Hendioke's Lair

In the deep of the dragon

Recensione: Assault Fairies

Titolo: Assault Fairies

Autrice: Chiara Gamberetta

Genere: MAFp (Militaric Aetheric Fairypunk)

Editore: autopubblicazione, reperibile qui

Pagine: 166 (secondo il mio lettore Sony PRS T1) 482 (secondo il programma di e-reader del mio PC)

Anno: 2011

FINALMENTE! Ok, da pochi giorni siamo passati a più di un mese, mea culpa, mea maxima culpa. Ma finalmente ci siamo. Spero il risultato ne valga la pena. Premetto subito che non sarà una recensione approfondita nel senso cui potrebbero avervi abituato recensori come Ewan, Zwei o Gamberetta stessa. Per me Assault Fairies è un brutto libro ma non per via di una storia ridicola, semmai di uno stile che dovrebbe stamparti la storia nel cervello e ti lascia con qualche vago ricordo di una fatina incazzata che si muove in un teatro di ombre cinesi… Quindi non ci sarà un’esposizione passo passo della trama con abbondanza di citazioni, ma avverto comunque che qualche spoiler ci sarà.

Ero molto impaziente di mettere le mani su Assault Fairies di Gamberetta perché essendo la sua terza opera penso sia rappresentativa delle sue capacità  come scrittrice, e io ero molto curioso di scoprire, dopo averne apprezzato e deprecato a un tempo l’opera di insegnante e critica, questo suo lato.

Perché allora lo stai recensendo a un anno di distanza dalla pubblicazione?

Perché prima ho voluto aspettare di avere un e-reader per non leggerlo a schermo e friggermi gli occhi e poi perché non ero così impaziente da porlo sopra A Dance with Dragon e l’ho lasciato da parte per finire Martin 😉

Doverosa premessa

Non vi nascondo che pur ammirando molto la preparazione, l’ingegno, e il buon (e divertente) lavoro di Gamberetta sul suo blog ho sempre trovato esagerato il fanatismo con cui ha elevato basilari regole di scrittura e condivisibili approcci stilistici a dogmi di Verità per cui se devii anche solo da uno di questi in anche solo una riga, è finita. Sei kaput, fuori, rovinato, abbandona il consesso degli scrittori al quale hai voluto colpevolmente e con arroganza approcciarti e torna fra i tuoi simili: gli spalatori di letame, gli stimolatori di prostata elefantiade, i redattori di Fantasy Magazine ecc. ecc.

Trovo che predicare contro il profluvio di avverbi e aggettivi sia buon senso, che spiegare che il mostrato coinvolge più del raccontato e che un POV vicino al personaggio rende più semplice immedesimarsi sia dare buoni consigli e raccomandare di informarsi bene sugli argomenti di cui si scriverà sacrosanto, ma da qui a fare del POV sulla spalla o “in da head” al personaggio l’unica Via, eliminare del tutto il narratore senza riconoscergli alcuna utilità e rigettare il raccontato come il pranzo di cozze marce del giorno prima credo ci sia un salto.

Più esattamente il salto che passa fra il dare giusti insegnamenti e buoni consigli e il prendere uno stile di genere (più precisamente lo stile di genere bizzarro alla Mellick III) e farne Lo Stile su cui si deve fondare la Letteratura tutta, dall’epopea famigliare all’hard sci-fi passando per lo storico.

Nel panorama di estimatori e detrattori che la circondano scannandosi fra loro non penso di essere fra i secondi ma più precisamente a metà strada fra le due fazioni. Non penso che Gamberetta sia frustrata, invidiosa, che abbia completamente sbagliato o puttanate simili. La considero molto brava e intelligente però mi ha sempre dato la sensazione che se tutti gli scrittori scrivessero come vuole lei ci ritroveremmo in uno scenario simile a quello de “Lo scrittore Automatico” di Dahl, con migliaia di libri belli, chiari, interessanti e tutti uguali e senz’anima.

Lo Scrittore Automatico ti ruberà il lavoro, sì a te…proprio a te scrittore che stai leggendo!

La seguente recensione seguirà quindi due binari. Il primo è l’analisi del libro, scevra da qualsiasi considerazione mia su Gamberetta, il secondo saranno le considerazioni che inserirò qui e là e che mi nascono dal fatto che a scrivere Assault Fairies è stata proprio Gamberetta. Farò del mio meglio per tenerli separati ed evidenziare quando è l’uno e quando è l’altro.

La trama

La storia si svolge…bhe diamo parola all’autrice al riguardo (sì, son troppo pigro per fare un sunto da me :P)

Siamo all’alba del ventesimo secolo, in un mondo che ricorda il nostro. Però è un mondo nel quale il Piccolo Popolo ha fondato una civiltà tecnologica e non ha alcun bisogno di nascondersi agli occhi degli umani.
La fatina Astride abita in un modesto appartamento a Londra, in volontario esilio dal Reame delle Fatine. Trascorre un’esistenza miserevole, costretta a lavorare come hostess in un locale notturno per pagare l’affitto. Finché una sera riceve una proposta che potrebbe cambiarle la vita. È l’occasione per riscattare il proprio onore di fatina e per salvare la città. Forse.

