Hendioke's Lair

In the deep of the dragon

Frozen, recensione

Titolo: FrozenFrozen-movie-poster

Produttore: Disney

Distributore: Disney

Anno: 2013

Genere: Classico Disney

Durata: 100′

 

 

Disclaimer! Avevo detto che presto sarebbe arrivata la seconda parte sull’Ellenismo come buona ambientazione fantasy e invece dopo quasi due mesi vi metto una recensione, che è accaduto? Semplice, che volevo inframmezzare i post sull’ellenismo con qualcos’altro e ho pensato a una veloce (ah ah) recensione di Frozen. Dopo due settimane che la stavo scrivendo, durante le pause di lavoro, mi sono accorto che in realtà era passato un mese.

Non mi abituerò mai a come il lavoro si mangi via il tempo…comunque alla fine mi sono incaponito per finire e non sprecare il lavoro fatto. Passata Pasqua mi metterò al lavoro sul secondo post sull’Ellenismo che dovrebbe essere più rapido, spero 😉

Frozen è stato messo a confronto, in andata e ritorno (a partire dai suoi stessi autori) con Rapunzel, per chi fosse vissuto sulla Luna negli ultimi anni il 50° classico Disney nonché la definitiva consacrazione, dopo La Principessa e il Ranocchio, di un Nuovo Rinascimento Disney che speriamo duri il più a lungo possibile.

Ergo, questa recensione metterà a confronto le due opere. Non è una operazione, quella dei confronti, che amo fare visto che ritengo ogni opera debba essere considerata a sé ma visto che qui sono i creatori stessi ad operarla, anche smaccatamente, e sia!

La rece sarà in due parti: una prima di recensione pura, no spoiler, che avrà come scopo spiegarvi perché, a mio avviso, il film meriti di essere visto; una seconda di analisi del film più incentrata sui personaggi e sul senso del film e, inevitabilmente, con spoiler.

Pronti? Via.

Ambientazione e Incipit

Frozen, moooooooolto liberamente ispirato alla fiaba La Regina delle Nevi di Hans Christian Andersen, è ambientato nello stesso universo narrativo di Rapunzel*, che è poi il nostro mondo in una sorta di miscuglio atemporale (anche se gli autori situerebbero gli eventi negli anni ’80 del XVIII secolo) di tardo rinascimento ed epoca moderna. Un periodo che non è mai esistito e che otterresti prendendo degli yankees e mettendogli in mano dei libri di storia dell’arte europea, per capirci.
Nello scandinavo regno di Arendelle, la controparte nordica del microregno di Rapunzel, vivono un re e una regina senza nome (caratteristica costante, salvo poche eccezioni, della genitorialità in casa Disney) che hanno due amate figliole: Elsa e Anna.
Elsa, come svelano i suoi capelli bianchi, ha fin dalla nascita il potere di dominare ghiaccio e neve, potere che usa spensieratamente divertendosi un sacco con la sua amata sorellina senonché, una brutta sera, mentre le due giocano Elsa colpisce inavvertitamente Anna alla testa col suo potere facendola cadere in un sonno innaturale. Preoccupati i due sovrani portano le figlie dai troll della montagna dove Anna viene guarita togliendo il gelo dalla sua mente e, con esso, tutti i suoi ricordi del potere della sorella.
Il patriarca dei troll spiega ai genitori che il potere di Elsa diverrà sempre più forte e che la piccola principessa dovrà imparare a dominare la sua paura per riuscire a controllarlo altrimenti il potere potrebbe rivelare un lato oscuro (questa parte, con tanto di ghiaccio “oscuro” dai riflessi rossi, è praticamente un omaggio a Star Wars :D) molto pericoloso.
Ovviamente come gestiranno i genitori di Elsa il difficile compito di accompagnare la crescita di una bambina che deve convivere un tale potere e imparare a non averne paura? Ma isolandola in camera sua, troncando ogni suo rapporto con altri esseri umani, sorella compresa, e continuandole a ripetere quanto sia importante celare il suo pericoloso e terrificante potere al mondo!

Genius

Comunque, prima che qualcuno dei domestici rimasti possa chiamare l’equivalente scandinavo del telefono azzurro la regal coppia muore durante un viaggio in mare lasciando la figlia maggiore, e futura regina, nel panico e la figlia minore, che non ha più visto la sorella maggiore dal giorno dell’incidente (per lei, ripeto, mai accaduto), ancora più sola.
Non è il caso che vada oltre, questo è l’antefatto dal quale prende piede la storia vera e propria che, vi posso dire senza davvero spoilerare, comincia col giorno della incoronazione di Elsa.

