, per preferire sempre la similitudine alla misura astratta, nonostante la prima passi sempre una nozione imprecisa laddove la misura è precisa, sono due:

1) La similitudine è immediatamente comprensibile. Dire di una statua che è “alta 12 metri” passa al lettore una informazione precisa ma astratta. Un lettore può avere idea di com’è un metro ma farà fatica a immaginarsi una statua di 12 metri, dovrà fermarsi un secondo a pensarci, a mettere 12 singoli metri in pila, e non è detto gli riesca. Dire invece “alta come un palazzo a tre piani” passa una informazioni imprecisa (un palazzo di 3 piani non è necessariamente 12 metri) ma concreta perché il lettore avrà, verosimilmente, esperienza di palazzi a tre piani, e anche non ne avesse immaginarsi un palazzo di tre piani moltiplicando per tre la capanna in cui vive è più immediato che mettere in pila 12 singoli metri.

2) La similitudine è coinvolgente. Una misura astratta (12 metri, 20 nodi, 40 litri, 1 ettaro) è un contenuto, una convenzione, un pensiero astratto, la similitudine invece è un’immagine o comunque riporta un’esperienza sensibile. “Alto come un palazzo a tre piani”, “Veloce come il vento”, “tanto acido da riempirci una vasca”, “ampio come un campo da calcio” sono tutte locuzioni che fanno scattare nella mente del lettore immagini e sensazioni, e lo tengono immerso nella lettura nel mentre che gli passano una informazione utile. Con una misura astratta il rischio è che il lettore debba interrompere il suo coinvolgimento, uscire un attimo dal flusso della lettura per metabolizzare l’informazione e poi rientrarvi. Un esercizio che, se ripetuto troppo spesso, contribuisce, assieme ad altri eventuali difetti, a cacciare il lettore a calci dal mondo narrativo contenuto nel libro.

Queste considerazioni mi trovano molto d’accordo e penso che il preferire la similitudine alla misura astratta sia un consiglio dettato dal buon senso. E’ però uno di quei consigli che se trasformato in regola, come a volte capita la gente faccia (e solo perché certi consigli sono riportati sui manuali), rischia di diventare deleterio. Vi immaginate un romanzo dove la canna da pesca del protagonista è sempre lunga “quanto un caimano”, “una barchetta”, “la parete di una stanza” invece di essere semplicemente lunga “5 metri”? Oppure un romanzo dove un ingegnere bellico fa riferimento alla sua ultima creazione come a “un superbo cannone dall’imboccatura larga un palmo e l’affusto lungo come un alano”? Sarebbe straniante tanto quanto scoprire che la torre dimora del cattivo di turno è altra “un chilometro”.

La torre del nostro cattivo. Avrà la fissa del design o un gran bisogno di compensazione? Entrambi ottimi motivi per diventare un Evil Lord!

In verità, come per tutte le cosiddette regole che il buon scrittore deve seguire, anche la regola di preferire la similitudine alle misure astratte per comunicare misure al lettore deve tenere conto delle circostanze, e lo scrittore dovrà preferire un metodo all’altro a seconda di quale in quel momento è più efficace. Le circostanze, secondo me, da tenere in considerazione quando si riporta una misura sono:

1) Chi la sta riportano? Una misura può essere riportata o dal narratore o da un personaggio POV. Il narratore può essere impersonale oppure essere dotato di una personalità più o meno definita (fino a diventare un personaggio a sé) e a seconda dei casi si aprono per lo scrittore varie possibilità. Il narratore impersonale è una lente neutra (fintamente neutra visto che in verità lo scrittore la muove come e dove vuole per indirizzare la vista del lettore) attraverso cui il lettore osserva la storia e il suo compito è quello d’essere più chiara possibile. Un narratore impersonale deve mettere l’efficacia e la chiarezza di fronte a tutto e quindi lo scrittore che usa questo strumento prediligerà le similitudini, fintanto che una misura astratta non si rivelerà più efficace. Il narratore impersonale dev’essere, inoltre, coerente con l’ambientazione del libro (per poter essere neutro deve essere il più anonimo e invisibile possibile) e quindi le similitudini usate non dovranno stridere. Se il nostro libro è ambientato nei regni ellenici dire di una statua ch’era “alta come una lancia” va bene “alta come un semaforo” assolutamente no! Il lettore si sentirebbe spiazzato e tratto fuori a forza dall’ambientazione, anche se abbiamo seguito la regola della similitudine!

Differentemente un narratore personale può permettersi più libertà nell’usare le similitudini (che continuerà a prediligere alle misure astratte), e questo anche a bassi livelli di caratterizzazione quando possiede solo una o due caratteristiche. Per esempio, un narratore di cui si sa che appartiene al nostro mondo e narra di un mondo diverso dal suo può ben permettersi di paragonare l’altezza di una statua ellenica a un semaforo, una gru o quel che è. Se il suo essere un uomo moderno è rimarcato a sufficienza il suo non essere coerente col mondo narrativo non sarà causa di straniamento.