La piccola (ma cazzuta) Astride verrà, posso dirvelo da subito, reclutata dall’esercito di Sua Maestà per formare un gruppo d’assalto assieme ad altre fatine (spiegato il titolo) fuoriuscite dal Regno. Non sto a parlare delle altre (che tanto risaltano come gocce d’acqua in una pozzanghera) e passiamo a…

Lo stile

Lo stile è il punto di maggior forza del libro ma è anche, paradossalmente, l’origine di tutti i suoi guai. Il libro è narrato tutto in prima persona e al tempo presente da Astride e lo stile delle frasi è chiaro, conciso e vivido, tecnicamente ineccepibile. Non ci sono fronzoli né filtri fra il lettore e quanto viene mostrato, se non Astride stessa e le sue considerazioni, e fra lei e il lettore non c’è mediazione: siamo proprio nella sua testa, dietro i suoi occhi e accanto alla voce della sua mente.

Il ragazzo spinge la levetta sulla pancia del registratore. Il quadrante si illumina di azzurro, la lancetta vibra e scatta verso destra. La puntina scende a sfiorare la superficie levigata del cilindro di cera. Il cilindro inizia a girare.    «Il registratore è pronto, possiamo cominciare.»    L’apparecchio ronza come una vespa e già mi sta sui nervi.    Degna conclusione di una giornata di merda.

L’incipit. Non una subordinata che sia una e anche laddove avrebbe potuto coordinare le frasi preferisce separarle col punto per farle risaltare e ritmare l’ingresso del lettore in scena. Solo una virgola e un “e” proprio dove un’ulteriore spezzettamento non avrebbe avuto senso. In quattro righe abbiamo il quadro di fatto, un ragazzo sta azionando un registratore per far delle domande al personaggio, ed emotivo, il personaggio è provato alla fine di una giornata (si presume di lavoro) e innervosito dalla faccenda. Il tutto ottenuto senza raccontare niente: tre righe e uno sputo di mostrato e dialogo e un pensiero. Eccellente (alla M. Burns). E nel caso si senta il bisogno di inserire una similitudine o spaziare un poco ovviamente basta passare attraverso i pensieri della protagonista senza che G. debba intervenire di persona, come possiam vedere subito dopo

Sfilo il cerchietto dai capelli. Una porcheria di cartapesta rosa con attaccate due lunghe molle che terminano in due cuoricini di latta. Ogni volta che muovo la testolina, i cuoricini si toccano e tintinnano: la risata cristallina di una fatina innamorata. Così dice la brochure dell’Agenzia. A me sembra il suono di una moneta buttata nella ciotola di un mendicante.

Gamberetta si tiene coerente a queste scelte stilistiche per tutto il libro senza mai cambiare POV ne fraseggio (che comunque è  molto coerente con la mentalità di Astride: diretta, attiva e che non spreca parole inutili). Eccolo alla prova in una scena d’azione

Il tentacolo si innalza tra le spire di fumo, si abbatte sulla parete sopra la porta, sfonda il muro, piomba sul Tenente Mawson. Il marine scatta di lato, inciampa, cade. Arretra spingendo con i talloni e i gomiti. Il tentacolo crolla sul pavimento, frantuma le piastrelle in un’esplosione di schegge e calcinacci. I soldati sparano.    La stanza rimbomba, scossa dal boato delle armi. Il fumo invade il locale, la luce delle torce affievolisce, sommersa dalla marea grigia. I proiettili piovono sul tentacolo, scintille ne ricalcano il profilo. Il tentacolo freme. Rotelle schizzano via. Olio denso si allarga sul pavimento. Schizzi di vapore sfuggono dalle giunture divelte. Il serpente meccanico si inarca, ricade al suolo.    «Fermi! Cessate il fuoco!»    Dannante bestie che non siete altro!    I marine svuotano i caricatori e le armi tacciono.

Le scene d’azione sono, secondo me, quelle in cui lo stile di Gamberetta si dimostra più adatto e che ho letto più volentieri. Ma considerate che questo stile si tiene, inalterato, per 166 pagine. Cento-sessanta-sei pagine di frasi brevi. Periodi che non arrivano in fondo alla riga. La voce narrante sembra non conoscere l’uso delle congiunzioni, è incapace  di parlare a due livelli. La storia prosegue veloce. Il ritmo è cadenzato da punti stretti l’un altro come rime rap. Per 166 pagine. Non so se ho reso l’idea.

Questo da alla storia un ritmo trascinante, ma anche troppo veloce perché ti si sedimenti in testa. Ammetterò che dopo la prima lettura del libro ricordavo 2 scene in croce, le pochissime in cui G. si concede un attimo di respiro. Tutto il resto scorre come un film action dove han tagliato tutte le scene di dialogo e raccordo lasciando solo esplosioni e sparatorie, fra l’altro tutte inquadrate da dietro la spalla di UN personaggio. Eh già perché qui comincia il secondo difetto delle scelte stilistiche di Gamberetta.

