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In the deep of the dragon

L’Ellenismo, una buona ambientazione fantasy? (Parte I)

Lo spunto per questa serie di post viene dalle ricerche che svolgo a tempo perso per un romanzo fantasy a cui tengo molto (difatti non credo proprio sarà la prima opera che scriverò: prima devo pensarlo bene e maturare esperienza) e nel quale ho deciso di modellare i popoli coinvolti nelle vicende della trama (la maggior parte almeno) su modello dei popoli ellenici, dapprima per non ricalcare sempre le solite strade cui il fantasy sembra inchiodato dagli emuli di Tolkien in poi (dove varia qui, varia lì ma sempre un mediaval norren-anglo-sasson-bretone sarà) e poi perché sempre più conquistato dalle possibilità di questa ambientazione.

Diciamo, quindi, che i seguenti post serviranno un po’ a me per riordinare le idee e un po’ per far luce su uno scenario che, al di fuori dei romanzi storici e i gialli della Doody, è parecchio bistrattato dal romanzo di genere (eccezione fatta, di recente, per la saga di Percy Jackson.

La prima cosa che colpisce, o che dovrebbe colpire, dell’ellenismo (termine che qui utilizzo nell’accezione più ampia del termine quindi non solo il periodo che nei manuali di storia viene detto ellenista), e che toccherò in questo post, è l’ampiezza del corpus mitologico e leggendario cui ha dato vita.

Non stiamo a nasconderci dietro a un dito, chiunque scriva fantasy ha bisogno di pescare dall’insieme di miti, leggende e, perché no, vicende storiche che forma la sua cultura (o la cultura di qualcun altro che lui è andato a studiarsi apposta). A meno di scrivere un fantasy caratterizzato solo da, che ne so, il fatto che tutti sono capaci di leggere nella mente (ma sarebbe più un romanzo fantastico che un fantasy) anche l’autore di fantasy più urbano finirà col ricalcare le sue originalissime e modernissime invenzioni su qualcosa che affonda le radici in un immaginario antecedente e più o meno remoto.
Ne consegue che per l’autore fantasy il corpus di riferimento è molto importante perché costituisce il serbatoio principale dal quale pescherà caratteri, divinità, vicende, luoghi, concetti ecc. che poi, con gli strumenti della sua cassetta di autore, rielaborerà, ricombinerà (magari aggiungendoci altro) e forgerà in qualcosa di nuovo e originale.
Va da sé che più ampio il corpus più materie prime avremo a disposizione e quello ellenico è, giustappunto, enorme.

Partiamo dagli dei. In genere chi scrive un fantasy gli dei ama inventarseli essendo questi, dopotutto, il principio del mondo secondario che va costruendo, ma questo non toglie che le divinità greche possono offrire ottimi spunti.
Prima di tutto sono la metà di mille. Oltre alle divinità del Dodekatheon (gli abitanti dell’Olimpo) e alle divinità ctonie (della terra nell’accezione di divinità che dimorano sotto la terra) esistono tante altre divinità fittamente imparentate fra loro da legami che farebbero apparire la nobiltà europea un branco di dilettanti dell’endogenetica.

una versione parziale e semplificata della genealogia delle divinità greche

una versione parziale e semplificata della genealogia delle divinità greche

Non starò ad elencarli tutti e a tratteggiare per ognuno un profilo. Sarebbe un lavoro enorme e anche inutile vista la semplicità con cui potete reperire informazioni su di loro. In questo post mi limiterò a tratteggiare le caratteristiche dell’insieme delle divinità, cercando di evidenziare gli aspetti più interessanti della concezione greca del divino.