Il livello ultimo è il narratore-personaggio. Anche se non è un personaggio presente all’interno del mondo narrativo e/o della storia un narratore di questo tipo seguirà le regole che seguono gli altri personaggi, il che lo rende il narratore più difficile da usare ma anche il più flessibile. Lo scrittore che usa questo narratore dovrà prediligere le similitudini solo se il personaggio lo farebbe e viceversa, però può permettersi di distorcere le informazioni riportate, di essere volutamente impreciso o volutamente pedante e ingannare o sviare il lettore; il narratore personaggio può essere un narratore inaffidabile, se lo scrittore così vuole, e questo si ripercuoterà anche nella resa delle misure.

Se a riportare la misura è un personaggio POV la scelta da utilizzare dipenderà dalle caratteristiche del personaggio e della sua relazione con la misura da rendere. Se il narratore deve semplificare la vita al lettore (a meno che non sia un narratore-personaggio ingannevole) il personaggio non ha questa esigenza. Fintanto che una cosa è chiara a lui si fotta il lettore! Lo scrittore deve sempre ricordarsi che se il personaggio spiega spiega per sé, non per i suoi amichetti invisibili. Quindi un personaggio acculturato ed esperto di quel che tratta non comincerà a parlare come un bardo errante a favore del lettore, a meno che non stia parlando con qualcun altro.

Difatti, quando è attraverso il personaggio POV che riportiamo una misura, dobbiamo tenere conto anche del tipo di comunicazione che il personaggio sta intrattenendo. Se sta pensando fra sé e sé riporterà la misura nel modo più congeniale alla sua persona. Se sta narrando può star narrando senza parlare a nessuno in particolare (ad esempio la narrazione di Katniss in Hunger Games: tempo presente, nessun interlocutore definito), e in quel caso riporterà la misura nel modo a sé più congeniale, o può rivolgersi a qualcuno in particolare (ad esempio Marlow che racconta ai suoi amici in Cuore di Tenebra), e in quel caso andrà incontro, se ce n’è bisogno (possiamo anche ipotizzare che racconti a persone simili a lui per conoscenze e attitudini), all’ascoltatore/narratore prediligendo le similitudini. Se sta parlando cercherà di essere il più chiaro possibile, e userà delle similitudini, a meno che l’interlocutore non abbia i mezzi per comprenderlo (e allora le userà meno o non le userà) oppure il personaggio abbia dei motivi per non voler essere chiaro col suo interlocutore.

Per fare un esempio. Un contadino della Mercia che si ritrova picchiere nell’esercito di Riccardo cuor di Leone alle Crociate di certo non penserà di un trabucco “Uau, saranno un centinaio di piedi di legno!”, più facilmente penserà “Uau, è alto quanto un abete sto coso!”. Un ingegnere bellico al servizio dello stesso re invece difficilmente paragonerà un trabucco a un abete ma sarà più preciso “Devono essere 100 piedi almeno, che pezzo!”. Ovviamente, se l’ingegnere, tornato a casa dalla guerra, si ritrovasse a descriverlo alla moglie, e noi fossimo lì ad ascoltare assieme al lettore, è probabile che userebbe la similitudine dell’abete. Se invece lo cogliessimo a parlarne con un altro ingegnere dovremmo ricorrere ancora alla misura astratta, che i due comprendono benissimo, e forse anche prepararci a un dialogo di 50 righe sulla lunghezza del braccio, il peso in pound del contrappeso e tanti altri dettagli tecnici 😛

Un Trabucco. Più che la sua altezza erano impressionanti la sua gittata e il peso dei proiettili che poteva lanciare. La Ferrari delle macchine ossidionali dell’epoca, il sogno bagnato di ogni ingegnere medievale…

2) Cosa stiamo riportando? Questo è molto importante. La natura della misura che si vuole comunicare al lettore determina in buona parte il successo o meno della tecnica scelta. Il punto è che ci sono enti ben noti, verosimilmente, al lettore e altri no. Enti più quotidiani ed altri più esotici. Usare una similitudine per misure attinenti a enti quotidiani è molto vicino all’autogol. Dire della macchina di Piero “era lunga come una tigre del bengala” è straniante per un lettore rispetto a dire “era lunga tre metri” (a meno che il lettore non sia un indigeno dell’Indocina che non ha mai visto un’auto, of course) questo per un duplice motivo. In primo luogo il lettore ha esperienza di automobili ed è abituato a classificarle, fra le altre varianti, in base alla lunghezza, quindi in questo caso la misura astratta è in grado di riportare alla sua mente un’immagine vivida come e meglio di una similitudine (che accostando due diversi oggetti lo costringe comunque a figurarsi prima una tigre e poi una macchina, invece che direttamente una macchina di tre metri). In secondo luogo l’uso della similitudine cozza contro la consuetudine di riferirsi alla lunghezza delle auto usando i metri. La similitudine in questo caso cozza due volte contro l’esperienza diretta del lettore che si sentirà straniato e non troverà verosimile che il narratore o, peggio, un personaggio si esprima così. Certo, nel caso di un personaggio potrebbe trattarsi di un tipo originale che usa similitudini per tutto e in questo caso il lettore sarebbe meno straniato, ma lo scrittore dovrebbe prima costruirlo in tal senso (una fatica un po’ grossa se l’unico scopo è avere un POV che ci consenta di usare solo similitudini :P).