Tutto, ma proprio tutto, passa attraverso il POV di Astride, dall’inizio alla fine. Astride è un personaggio pratico, improntato all’azione e che non si sofferma sui dettagli inutili. Spreca poco tempo a pensare preferendo agire, non mostra empatia verso gli altri personaggi (solo disprezzo per gli umani e simpatia verso le fatine; i sentimenti più forti li riserva per i flashback) e certo non ha intenzione di soffermarsi troppo su quanto la circonda. Questi di per sé non sono difetti, anzi aiutano a caratterizzare bene il personaggio, ma certo scegliersi un tale personaggio come unico POV non è una scelta brillante. Il libro alterna scene accuratamente descritte, quando sono importanti o Gamberetta ritiene che vi sia qualcosa di interessante da mostrare, a scene che, se rese in fumetto, mostrerebbero uno sfondo bianco stile Peanuts.

Una scena non importante di Assault Fairies…

…paragonata ad una scena importante (disclaimer: rappresentazioni simboliche e indicative. Nel libro potrebbero apparire differenti :P)

Questo è un difetto che di per sé non seccherebbe nemmeno troppo (e anche se in questo libro si sente molto forte è invero una tendenza diffusa in letteratura) ma unito agli stacchi nettissimi fra una scena e l’altra diventa un fattore di confusione. Eh già, quando la scena cambia lo stacco è senza soluzione di continuità. Nello spazio fra un punto e l’inizio della frase dopo veniamo catapultati in un altro tempo e un altro luogo con giusto una riga vuota e, a volte, degli asterischi di intermezzo ad avvertirci. Dove ci ritroviamo dopo sono cazzi nostri, se è un luogo nuovo Astride accennerà una descrizione sennò abbiamo da arrangiarci finché qualcuno dei personaggi non ci lancerà un indizio agendo con o parlando di qualcosa di famigliare. E di riferimenti manco a parlarne, Astride solo una volta si ferma a dare una indicazione di quanto tempo è passato e solo per fare il punto sul processo di guarigione di una fatina ma negli altri casi son sonori problemi nostri. In questo la coerenza del personaggio è ancora una volta rispettata (Astride non si perderebbe mai in pensieri futili del tipo “dove sono” e “quanto tempo è passato da”) ma la lettura somiglia in certi punti a un viaggio sulle montagne russe. Di secondo in secondo non capisci mai dove ti trovi e che sta esattamente succedendo; se stai salendo o scendendo, se sei a metà della pista o alla fine o se sei tornato indietro, soprattutto quando ci si mettono di mezzo i flashback.

Eh sì, perché la nostra Gamberetta, sempre per la serie “muoio ma non racconto” per spiegarci da dove viene Astride e perché è così le fa sperimentare abbondanti flashback, e poiché lo stile dello stacco è quello che abbiamo visto, e certo non è costume che nei flashback il personaggio si fermi a pensare “tho, sto ricordando” (farebbe ridere), quando questi arrivano la sensazione di spaesamento aumenta, soprattutto nella prima parte del libro quando non ci si è ancora abituati al fatto che ogni tanto Astride ricorda ad occhi aperti.

Rappresentazione grafica della prima metà di Assault Fairies

La scelta di Astride come unico POV si ripercuote anche sulla resa delle scene corali, non ce ne sono molte ma ci sono (di cui una molto importante, l’assalto al capannone, che avrebbe meritato più attenzione),  durante le quali rimaniamo limitati nel capire cosa succede e dobbiamo accontentarci di quanto vede Astride durante e dopo i fatti e le viene riferito dagli altri personaggi (che non è molto distante dal deprecato “far svenire il protagonista nel mezzo della battaglia e fargli raccontare tutto dopo”, solo un pelo meglio). Gli altri personaggi sono poi le ultime vittime del POV di questo libro. Astride, come ho detto, non si ferma a riflettere MAI e i pensieri che dedica agli altri personaggi sono pochi e poco incisivi (sono più incisivi quelli con cui denigra gli umani!) ottenendo così di lasciare le altre fatine sullo sfondo. Tutto quello che possiamo sapere e capire di loro dobbiamo carpirlo dai dialoghi e le azioni e, mi duole dirlo, per essere Gamberetta una grande fan della storia che si spiega attraverso l’azione e il mostrato è molto poco e molto piatto. Le fatine che accompagnano Astride in tutto il libro fanno giusto giusto in tempo a farsi inquadrare ognuna in un cliché e niente altro.

In definitiva ci troviamo di fronte a uno stile che si tiene sempre coerente alle scelte fatte e svolto in maniera impeccabile, peccato che le scelte suddette rendano il lettore prigioniero della mente di Astride e appiattiscano il resto del libro, un effetto che si sarebbe tranquillamente potuto evitare introducendo qualche altro POV o anche solo facendo di Astride un personaggio più riflessivo.