Ciò che caratterizza gli dei greci rispetto ai colleghi di altri pantheon è che il loro grande numero si spiega sia in termini “storici” sia in termini “geografici”. Da un punto di vista storico le divinità greche non sono semplicemente imparentate ma progrediscono per generazioni.
Concetto interessate visto e considerato che, in genere, gli dei formano famiglie statiche, originatesi nella notte dei tempi e ricalcanti schemi immutabili. Non ho presente, ma potrebbe essere ignoranza mia, altre religioni dove avviene un ricambio generazionale (escluso forse l’andamento per cicli della religione azteca, ma lì gli dei sono sempre gli stessi a ogni ciclo), e ogni generazione comporta un aumento esponenziale del numero di divinità (anche perché, essendo gli dei greci tendenzialmente immortali le generazioni precedenti continuano a rimanere in vita).
Guardando all’enorme pantheon greco possiamo individuare almeno tre generazioni.

I generazione: Le divinità primordiali. Personificazioni del creato stesso, potentissime e invincibili. Sono solo tre: Chaos (il principio informe e assoluto), Gea (la terra) e Urano (il cielo). Sono, neanche a dirlo, le divinità massime della cosmogonia ellenica, rimangono spesso sullo sfondo, vero, ma perché esse sono lo sfondo. Sono il teatro in cui si svolgono le vicende delle altre divinità e senza di loro, semplicemente, non esisterebbe niente.

Urano (steso a terra) mentre ha una pacata discussione con Crono (in piedi con la falce)

Urano (steso a terra) mentre ha una pacata discussione con Crono (in piedi con la falce)

II generazione: I Titani. Figli di Gea e Urano, sono divinità già più simili a quelle che guideranno poi il creato con le differenze di non esercitare (salvo eccezioni) alcun dominio preciso su questo o quell’ambito e di essere incredibilmente potenti, più degli dei successivi i quali, potendo vincerli ma non potendo ucciderli, dovranno imprigionarli (quanto meno, imprigionare quelli fra i Titani che intendono contestarne il potere).

Crono, e le pratiche contraccettive vecchia scuola

Crono, e il controllo delle nascite vecchia scuola

III generazione: Gli Dei. Figli per lo più dei Titani Crono e Rea o di altri dei (oppure nati in altro modo) sono gli attuali (nella prospettiva dei greci) padroni del creato che hanno idealmente diviso in tanti ambiti ad ognuno dei quali è preposta una divinità. A questa schiera appartengono le divinità Olimpiche del Dodekatheon (Zeus e compagnia), le divinità Ctonie sottoposte ad Ade e altre ancora.

Zeus si appresta all'attività che gli riesce meglio dopo il sesso extra coniugale: spaccare culi!

Zeus si appresta all’attività che gli riesce meglio dopo il sesso extra coniugale: spaccare culi!

Si potrebbe poi distinguere una quarta generazione, alcuni membri della quale, però, possono confondersi con la terza, e sono quelle schiere di divinità minori che, pur possedendo tutti i caratteri della divinità, sono meno potenti degli Dei dei quali sono di solito figli (quando non sono, invece, personificazione di qualche elemento naturale; un albero, un fiume, un bosco, uno stagno). Esempi tipici possono essere le Nereidi e le Ninfe in generale.

Sono nude, invitanti e paiono divertirsi un mondo... IT'S A TRAP!

Sono nude, invitanti e paiono divertirsi un mondo… IT’S A TRAP!

Fuori dalla logica delle generazioni vi sono, poi, i semidei.
Frutto dell’unione fra divinità e esseri umani, possono distinguersi in due tipi: semidei dotati di poteri divini, come Orfeo (in grado di incantare gli animali col canto) o Autolico (in grado di modificare l’aspetto degli animali), oppure semidei che non hanno alcun potere particolare ma sono, semplicemente, esseri umani eccezionali per una qualche virtù o caratteristica che in loro risiede in sovrabbondanza (si pensi all’audacia di Achille, che nei testi omerici non possedeva il dono della invincibilità, o alla forza di Eracle).

Mi piace pensare che l'espressione coatta "Ti faccio mangiare la polvere!" sia nata allora. Achille King of Coattus!

Mi piace pensare che l’espressione coatta “Ti faccio mangiare la polvere!” sia nata allora. Achille King of Coattus!