Inoltre le similitudini restano figure retoriche, roba nata con la poesia prima che con la prosa, ed è difficile levare loro il “retrogusto poetico” . Soprattutto se coinvolgono altri sensi oltre alla vista. Dire di una moto “rapida come il vento” dà un senso quasi romantico alla velocità del mezzo (dove invece “tocca i 260 all’ora” dà un mero senso di potenza). Tranne quando è d’uso (come nel caso della moto) appiccicare una similitudine in grado di evocare sensazioni oltre alla semplice informazione su un oggetto quotidiano rischia di creare un brutto effetto. Un po’ come quando vai a comprare un’auto e ti rendi conto che il verde non esiste ma in catalogo hanno solo “Passion green”, “Hope green”, “Westfalia Green”, “Black Forest Green”. Converrete che l’esoticizzazione forzata di ciò che è quotidiano è una pratica capace di scatenare passioni omicide. E voi non volete che il vostro lettore provi passioni omicide nei vostri confronti vero?

Un lettore presenta a uno scrittore la sua pacata opinione sull’abuso di similitudini.

Nel caso invece di un Dentosauro sarebbe controproducente non usare una similitudine. Tranne pochissimi esperti nessun lettore ha famigliarità coi Dentosauri e le loro dimensioni quindi se ci trovassimo a dover descrivere le dimensioni del Dentosauro da caccia di Urag la soluzione migliore sarebbe dire: “Era paragonabile a un abete. Lungo quanto questo è alto e alto al garrese quanto questo è largo alla base della chioma”. Usare le misure in metri sarebbe straniante per il povero lettore che dovrebbe cercare di figurarsi un gigantesco triangolo coricato…

Abete: l’unità di misura di cui non potrai più fare a meno…

3) Il contesto. Last but not least. Il contesto potremmo definirlo come l’insieme di tutti gli altri elementi che caratterizzano il mondo narrativo delineato all’interno del libro e che influenzano le nostre scelte, anche nel riportare le misure. Scopo dello scrittore è essere chiaro col lettore coinvolgendolo, ma non sempre le due cose possono ottenersi insieme. Se il riportare poco chiaramente una misura (usando una misura astratta o una similitudine straniante) può dare un calcio al lettore sbattendolo, anche solo per un attimo, fuori dalla storia, a volte essere chiari in un contesto complesso può essere altrettanto straniante.

Se stiamo leggendo, ad esempio, un thriller scientifico ambientato in un laboratorio biochimico militare avere un narratore che continua a paragonare le dimensioni di alambicchi, provette e spettrografi a bottiglie, penne e comodini, mentre tutti i personaggi, coerentemente con l’ambientazione, parlano di millilitri, centimetri e profondità, creerà un effetto straniante anche se apparentemente tutte le regole sono rispettate (personaggi coerenti e narratore impersonale chiarificante). Difatti affacciarsi su un mondo molto complesso attraverso una lente che parla molto semplice può creare una afasia, come farsi guidare in un museo d’arte futurista da un alunno delle medie con un buon voto in arte. Il più delle volte spiegarsi è necessario per evitare che il lettore resti tagliato fuori da un mondo assolutamente altro rispetto a quello in cui vive (e immergerlo in un mondo altro è lo scopo primo della letteratura) ma ci sono circostanze in cui mantenere l’atmosfera è più importante che favorire l’immersione del lettore. Più la lente che gli consente di guardare dentro il mondo narrativo si distorcerà per esser chiara più il lettore avrà la sensazione di venir guidato in un set dove, alla fin della fiera, è tutto finto. Certo, E’ tutto finto. E’ un cavolo di libro! Però di questo il lettore non deve accorgersi, giusto? Alla fine possiamo dire che questa considerazione è quella che completa le altre; la prova del nove per assicurarsi di aver fatto tutto giusto. Che si ricorra a una misura astratta, a una similitudine o a una qualsiasi altra tecnica alla fine è sempre il caso di rileggersi (o meglio farsi leggere) e chiedere: il lettore ha in questo punto uno strappo, la sensazione che qualcosa non sia a posto con la frase letta o che la frase suoni “fuori contesto”? Se sì abbiamo toppato, se no va tutto bene.

Nella letteratura, e temo sarà la conclusione anche delle prossime mini-considerazioni, bisogna tenere presenti un sacco di regole, un sacco di corollari ma alla fine l’unica vera regola è: basta che funzioni 😀

Alla prossima!

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