Un ultimo appunto. Molti su internet si sono lamentati del fatto che è poco verosimile che delle fatine si riferiscano alle loro parti anatomiche, per loro delle dimensioni giuste, con un profluvio di diminutivi e che alla lunga diventa stucchevole. Effettivamente è poco verosimile, e alla lunga rischia di diventare stucchevole, ma personalmente non mi ha dato fastidio, anzi. Il contrasto fra come Astride si riferisce alle sue parti anatomiche (“manine”, “piedini”, “pancino”) e a quelle umane (“grugno”, “zampe”) rimarca in modo divertente come le fatine vedano se stesse come le creature più fighe di questo e dell’altro mondo e gli umani come miseri animali.

Inchinati alla sua supremazia, bestia…

La storia

Alla fin fine sulla storia non ho molto da dire in senso critico se non che è sempre un po’ deludente scoprire, a libro finito, di aver appena letto l’introduzione a una storia più lunga che continuerà nella seconda parte di tre e di ritrovarsi quindi con più domande che risposte, e la sensazione di avere appena grattato la superficie. Se poi consideriamo che l’autrice, nel suo recensire opere altrui, ha sempre bestemmiato in andata e ritorno contro le trilogie la delusione si profuma di presa per il culo.

A parte questo di difetti grossi la trama non ne ha. Gli eventi sono coerenti e verosimili, gli avvenimenti scorrono tranquilli e senza grossa intoppi fino al pirotecnico climax e al cliffhanger finale con una serie di trovate mai sottotono, fra lo strano e il geniale. Trovo che la noosfera, che da simpatico scenario di interrogatori… terminali diventa presto il concetto fulcro di tutta la vicenda, sia davvero una grandissima trovata e se non fosse che lo stile toglie molto gusto alla lettura sarei curioso di seguire l’evolversi della vicenda, mentre in realtà credo passerò la mano visto che, come ho detto prima, ho dovuto leggermi questo libro due volte per ricordare qualcosa più di frammenti sparsi.

Ci sono giusto due scene che mi hanno suscitato un senso di WTF e una che, a posteriori, non posso che classificare come inutile…

La prima scena WTF viene poco dopo l’incipit. Non ci vuole molto a capire che l’intervista, al di là dell’utilità di trama di lasciare poi Astride senza lavoro, ha come principale scopo di delineare il carattere della fatina, anche perché il personaggio del giornalista è la sagoma di cartone più sagoma di cartone mai vista. Ecco come Gamberetta ci rivela che Astride è facile a incazzarsi:

[Astride]«Voglio essere sincera, fosse per me, ti sbatterei fuori a calci e passerei la serata a ubriacarmi. Ma accettare queste pagliacciate fa parte del mio lavoro e se l’Agenzia mi licenzia non pago l’affitto. Perciò fammi le domande che mi devi fare e poi levati dai piedi.» Lui tira indietro la sedia, io lo fulmino con lo sguardo. Ritrae la mano. «Dunque.» Si schiarisce la gola, si asciuga di nuovo la fronte. «Dunque, immagino tu conosc–» «Fermo lì! Si può sapere chi ti ha autorizzato a darmi del tu? Non siamo in confidenza. Portami il dovuto rispetto. Se mi fai incazzare ti rompo la faccia, e al diavolo anche l’Agenzia.»

What. The. Fuck. Inghilterra di inizio ‘900. Inglese moderno è la lingua che si presume parlino tutti. What. The. Fuck. Com’era? 

Qui, quello che la Troisi definisce “arma insolita” sono arco e frecce. La forza è fondamentale per usare un arco! Ma mettiamo che una non lo sappia, possibile che non abbia mai sentito le tante leggende legate alla difficoltà di tendere gli archi? Ulisse e il suo arco che nessuno dei proci riusciva a usare? Possibile che a quel punto non le venga voglia di controllare? Ci vogliono meno di cinque minuti per scoprire che un arco richiede proprio in particolare forza e addestramento per essere usato. CINQUE MINUTI, non di più.

(cit. Gamberetta sulla Troisi che sostiene l’inutilità della forza nell’usare un arco)

E chissà quanto ci vorrà a scoprire che nell’inglese moderno NON c’è distinzione fra tu, lei e voi, eh? Le notti in piedi a legger la Treccani immagino, si sarebbe dovuta recare a Oxford ad approfondire la materia col preside della facoltà di Linguistica ma le mancavano i soldi e quindi eccoci qui. Una scena così già nel primo capitolo è una di quelle cose che ti spinge a lanciare un libro nel camino acceso oppure, dipende dalle tendenze blibliofile, ad armarsi di pop-corn e birra e farsi due risate. Fortunatamente è l’unica scena che raggiunge tale livello di bassezza quindi stendiamoci sopra un sudario e andiamo alla prossima scena. Premessa: dopo il successo della missione le fatine si stanno rilassando nella piscina, simulante un laghetto boschivo, di Azalea nella sua stanza al Campo F (la sede militare dove sono ospitate le fatine). L’unica che sembra non rilassarsi è Anemone, ex fatina dei servizi segreti.