Da un punto di vista geografico, invece, la varietà delle schiere divine si esplica nel fatto che quasi ogni regione ha le sue divinità locali, di solito personificazioni del tal bosco, del tal albero, del tal fiume, o protettori del tal Popolo o della tale città (due concetti che nella cultura greca tendono a sovrapporsi) oppure divinità oracolari.
Queste divinità si assomigliano da una regione all’altra e potremmo inquadrarle fra le divinità della quarta generazione (a livello di Ninfe e Satiri) salvo qualche eccezione. Il fatto che oltre ad avere una famiglia di divinità principali (Artemide per tutti i Boschi, Poseidone per tutti i Fiumi) i greci avessero una divinità per ogni singolo bosco e fiume vi fa capire bene come il numero finale delle divinità fosse immenso.

Capita, poi, che alcune divinità regionali siano in realtà divinità arcaiche, addirittura precedenti agli dei greci (venerate, di solito, dai Popoli pelasgici, che abitavano l’Ellade prima degli Elleni) e potenti,  però il loro destino, di solito, è quello di essere fatte fuori da un Dio o da una Dea della III generazione.

Qui arriviamo a un altro aspetto interessante della questione.
Gli dei nella mitologia greca sono immortali ma ogni tanto capita che una divinità ne uccida un’altra e in quei casi i poteri e le caratteristiche dello sconfitto passano al vincitore (come nel film Highlander per intenderci) che assume, quindi, una nuova identità divina.

Apollo, nel corso della sua storia, uccide diverse divinità locali della divinazione e della musica, appropriandosi dei loro poteri (e divenendo così, e solo dopo queste uccisioni, la divinità divinatrice per eccellenza) e dei loro strumenti.
Atena, invece, prima di diventare La Divinità della saggezza deve uccidere Pallas, Titano preposto a questa caratteristica e protettore di un popolo pelasgico, divenendo così Atena Pallante.
Presso le divinità greche, quindi, il potere non dipende solamente dalla propria posizione nell’albero genealogico, può anche essere strappato agli altri, sconfiggendoli ed estendendo così il proprio dominio sul creato o direttamente assorbendoli.

Questo ci porta al secondo tema toccato dal nostro post, ovverosia alla motivazione principe che anima ogni storia di dei, semidei ed eroi tragici: il conflitto!
Il conflitto è il vero motore della mitologia greca, un conflitto che non si inquadra in un più ampio progetto universale ma il caotico, magmatico e sordido conflitto che potremmo paragonare solo a una riunione di condominio (abitato da condomini in grado di scuotere la terra, causare maremoti, muovere il sole ecc.).
Gli dei greci non si limitano a svolgere le loro funzioni divine di custodi e arbitri del creato, si sfidano, lottano fra loro, tentano di sconvolgere gli equilibri del mondo o di conservarlo, spesso senza un vero motivo che non sia il loro egoistico interesse. Le divinità ideali per uno scrittore che vuole mettere pepe in una storia senza appiattirsi sulla solita profezia apocalittica (regalata al fantasy dal Ragnarok norreno) o sulla solita lotta fra un fronte del Bene e un fronte del Male contrapposti e statici.
Il conflitto per eccellenza è quello fra padri e figli che, nella mitopoiesi greca, scandisce l’avvicendarsi delle generazioni divine e, quindi, l’evolvere del mondo. In sintesi:
Urano, Dio sovrano della sua generazione, sapendo d’essere destinato a essere detronizzato da un figlio impedisce a Gea di partorire penetrandola ogni volta che si avvicina il momento farlo e costringendo così i suoi figli a rimanere nella madre.
Crono, dall’interno dell’utero materno, evira il padre con una falce costringendolo a togliersi e permettendo a sé e ai suoi fratelli di nascere.
Diventato capo degli Dei Crono decide di andare sul sicuro e mangiare i propri figli, fino a quando la moglie e sorella Rea non gli spaccia un sasso per l’ultimo nato facendo crescere Zeus al sicuro in un’isola.
Cresciuto abbastanza l’ultimogenito torna a casa e corca il padre di mazzate fino a fargli vomitare tutti i figli ingeriti nel tempo (il che spiega anche perché Crono non si fosse accorto dell’inganno del sasso: mangiava i figli interi!).
Diventato lui il Re di tutti gli Dei Zeus ne combinerà di ogni per evitare che nasca il figlio destinato a detronizzarlo, accoppiandosi soprattutto con umane e, quando necessario, arrivando ad uccidere le proprie amanti.
Da una prospettiva greca, il fatto che Zeus fosse il re degli dei non era, quindi, un dato acquisito e statico, era solo dovuto al fatto che, per il momento, era ancora riuscito a scampare il suo destino. Prima che arrivasse il cristianesimo a scombinare le carte avremmo potuto individuare in Dioniso un buon candidato per succedere a Zeus.

