Hendioke's Lair

In the deep of the dragon

Raccontino spezzafame

Buona sera a tutti! ^^

*passa rotolando una palla d’erba secca*

Ok, mi rendo che avevo promesso il secondo capitolo de Gli Alternauti per settimana scorsa e invece non è ancora arrivato. Purtroppo sono bloccato. Non che non sappia cosa scrivere ma sono completamente bloccato nello scrivere. Riguardo questo capitolo qualsiasi cosa io scriva mi sembra una porcheria e mi sto anche rendendo conto che per il tempo che ho (solo le sere e neanche tutte) e che con lo studio per l’esame da procuratore che incombe (lo studio per, non l’esame fortunatamente) e che avrai dovuto già iniziare l’idea di riuscire a scrivere un capitolo al mese è una fesseria promessa dopo una decisa sovrastima delle mie capacità e sottostima del lavoro 😦

La prenderò come un’esperienza costruttiva sul difficile percorso verso il diventare romanziere.
Per intanto, per scusarmi del ritardo (a questo punto su quando uscirà questo capitolo posso solo dirvi “soon” e per i prossimi “quando saranno pronti”) vi posto un raccontino-ino scritto anni fa (e a leggerlo adesso in questo periodo di blocco/crisi mi vien da stupirmi di quanto fossi sciolto nello scrivere ò_O) e per il futuro mi impegnerò a riprendere con le considerazioni e le recensioni (meno complesse da organizzare e scrivere), così che ci sia comunque sempre qualcosa di interessante (si spera) da leggere senza dover aspettare un mese ogni volta.

Il racconto è un micro “horror” di due pagine basato molto più, vi avverto da subito, sul punto di vista che sull’episodio narrato pertanto alcuni puristi della genre fiction fra voi potrebbero trovarlo troppo literary per i loro gusti 😛
Spero vi piaccia e poiché è veramente corto vi metto sia il link al PDF che il racconto completo 😉

 Gli effetti

“If you want follow me

You must fly on wings of wind

You must swim under all oceans

You must run along the way of Hell

Said Lilith and the Unfortune told

I’ll follow you wherever

I’ll follow you forever”

Quelle parole lette tanto tempo prima riecheggiavano ora nella sua testa accompagnando il profondo e squassante suono delle campane a lutto.

Camminava come in trance, non del tutto cosciente di quanto le accadeva intorno, dietro a quella piccola bara, troppo piccola, che due persone portavano in spalla. Non c’era abbastanza legno per coprire le loro spalle appieno. Questo stava pensando ora mentre le campane e le parole danzavano lente nella sua testa: non c’era abbastanza legno per coprirle appieno.

Delle mani stavano poggiate sulle sue braccia. C’erano mani che la toccavano da ieri mattina, la stringevano, la spostavano, la svestivano, lavavano, accompagnavano, vestivano, confortavano, scostavano, semplicemente toccavano, lavavano, svestivano, spingevano, carezzavano, guidavano, si accalcavano, si ritiravano, tornavano. Non sapeva di chi fossero, forse del suo compagno, forse di sua madre, forse del vicino. Quali per prime? E le seconde?

Adesso erano una selva alla quale le due coppie di mani sulle sue braccia cercavano d’opporsi. Ma capitava che mani la stringessero forte e facessero deviare il suo sguardo dalla piccola bara a un volto un tempo noto ma che ora non riusciva a riconoscere. Il volto parlava ma le campane e quella lugubre poesia non le permettevano di sentire dopo di che le mani a guardia del suo corpo la riportavano sul cammino, dietro la piccola bara. A volte il ricordo di qualche bacio e di umide lacrime lasciatele da un volto.

Quando le due coppie di mani la spinsero a sedere a quelle lacrime non ne aveva ancora aggiunte di sue. La bara era stata piazzata in mezzo ad un’ampia sala, nello spazio libero fra due blocchi di panche. Le riuscì solo di pensare che anche se la bara era piccola quel tavolo su cui poggiava intralciava il cammino, ma a nessuno sembrava importare.

Si guardò attorno, guardò oltre i volti e la prima cosa che vide fu un uomo scuoiato che reggeva la propria pelle su un braccio. Gridò e subito le mani alla sua destra l’afferrarono e strinsero e una voce provò a calmarla e ora la sentiva nella sua testa, confusa alla poesia maledetta ma non più coperta dalle campane che ora tacevano.

“Su piccola… resisti… forza”

Immobilizzata da quell’abbraccio ora il suo sguardo puntava verso la parte opposta della sala e, oltre le panche e le colonne, una enorme nicchia scavata nella parete, e un uomo legato a una colonna non dissimile dalle altre, trafitto di frecce.

Gridò ancora e venne stretta più forte, altre mani ora carezzavano la sua schiena mentre una voce lontana iniziava un greve discorso e qua e là si levavano pianti.

Sono morti, pensava. Quegli uomini sono morti e ora li si piange, ma perché non li si mette in una bara? Perché li si lascia fuori dalla bara?

E iniziò a piangere anche lei, pianse tristissima al pensiero che quei due poveri sventurati, così orrendamente morti, venissero pianti ancora nello stato in cui erano morti; senza che nessuno ne avesse amorevolmente disposto le spoglie in una bara.

“Metteteli in una bara!” disse. “Metteteli in una bara!”

Ma quel che in realtà fece fu solo di ripetere “Bara…bara…bara” mentre piangeva a dirotto per la sorte dei due uomini.

E le mani che la stringevano la strinsero più forte e poi di meno e poi altri mormorii e stettero ferme, come prese da un dubbio.

“Metteteli in una bara! Non potete lasciarli così, non potete, qui, dove tutti possono vedere. No, metteteli in una bara, una bara”

E le mani attorno a lei la sollevarono e lei si fece sollevare sperando che intendessero mostrarle che, si, stavano mettendo i due sventurati nelle bare. Ma quando alzò lo sguardo vide solo la bara piccola di prima.

Che li abbiano cremati e messi qui? pensò

E ancora si lasciò docilmente guidare, e quando fu vicina qualcuno aprì la piccola bara e nella sua testa vi fu subito silenzio.

E “Ecco, guardalo un’ultima volta se vuoi” fu da lei udito chiaramente.

Ed era lì, piccolissimo e pallidissimo, morbido e tenero come carne frolla, dolce nel suo dormire senza fiato.

“If you want follow me

You must fly on wings of wind

You must swim under all oceans

You must run along the way of Hell

Said Lilith and the Unfortune told

I’ll follow you wherever

I’ll follow you forever”

“Cosa hai detto piccola?”

Le sue mani si levarono per la prima volta dopo molte ore e si portarono le braccia con sé, scrollandole di dosso quelle altre mani. Si levarono, si levarono fino al suo viso dove artigliarono la carne e la scavarono stillandone sangue che cadde sul contenuto della bara, come la rugiada di un fiore scosso per secernere sui dormienti chissà quale prodigioso rimedio.

Si girò e fuggì, corse come una disperata, con gli occhi chiusi, senza voler vedere niente, sentire niente, provare niente. Scostò con una forza mai posseduta delle persone, travolse in velocità un leggio, si rovesciò addosso a un tavolo di pietra e rovinò dall’altra parte fermando la sua corsa con un gran schianto contro un sostegno di pietra. Pervasa dal dolore aprì gli occhi e sopra di lei vide oscillare una enorme croce sulla quale stava trafitto un uomo coperto di sangue. Convinta di star sognando l’inferno osservò la croce staccarsi e, molto lentamente, precipitarle addosso schiacciandole la testa.

 

Alla prossima!

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