Anemone distoglie lo sguardo dal fascicolo dei rapporti. La fatina siede all’ombra di un ciliegio, le gambe distese sulla sabbia; la spuma della risacca le carezza i piedini. È voluta passare in ufficio a prendere le scartoffie, non è capace di rilassarsi e basta, se non lavora non è contenta. Arina passeggia nell’acqua bassa sotto la scogliera, la testa piegata indietro, a spiare la cima dell’altura. Spero non abbia in mente di combinare qualche casino con le pile. La corrente mi spinge lontana dalla montagnola. L’acqua tiepida rilassa i muscoli induriti, mi mette addosso un delizioso torpore. Non proprio come l’ultima volta che ho trascorso la notte a mollo in compagnia di altre fatine. Allora eravamo nascoste tra le canne, con la melma fino al collo, abbracciate strette per resistere al freddo, soffocate dal fumo acre dell’oleodotto in fiamme. Detonate le cariche ci eravamo rifugiate nell’insenatura, come da piano operativo. Abbiamo dovuto aspettare due giorni prima che il granchio venisse a portarci via. Anemone ha posato i documenti e sorseggia dal bicchiere pieno di succo alla fragola. La situazione attuale è un bel progresso rispetto a una palude gelata, non dovrei lamentarmi. O forse sì, perché all’epoca non avrei avuto la minima esitazione ad affidare la mia vita nelle manine delle mie compagne. All’epoca potevo fidarmi di tutte le fatine della mia squadra. […] Arina sale la scogliera aggrappandosi alle sporgenze, le ali chiuse. Le piccole dita afferrano le pietre sul bordo frastagliato della rupe, la fatina si tira su a forza di braccia. Si rimette in piedi e si volta ad affrontare il lago. Rivolge un inchino al pubblico immaginario, piega le gambe, dà la spinta e si tuffa. Splash! L’ondata mi solleva e gli spruzzi mi pizzicano il visino. […] Anemone scuote i documenti bagnati dagli schizzi, la polvere fatata asciuga la carta. Con due bracciate raggiungo la riva, mi siedo accanto a lei. «Un tempo anch’io mi comportavo così.» Anemone chiude il fascicolo. «Signora?» «I primi cicli nelle forze speciali. Ero coraggiosa al limite dell’incoscienza, e mi offrivo sempre volontaria. Se mi avessero proposto un’avventura tra i misteriosi umani per salvare il mondo, avrei colto l’occasione al volo.» Arina ha scalato la scogliera una seconda volta. Inspira, pronta a lanciarsi in picchiata. «Per questo intuisco le ragioni che hanno spinto il Capitano Arina ad accettare l’incarico a Campo F.» Azalea è sempre alle prese con il gatto. La matassa dei fili scollegati fluisce come una criniera intorno al collo del felino. «E posso solo immaginare quanto sia difficile crescere in una famiglia nobile, la pressione sociale deve essere spaventosa. Specie per una fatina con il carattere del Capitano Azalea. Comprendo perché abbia voluto lasciarsi dietro le ali certe responsabilità. Almeno per un po’.» «Sì, signora.» «In quanto a me, sono sicura che già conosce la mia vicenda personale, non è così, Capitano?» La fatina rallenta il respiro. Particelle di polvere fatata le scintillano tra le ali. «La situazione è molto diversa da quella che lei pensa, signora.» Non avevo dubbi. Accosto la bocca all’orecchio di Anemone. «Per chi lavori? Ancora per il Servizio Segreto del Reame?» «Non posso–» La afferro per il collo, le sbatto la nuca contro il tronco del ciliegio. «Non sto scherzando.» La fatina stringe gli occhietti. Spirali di polvere fatata divorano la realtà. La magia ricompone un dormitorio. L’umidità gonfia l’intonaco scrostato dei muri, ha fatto ammuffire il legno delle brande. La cenere si accumula sui davanzali delle finestre, sbarre di ferro arrugginite proteggono i vetri. Silfidi riposano accucciate sul pavimento di pietra, vicino alla stufa spenta e ormai fredda. Una ha vomitato la brodaglia di farina di avena che ci rifilavano a pranzo e a cena; il tanfo si mescola con la puzza di piscia e di polvere di carbone. L’ostello dove ho passato i primi giorni a Londra. Anemone fluttua a mezz’aria. Le venature delle ali brillano, la magia pulsa nei capillari sotto la pelle, al posto della linfa. «Non tutti sono convinti che lei sia dalla nostra parte, signora. Per questo non posso rivelarle la verità.» Distendo le dita. La magia ispessisce le unghiette, le trasforma in artigli. «Vedremo.» Anemone genera un globo di energia magica intorno al corpicino. «Le posso solo dire che ci sono fatine del Reame che ancora la stimano, e hanno fatto in modo che ricevesse questo incarico.» «Non mi piacciono i segreti. Non tra le fatine della mia squadra.» Gli artigli squarciano la sfera di Anemone. Trafiggo la fatina al fianco, affondo le unghie nella carne. La linfa sgorga dalla ferita. Anemone si morde la lingua per non urlare. Punto l’indice artigliato dell’altra manina alla sua gola. «Per chi lavori?» Anemone dà un colpo di ali e balza indietro. Sputa un grumo di linfa. «Non mi costringa a difendermi, signora.» La lacerazione al fianco già si rimargina. Le silfidi si sono svegliate. Ci osservano con occhi smorti. Tossiscono catarro sporco di sangue zaffiro. Perché la magia di Anemone ha ricreato un luogo del mio passato? Sono rimasta a marcire nell’ostello finché un’ondina non mi ha spiegato che per trovare un lavoro mi sarei dovuta rivolgere all’Agenzia. Da allora sono stata sempre sotto contratto, e appena non hanno voluto rinnovarmelo il Generale mi ha proposto Campo F… hanno fatto in modo che ricevesse questo incarico. Colpi rimbombano nel locale. Il soffitto si crepa, tra le spaccature splende il giallo intenso delle candele elettriche. L’alloggio di Azalea si sostituisce al dormitorio. «Maggiore Astride? Maggiore Astride è qui?» chiama la voce sgraziata di un umano. Allento la presa sul collo di Anemone; la fatina annaspa, il visino blu. «Continueremo dopo, Capitano.» Volo a raccogliere l’uniforme che ho lasciato appesa a un ramo. Azalea mi ha preceduta alla porta; gira la chiave e carezza la maniglia. Il battente ronza e si apre.