Un altro ottimo esempio di come il conflitto pervada le storie è la serie di passaggi che hanno portato alla Guerra di Troia.
Vi ricorderete che a scatenare la guerra (grande conflitto nel quale si schierarono pure gli dei) fu il rapimento di Elena (conflitto) e sicuramente ricorderete anche che Paride rapì Elena con l’aiuto di Afrodite, ma perché la dea lo aiuto?
Semplice, perché l’umano l’aveva favorita in una competizione di bellezza fra dee (conflitto mediato da delle regole) alla quale fece da giudice. Perché vi fu bisogno di lui per un compito così insolito? Perché Afrodite, Atena e Era stavano litigando (conflitto) per chi avesse diritto a ricevere la mela d’oro con scritto “Alla più bella” gettata in mezzo al banchetto nuziale di Teti e Peleo da Eris, la dea della discordia. Perché Eris fece una cosa del genere (a parte il fatto che creare scompiglio era il suo lavoro)?
Per vendicarsi del fatto di non essere stata invitata alle nozze (vendetta), ma perché a quel matrimonio partecipavano sia dei che umani? Perché Peleo era umano.
E come aveva fatto, lui umano, a conquistare Teti? Riuscendo a sottometterla con la forza in una specie di incontro di lotta mentre questa assumeva diverse forme animali (conflitto). E cosa glielo aveva fatto fare a ‘sto povero fio di imbarcarsi in una impresa del genere, a parte l’amore? La necessità, per Zeus, che Teti sposasse un umano perché suo figlio sarebbe stato destinato a essere più forte del padre e Zeus (che si era fatto un pensiero o due sulle grazie della nereide) ha voluto evitare un futuro conflitto che avrebbe potuto detronizzarlo.

Conflitto, conflitto everywhere! Non è magnifico? La mitologia greca ributta di conflitti di ogni tipo e per ogni motivo, dal più nobile al più abbietto, e ho solo sfiorato gli altri grandi temi portanti delle storie greche: incesto, parricidio, sacrifici umani, mostri, mutilazioni e omicidi a sangue freddo.
Per chiudere, basti citare poi come le storie dei semi dei e dei vari eroi greci (due figure che non sempre coincidevano) assumano tutta una varietà, nella mitologia e nella letterature greche, con pochi uguali. Andiamo dalle grandi storie epiche come, giustappunto, l’Iliade con le eroiche gesta dei suoi partecipanti, alle sordide tragedie come il parricidio e l’incesto narrati nell’Edipo Re, alla lotta fratricida dei Sette contro Tebe, alla cerca, in stile molto fantasy, degli Argonauti, al romanzo di fantascienza col viaggio sulla luna tratto dalla Storia Vera (!) di Luciano di Samosata.