Analisi senza spoiler

Doverosa premessa. Questa recensione tratta la versione originale di Frozen. Come leggerete di seguito in questo cartone il contenuto delle canzoni è fondamentale tanto che cambiando anche solo qualche parola si rischia di passare dal capolavoro alla mezza ciofeca, il che è quel che accade passando dall’edizione inglese a quella italiana. Tenetelo da conto, se avete già visto Frozen in italiano sappiate che non sono impazzito io, è il cartone che in inglese è molto meglio, se non l’avete ancora visto non guardatelo in italiano e se lo fate non tornate qui a lamentarvi, ché io vi avevo avvertito.

Cominciamo dall’aspetto tecnico e dal primo confronto. Questo cartone è costato quasi la metà di Rapunzel (150 mln di $ contro 260) ma non si direbbe. Certo, non ha lo stesso livello di dettagli (vorrei ricordare che in Rapunzel hanno renderizzato il pulviscolo sospeso nell’aria della torre!), sia a livello di personaggi (le capigliature dei personaggi sono meno fluide, complici le trecce imperanti, e, salvo eccezioni, gli abiti paiono leggermente più “dipinti addosso”) che di scenari (i toni più scuri e le superfici per lo più uniformi delle location scandinave devono aver aiutato non poco a contenere i costi), e a mio avviso la scena più spettacolare di Frozen gli allaccia giusto le scarpe alla scena equivalente di Rapunzel, ma questo non toglie che quel che si vede non sfigura affatto accanto al fratello maggiore e più danaroso: il livello di personaggi, ambientazioni ed elementi a schermo si attesta comunque su ottimi livelli e il ghiaccio e la neve (gli elementi centrali della narrazione) sono realizzati e resi in maniera stupenda.

Ghiaccio

Primo incontro fra Anna e Kristoff, la neve che lo ricopre sembra vera!

La netta sensazione è che con Rapunzel la Disney abbia voluto sperimentare una nuova tecnica mentre con Frozen abbia voluto stabilire uno standard, un po’ come quando spendi una fraccata di soldi per il primo modello di una console e poi ne metti in vendita un modello ugualmente buono ma con meno dettagli fighi e senza retrocompatibilità (ogni riferimento è voluto e per niente casuale), quindi direi che è il caso di aspettarci, nel prossimo futuro, molti altri film in CGA Rapunzel-style, un po’ come tempo fa quasi tutti i film Disney condividevano la stessa tecnica (fino a riclicare frames di animazione da un film all’altro) e stili molto simili, pur cambiando personaggi e ambientazioni (vedi La spada nella roccia, Il libro della giungla e Robin Hood, per esempio).

Certo, le grandi somiglianze a livello di design (il tratto delle due produzioni è praticamente lo stesso, solo coi troll come personaggi anatomicamente buffi al posto dei criminali da taverna) potrebbero dare fastidio a qualche pignolo rompiballe che vorrebbe essere stupito a botte d’innovazione a ogni uscita ma la verità è che anche se a livello di design Frozen è innegabilmente un Rapunzel on ice e si allontana dalle sperimentazioni di Ralph Spaccatutto stiamo parlando di un design efficace, accattivante e che trova una giustificazione interna (come ho sopra detto i due cartoni dividono lo stesso universo narrativo) quindi non ci si può proprio lamentare di fronte a un Classico che, seppur in tono minore rispetto al 50°, mostra un apparato tecnico ed estetico che la diretta concorrente Dreamworks ancora si sogna (anche se con le 5 Leggende ha dimostrato di starsi caricando di spinaci nel tentativo di colmare il distacco**) e che gli altri studi che animano cartoni in CGA…vabbé, non vale neanche la pena parlarne che poi si deprimono.