Per capire la caratura WTF di questa scena è necessario premettere che prima di questa scena, che è presa dall’ultimo capitolo, Astride non ha mai, ripeto MAI, dato a intendere di sospettare di Anemone. Certo, un paio di volte ci ha mostrato, tramite i suoi pensieri, di provare inquietudine, oltre che rispetto, per questa fatina appartenuta ai servizi segreti e quindi misteriosa e imperturbabile come una sfinge e in possesso di chissà quali informazioni. Ma per tutto il libro non va oltre, non sospetta di lei, non la emargina (anzi l’apporto di Anemone è fondamentale in molte parti del libro e il suo ruolo nel gruppo è sempre centrale) e non da segni di subodorare qualcosa. Dopo di ché, così d’un tratto, scopriamo che invece sospetta che Anemone la spii, sostanzialmente perché? Perché non sa rilassarsi e non ha idea di cosa possa averla spinta ad accettare l’incarico.

Mettiamo anche che dopo averci salvato il mondo assieme solo all’ultimo tu ti ponga qualche domanda sulla tua sottoposta, qual è la tua reazione? Ma ovviamente andare da lei e sottintendere di aver capito che sta facendo il doppio gioco, perché è ovvio: se Astride non ha idea di perché Anemone sia lì dev’essere per forza per fare il doppio gioco! Anemone, con un atteggiamento indegno di una parodia di James Bond, accusa il colpo della sottile accusa e mostra incertezza. Vorrei far notare che Anemone ha subito un pesante lavaggio del cervello nei servizi segreti e quindi NON può provare sentimenti come incertezza ed esitazione, le è impossibile e la cosa è dimostrata più volte lungo il libro. In questa scena invece, per la prima e unica volta, si abbandona all’incertezza, come una piccola collegiale a cui viene chiesto a bruciapelo se si masturba dopo le preghiere. E perché cazzo solo adesso? Ovvio, per motivi di trama, sennò la paranoica Astride come potrebbe sapere che, tirando a caso, ha indovinato? WTF!

Da qui in poi il livello di WTF sale vertiginosamente. Astride assale brutalmente Anemone, questa, comportandosi ancora come se il feroce condizionamento a cui si è fatto più volte riferimento nel libro non fosse mai esistito, evoca subito un ricordo che la inchioda. Astride incalza, lei confessa e le due finiscono col mezzo ammazzarsi sulla spiaggia finché non giunge l’umano a bussare, e in tutto questo Arina continua a fare i suoi tuffi e Azalea a riprogrammare il suo gatto condizionato! W.T.F.! Insomma, ci troviamo di fronte al classico risvolto inserito a pene di segugio. Gamberetta ha bisogno di carne al fuoco per il prossimo capitolo della saga ma non è riuscita a inserirlo gradatamente ed è dovuta ricorrere al colpo di scena finale con tanto di rottura della sospensione dell’incredulità visto che, insisto, il condizionamento di Anemone e i suoi effetti sono accuratamente mostrati nel libro, così come il fatto che per tutto il tempo Astride si fida di lei!

Ma passiamo all’ultima scena. Qui non c’è alcun fattore WTF, né intrinseco né in relazione al resto del libro, solo una scena bella che si rivelerà tristemente inutile.