Anche qui, un elenco esteso sarebbe lungo, e tutto sommato inutile. Basti individuare i tre aspetti principali spunti che si posson trarre da queste storie e dai loro protagonisti:
Il Daimon. Il Daimon nella storia greca ha assunto più forme e aspetti, ma quella più interessante è senza dubbio l’idea che il daimon sia la componente divina dell’Uomo. Non la sua anima, ma una presenza divina che alberga in ogni essere umano e che lo suggerisce e guida spingendolo ad accentuare un aspetto del proprio carattere. Il daimon di Socrate lo spingeva a cercare la verità, in Alessandro Magno il daimon è stato a volte additato come la fonte del suo desiderio di conquista e del suo ardimento.
La lotta contro il destino. Gli eroi e i semidei greci hanno quasi sempre un destino da perseguire o da fuggire ed immancabilmente lo portano a compimento oppure soccombono sotto il suo peso. Pur essendo l’esito delle storie guidate dal fato scontate, è sempre interessante come i personaggi delle opere greche compiono il viaggio verso la realizzazione del loro destino, in genere arrivando sempre a compiere imprese che dovrebbero essere al di là del limite della loro morale o del loro essere umani.
La Ubris. Spesso gli eroi e i semidei vogliono superare i limiti dettati dalla natura umana ma questo sconfinamento in campi che dovrebbero essere loro preclusi comporta sempre che l’eroe si macchi del peccato di Ubris, spesso tradotto con superbia ma il cui significato originale indicava il compiere un’azione contro le leggi per il piacere di umiliare qualcuno o compiacere se stessi. All’atto di ubris, nelle storie greche, segue sempre la punizione divina e il tentativo del superbo di sfuggirle, altro buono spunto, quello della fuga dalla punizione divina, sempre buono per una storia 😉

Nel prossimo post lasceremo perdere la mitologia, qui sfiorata, e passeremo a vedere quanto può offrirci in termini di tecnologie e elementi weird l’Ellenismo.

E io?

E io?

Grandi assenti di questo post, mi rendo conto, le pletore di figure mitologiche offerteci dall’immaginario greco come minotauri, pegasi, meduse, mostri marini, arpie e chi più ne ha più ne metta. La grande varietà di creature fantastiche offerte dalla mitologia greca è, indubbiamente, uno dei suoi punti di forza ma è anche vero che non è un fil rouge che unisce tutte queste creature e dal quale avrei potuto trarre qualche sintesi interessante, e inoltre dell’immaginario greco le creature sono proprio gli unici soggetti che godono di costante esposizione in una pletora di opere mediali, non solo narrative.

Insomma, qui tutti abbiamo giocato a God of War, spero, o a D&D, o letto o visto qualche cartone o libro fantasy con mostri tratti di peso dalla mitologia greca, avete proprio bisogno che io ne parli in un post? 😉

P.S. Per l’albero genealogico degli Dei ringrazio molto l’autore o gli autori del sito Mitologia Greca, che , fra l’altro, consente di farsi una veloce e simpatica infarinatura a riguardo ^^

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4 pensieri su “L’Ellenismo, una buona ambientazione fantasy? (Parte I)

  1. Buongiorno Hendioke,

    La contatto tramite commento perchévorrei farle conoscere Paperblog (http://it.paperblog.com ) che ha la missione di individuare e valorizzare i migliori blog della rete. I suoi articoli potrebbero senz’altro arricchire pregevolmente i nostri magazine e mi piacerebbe che lei entrasse a far parte dei nostri autori.

    Sperando di averla incuriosita, la invito a contattarmi per ulteriori chiarimenti,

    Silvia

    silvia [at] paperblog.com
    Responsabile Comunicazione Paperblog Italia
    http://it.paperblog.com