Seppuku

La reazione tipica della concorrenza di fronte a ogni nuovo film Disney/Pixar

Passando allo stile narrativo (come la storia viene portata avanti) il discorso comincia a farsi più complesso ed emergono le differenze sostanziali con Rapunzel e col tipico Classico cantato della Disney.
La casa del Topo, infatti, aveva inizialmente pensato di fare di Frozen un musical autentico di quelli, per capirci, dove i personaggi cantano come aprono bocca e le battute recitate sono la minoranza; un genere ben diverso da quello del musical Disney dove le canzoni, per quanto importanti, sono cesellate in spazi temporali ben definiti e il più delle volte servono ad approfondire un personaggio (o i rapporti fra due o più personaggi) o a sottolineare un avanzamento o una svolta della trama senza, però, dare più informazioni di quelle ricavabili dalle parti recitate.
Purtroppo, o per fortuna, a metà strada hanno cambiato idea scegliendo di tornare verso la formula classica del film recitato con singole scene cantate senza, però, tornare completamente indietro (immagino perché ormai le canzoni erano già pronte ed era un peccato sprecarle) ottenendo così un curioso ibrido.

La prima metà di Frozen (diciamo fino al precipitare degli eventi) è caratterizzata da una impronta musical molto forte, con personaggi che passano dalla parola al canto con molta facilità nel bel mezzo di un discorso, e un numero di canzoni sufficiente a coprire un intero Classico.
Parliamo di canzoni che spaziano dalla classica canzone Disney a canzonette proprio da musical di Broadway dove ogni personaggio si sente in dovere di presentarsi cantando e dove due persone non possono fare due chiacchiere, ma nemmeno un discorso serio, senza mettersi a muovere scenograficamente le mani e far andare il diaframma. L’effetto finale, finché non si arriva alla seconda parte del film, è di star assistendo a un musical con delle parti recitate di troppo, oppure a un film Disney con delle scene cantate di troppo, un effetto straniante sia per gli appassionati di musical che dei film Disney. Dopo di che il film cambia repentinamente stile, le canzoni spariscono (tranne una) e il ritmo si fa serrato mentre lo spettatore galoppa assieme ai personaggi verso il finale.

A leggere quello che ho appena scritto, cambio di idee in corso di produzione, film che parte con uno stile e poi segue uno stile opposto, si direbbe che Frozen sia un prodotto pensato male e fatto peggio, invece è un piccolo miracolo di equilibrio che trova la sua forza proprio in questa strana dicotomia fra le sue parti.

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Anche se questo momento potevano benissimo risparmiarselo…

La prima parte, con la sua sovrabbondanza di canzoni, si assume il compito di preparare il terreno per la seconda e le svolte a livello di trama che aspettano al varco lo spettatore e, soprattutto, di approfondire il più possibile le due protagoniste e il loro rapporto.
Può sembrare esagerato, per gente che è riuscita a rendere la storia di una vita insieme in una sequenza muta (vedi Up), doversi prendere a questo scopo un intero primo tempo farcito di cantato ma in verità l’idea funziona bene in quanto le canzoni consentono di inserire maggiori sfumature che vanno oltre l’approfondimento psicologico dei protagonisti.
Già la prima canzone, che apparentemente servirebbe a introdurre lo spettatore all’ambientazione nordica e a presentare il primo dei protagonisti, in realtà è un foreshadowing di tutti gli elementi chiave della trama.
E’ come se la Disney volesse mandarci un messaggio, che però coglieremo solo alla fine del film, “Stai, attento perché ti diremo più di quello che ti faremo credere”. Le canzoni successive di questa parte (tranne un paio) sono tutte incentrate su Anna e Elsa; raccontano della loro solitudine, dei diversi modi cui vi fanno fronte e delle conseguenze ma nascondono anch’esse riferimenti e ammiccamenti che lo spettatore capirà solo poi.
Alla fine del film, riguardando indietro, è infatti possibile individuare anche in queste canzoni (nei testi soprattutto, ma pure in alcune scene che le accompagnano) le avvisaglie delle loro scelte e anticipazioni su quanto accadrà in seguito con un effetto quasi ciclico che vi porterà a dire, più volte, “Ah, hai capito…ma allora…” soprattutto con riguardo alla relazione fra il colpo di scena del secondo tempo e una battuta di una canzone del primo tempo (sì, siamo al punto che certi foreshadowing devi capirli da una parola, non troppo nascosta in verità, anzi, ma difficilmente ci arriverete subito).