Quando la luce grigia dell’alba filtra dalla finestra, ho terminato di montare il circuito. Controllo un’ultima volta che i morsetti siano ben saldi ai poli della batteria. Verifico che il meccanismo a molla scatti. Accosto i capi dei due fili e una scintilla serpeggia tra i filamenti di rame. Tolgo la corrente al circuito. Intingo l’ago nella boccetta di muco di basilisco. Il veleno ha la consistenza del miele, rimane appiccicato alla punta argentea. Appoggio l’ago al puntaspilli e mi sfilo la canottiera. La scheggia di vetro incide la carne. Due taglietti, agli avambracci. Gocce di linfa rossa sporcano il fazzoletto che ho steso sotto di me. Spingo il primo filo, quello blu, in profondità nel braccio destro. Un rivoletto di linfa esce dalla ferita e cola dal polso. Il filo verde lo spingo nel braccio sinistro. Giro più volte la chiavetta del meccanismo per caricare la molla. Lo scappamento ticchetta, le rotelline dentate ingranano, iniziano a muoversi. Inspiro. Stringo l’ago con le manine sudate. Accosto la punta al torace. Il veleno ustiona la pelle. Chiudo gli occhietti. Trafiggo il cuoricino.

Segue un’esperienza extrasensoriale/flashback in cui rivede sua madre

L’elettricità mi artiglia e mi strappa dal Regno degli Spiriti. Inarco la schiena, le ali si tendono con tale forza che ho paura si lacerino. La linfa cola dalle orecchie. Una fiammata si sprigiona dalla piastra del circuito. La corrente si interrompe. Ricado supina sul fazzoletto. Respiro piano, conto i battiti del cuoricino. Sono tornata anche questa volta, ma c’è mancato poco. A ogni viaggio sono costretta ad aumentare sia la dose di tossina sia il voltaggio della corrente. Prima o poi ci lascio le ali.

Astride si droga per raggiungere il Regno degli Spiriti. Forte. E non l’ha fatto solo adesso, in un momento di dubbio, ma l’ha fatto altre volte. La precisa sensazione data dal brano è che lo faccia abitualmente e se non ha una dipendenza fisica di certo ha una dipendenza psicologica che la porta ogni tanto a torturarsi per vedere la madre. Peccato che questo spunto interessantissimo inizi e finisca qui. Astride per tutto il libro non si drogherà più, non la vedremo mai correre rischi o assumere atteggiamenti strani sotto l’effetto della tossina o per una crisi di astinenza, nemmeno la vedremo abbandonare il suo posto o ritardare una missione per andare a farsi un viaggetto. L’unica conseguenza che le viene dal suo essere drogata è che ogni tanto ha delle allucinazioni/flashback durante l’azione ma neanche questo porta conseguenze interessanti. Le allucinazioni la colgono sempre in momenti di pausa dell’azione e quindi non corre mai il rischio di attaccare per sbaglio le sue compagne o di venire attaccata a sorpresa, il che avrebbe reso il suo personaggio e il libro molto più interessanti.

Un’ottima scena e un bello spunto sprecati quindi, che alzano molto l’hype per poi rivelarsi un semplice trucco per introdurre ulteriori flashback funzionali a raccontare Astride (senza però doversi abbassare all’infamia del tell, fuck yeah!). Bah.

Conclusioni

Assault Fairies è un perfetto riflesso della sua autrice. Un carico di potenziale inesploso, frenato da uno stile ineccepibile ma che sacrifica troppo la godibilità e la profondità della storia sull’altare delle regole che Gamberetta ha eletto a dogmi. Come si dice “bisogna conoscere le regole prima di infrangerle”. Con Assault Fairies Gamberetta dimostra di conoscere e saper applicare benissimo le regole che si è data e, per inciso, che l’applicazione pedissequa di queste regole porta a un risultato povero. Adesso spero passi alla fase successiva e si sciolga un po’ perché gli spunti sotto Assault Fairies possono portare a risultati esplosivi se non li si nasconde sotto uno stile maniacale e un POV a, tho, 27°. Altra pecca del libro è il suo essere palesemente un’introduzione a una trama molto più estesa e interessante, però ha il merito di essere una introduzione in sé compiuta (con una vicenda che ha inizio, svolgimento e fine) e di contenere delle trovate davvero geniali.

Nel complesso il libro mi ha deluso perché dopo una prima lettura lascia molto poco, e questo è un male, e alla seconda lettura le cose non migliorano (e anzi la frettolosità del finale diventa ancora più fastidiosa), ma è impossibile non riconoscere il talento di fondo di Gamberetta nel world e story-building.

Pro

  • Spunti geniali
  • Buona trama
  • Buona protagonista
  • Stile impeccabile e trasparente
  • Le fatine sono delle figlie di puttana!

Contro

  • Si è intrappolati nella visuale, troppo limitata, di Astride
  • A parte Astride ci si muove fra sagome di cartone
  • A tratti confuso
  • È il primo di tre
  • Il finale è tirato via come il finale di stagione di una soap sudamericana…
  • Uno dei momenti WTF più WTF di sempre!