  2. Pingback: L’Ellenismo, una buona ambientazione fantasy? (parte II) | Hendioke's Lair

  3. Christian Stocco in ha detto:

    Una bella scarrellata sulla mitologia greca, non c’è che dire. Diciamo che il problema più grosso del farne una ficition, come mi è capitato di parlarne è, come tu hai esposto, la distanza morale fra noi e gli antichi greci.
    Prendiamo Edipo: gli dei lo puniscono per avere ucciso il padre e sposato la madre, malgrado ne fosse inconsapevole, anci, il padre abbia fatto di tutto per avverare la profezia. Il pubblico e gli altri personaggi provano pietà per lui, ma l’insindacabile punizone divina e morale rimane. È giustificato e condannato al tempo stesso. È una cosa impossibile per la nostra etica.
    Invece nessuno batte ciglio sul fatto che Giocasta si sposi l’assassino di suo marito. Altra cosa che nella nostra epoca non riusciremmo a concepire.
    O vedi le divinità che si incazzano e mandano mostri marini a distruggere le città solo per aver osato dire che la propria figlia è più bella di una dea, o che trasformano povere fanciulle in ragni solo perché sono molto brave a tessere.
    Insomma, con tutta questa distanza etica creare immedesimazione fra il lettore/spettatore e i personaggi è molto difficile, a meno di non alterare molto il materiale di origine.
    Infatti se guardi le ultime fiction uscite con ambientazione ellenica sono perlopiù storie di eroi con una mentalità contemporanea in un mondo di crudele morale antica. Non è giusto che in molti paghino per le colpe di pochi, se quella donna è costretta a farsi violentare tutte le sere ciò non fa di lei una puttana, a che servono questi dei se sono solo buoni a farsi la guerra fra di loro, eccetera.

    Ah, Percy Jackson l’ho trovato carino, ma molto retard: in diversi punti ripercorrono le gesta dei diversi eroi greci, senza avere la minima idea di farlo. Percy si dedica tanto alla lotta all’arma bianca (davvero utile in un mondo di armi da fuoco) ma appena gli menzionano un riferimento alla mitologia greca casca dal pero, come non fosse una cosa importante, in un’ambientazione dove tutti gli avvenimenti mitologici si ripetono sistematicamente.
    A volte mi chiedo se sia giusto dare ai ragazzi opere basate su un assunto di stupidità, se non sia lesivo

  4. Di Percy Jackson ammetto di non aver letto niente, solo visto il secondo film (venendo adeguatamente istruito da mia sorella sulla trama del precedente) e devo dire che l’ho trovato più che retard hollywoodiano in una maniera ormai noiosa, con topoi e cliché che si inanellano l’uno dietro l’altro fino allo scontato finale.

    Il che mi dà però lo spunto per rispondere alle tue considerazioni con una controconsiderazione.

    E’ vero che, come hai scritto qui e nel tuo post, l’immedesimazione fra noi e i personaggi delle antiche storie e degli antichi miti non è immediata a causa delle grandi differenze fra la nostra e la loro sensibilità e la risposta di Hollywood e della TV americana di inserire elementi rispondenti alla morale moderna in un contesto antico è risultata fallimentare.
    Tuttavia credo che il fallimento non trovi radici nella distanza di partenza a livello morale fra noi e loro ma solo nello stupido tentativo di accorciare questa distanza.

    Personalmente credo che sia possibile far immedesimare spettatori moderni in personaggi antichi e coinvolgerli in vicende moralmente così distanti e narrativamente così semplici lavorando sulla sospensione della incredulità, su quell’insieme di meccanismi per cui sigli un patto implicito con lo spettatore che, per la durata dell’opera, farà finta che il mondo è come lo dipingi tu, con quella morale, quei valori, quella mentalità. Il vecchio serial della RAI su Ulisse, ad esempio, ci riusciva.

    La sospensione dell’incredulità, se ben inserita, permette di sorvolare sulla stupidità di chi porta in casa un cavallo sospetto o di parteggiare per una donna che uccide i propri figli per far dispetto al marito. Però bisogna avere la volontà di farlo, ancora prima della capacità e gli americani con la mitologia non l’hanno, credo perché troppo preoccupati di imporre, nelle loro opere, la loro mitologia; quell’insieme di topoi hollywoodiani di cui sopra che ormai non si discostano troppo da quelli che in passato componevano (come tanti pezzi del lego) ogni poema epico e che sono alla base dell’epica americana (che ormai è più che consolidata).

    E credo che sia proprio una questione di volontà, di imprimere sulla mitologia antica la propria mitologia, perché se vai a vedere altre opere dove non si pongono questo scopo la sospensione dell’incredulità si crea e il risultato è eccellente senza fare sconti allo spettatore per quanto riguarda morale distorta e comportamenti discutibili (vedi la serie TV di Spartacus per esempio) 🙂

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