Voto finale

3/7 se non consideriamo che è scritto da Gamberetta

2/7 se consideriamo che è scritto da Gamberetta aka Miss “Le trilogie sono il male” e “Bisogna informarsi prima di scrivere”

Nota sulle immagini: Tutte le immagini le ho tratte da Google, of course, e appartengono ai legittimi proprietari. Per la bella fatina si ringrazia il qui presente sito e chiunque ne sia il proprietario (che la pagina Chi Sono non mi si carica u.u)

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4 pensieri su “Recensione: Assault Fairies

  1. Christian Stocco in ha detto:

    Ecco la definizione che cercavo: Assault Fairies è un buon libro senz’anima. Malgrado il POV in prima persona ho sempre sentito una distanza incolmabile fra me e il personaggio, dato magari dal fatto che lei è una stronza che odia gli umani.
    Gamberetta ha evitato consapevolmente l’immedesimazione nei propri personaggi, usando come protagoniste delle stronze o delle ritardate, come l’immedesimazione fosse il Male Assoluto e non uno dei principali motivi che spinge un lettore a proseguire per una storia. Mi ha spinto così a provare diffidenza per tutti i personaggi che si sono presentati. “Meglio che non mi ci affezioni, perché potrebbe mostrarsi pure lui un bastardo crudele.”

    E poi, visto che si parla di predicare bene e razzolare male, Gamberetta ha detto di detestare chi cerca di ficcare nei romanzi avventurosi riflessioni sulle storture della civiltà contemporanea. E qui sono d’accordo con lei.
    Solo che, guardacaso, Astride lavora sotto contratto a termine tramite un’agenzia e ha il terrore che al momento della scadenza del contratto non gli venga rinnovato. Ora, so che anche in Inghilterra le agenzie di lavoro sono caporalato legalizzato e i datori di lavoro dispongono degli interinali come più preferiscono, ma era proprio necessario che Gamberetta riversasse le sue (o quelle di una persona cara) frustrazioni nel romanzo? Introducendo una forma di lavoro che nella Londra vittoriana aveva di là da venire?
    A che pro? Astride è un’ex-militare qualificata che si ritrova a umiliarsi in un locale notturno per uno stipendio da fame. Era proprio necessario agiungere l’aggravante del contratto precario per convincerla a entrare negli Interni quando le fosse stata data l’occasione?
    Ah sì, come qualcuno nei commenti al romanzo ha sottolineato: bella cretina Astride a distruggere il locale verso il finale, lasciando così tutti i suoi ex-colleghi senza lavoro. Davvero un bel momento di amicizia

    • Al fatto che alla fine del romanzo rovini la vita ai suoi ex-colleghi bruciando il locale non ci avevo pensato 😄 è involontariamente spassoso in effetti.

      Forse non l’ha fatto apposta a metterci una critica sociale contro le agenzie interinali e simili. Avrà pensato che era una buona idea farla partire da una condizione miserevole per rendere più significativo il passaggio al gruppo di Fatine di Assalto degli Interni e per farle vincere meglio la resistenza a tornare in attività che le deriva dalla vergogna dell’esilio (era stata esiliata o se ne era andata da sé? Già non ricordo più) e ce l’avrà messo.
      Spesso queste critiche sono involontarie e mi sa che Gamberetta al momento di rileggere il romanzo non è stata troppo lì a riflettere sulle implicazioni di alcune scelte narrative (vedi per esempio la scena finale con Anemone che contraddice molte delle scelte precedenti) oppure non se ne è proprio accorta di aver appena mosso una critica alla società del XXI secolo in un romanzo ambientato nel XIX

      • Christian Stocco in ha detto:

        Anche a me il colpo di scena finale è sembrato un grosso WTF. Gamberetta forse non ha dato indizi all’inizio perché ormai sa che il lettore non è più ingenuo come una volta e che a fare trapelare qualcosa prima tutti saremmo arrivati a capire che Anemone nascondeva qualcosa.

        Invece la questione delle agenzie interinali steampunk per me è indifendibile. Si vede che è stata voluta, non un elemento che è uscito da sé. Ci insiste troppo. Basta guardare il colloquio fra la protagonista e il suo futuro-ex-capo: lei insiste non per un aumento o per non essere più toccata dai pervertiti, ma per essere assunta. Per essere assunta!
        Non sono d’accordo, è una cosa che mina la sospensione dell’incredulità del romanzo, che ti fa dire “qua qualcuno in casa dell’autrice ha avuto problemi con le agenzie interinali”

        Altra puttanata per me è stato il tablet-telaio. A parte che è fisicamente impossibile costruire un aggeggio del genere solo contando la trama che dovrebbero avere i fili e lo spazio che dovrebbero occupare, mi spieghi dove dovrebbero essere memorizzati i dati?

  2. In effetti… ora che me lo fai notare è troppo insistita la cosa. All’atto dello scrivere non avrà resistito e avrà finito col farsi trasportare e inserire tutte quelle trovate che tanto ha deprecato negli altri.

    Il telaio ereader, per esempio, è come dici tu: non si capisce come dovrebbe funzionare e coma possa essere anche solo pratico o comodo, ma vuoi mettere il sense of wonder?? La bizzarria?! Il gusto dell’assurdo?!! 😀

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