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Sembra stiano cantando l’ennesima melensa (molto melensa) canzone d’amore e invece…

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La seconda parte, come già detto, spinge sulla trama accelerando gli eventi e concludendo tutto, apparentemente, in fretta ma giust’appunto è un’apparenza. In realtà il film si prende il tempo che serve (ecco, forse io avrei tagliato il momento “e adesso tiriamo il fiato con qualcosa di comico” ma mi rendo conto che poi sarebbe risultato troppo pesante per i più piccoli) per permettere agli eventi di svilupparsi e ai personaggi di reagire mantenendo un ritmo adatto a tenere lo spettatore col fiato sospeso ma senza esagerare al punto da impedirgli di riflettere su quanto sta vedendo.
Le premesse gettate nel primo tempo, soprattutto i caratteri dei personaggi, arrivano a maturazione e  questi compiono scelte che senza tutto il cantato che ci siamo dovuti sorbire prima sembrerebbero poco fondate, facendo apparire Frozen come il classico cartone per bambini dove i cattivi sono cattivi perché sì e i buoni idem. Invece, così, ogni personaggio agisce in accordo con la sua psicologia (anche coi lati di questa tenuti nell’ombra durante la prima parte) e niente di quel che accade può ascriversi a semplice pretesto piazzato dal Dio-Sceneggiatore per far avanzare la trama.
Anche senza canzoni, poi, il secondo tempo non rinuncia a sorprenderci presentando una progressione di scene che sembrano un copia e incolla di tante altre scene topiche di altri Classici Disney, e cartoni fiabeschi in genere, salvo poi sul finale svoltare mostrando una soluzione per il problema opposta rispetto a quella sbandierataci in faccia fino a quel momento.

In definitiva, senza aggiungere altro che sarebbe un peccato e demandando gli approfondimenti all’analisi con spoiler, posso dirvi che questo film, ovviamente se visto in inglese, merita i vostri soldi e il vostro tempo grazie a una direzione artistica e tecnica sempre su ottimi livelli, una storia incentrata sul rapporto fraterno molto toccante e ben congegnata, con anche simpatiche prese in giro dei canoni e dei topoi Disney, e uno stile che vi porterà a rivederlo più volte senza annoiarvi.

Non è il Classico Disney migliore degli ultimi anni (Rapunzel resta saldo sul trono) ma è una fantastica dichiarazione di intenti per il futuro. La Disney è tornata per restare e un nuovo Rinascimento è in corso (sempre se il prossimo film, Big Hero 6, non manderà tutto in vacca ma voglio essere fiducioso, anche se l’idea della Disney che fa un Classico su dei personaggi Marvel…bha…bho…inzomma…).

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Sperem…

* Prova ne è che durante la canzone “The First Time in Forever” è possibile vedere, per un secondo, Rapunzel ed Eugene fra gli ospiti intervenuti per l’incoronazione.
** Fra l’altro presso il fandom è esplosa, dopo l’uscita di Frozen, la coppia ElsaxJack. Cercate i nomi di Elsa e Jack Frost in google e divertitevi.***
*** Per motivi che fatico a comprendere, se cercate bene fra le fan art dedicate a Frozen troverete anche opere ispirate all’idea che Anna e Elsa abbiano un rapporto lesbo, o, comunque, che fra loro vi sia quella tensione erotica da “vorremmo tanto ma non possiamo” che si associa di solito ai rapporti fraterni nei manga. Rule 34, non sbagli mai.

Analisi con spoiler

Cominciamo con una immagine per evitare che vi cada l’occhio sulla parte spoilerosa del post mentre leggete le note alla prima parte (e poi è una bella immagine).

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Una questione di carattere e d’amore

Frozen è stata, senza dubbio, una gioia per quella critica, specializzata o meno, che ancor prima di uscire dal cinema stava già scrivendo articoli entusiastici su come, finalmente, la Disney abbia rovesciato i suoi stessi stereotipi. Finalmente abbiamo due principesse forti. Finalmente le donne in un film Disney si salvano e non attendono di essere salvate. Finalmente finisce il maschilismo in casa Disney. Finalmente le Principesse Disney smettono di essere donne solo belle ma incapaci di badare a sé, in eterna attesa del principe azzurro mentre spicciano casa.
Col che, davvero, mi chiedo che film Disney abbiano visto negli ultimi decenni.

Frozen non porta avanti una nuova tradizione di principesse forti, visto le Principesse Disney sono per lo più delle discrete spaccaculi.
Permettetemi un attimo di digressione, ma guardando all’elenco ufficiale delle Principesse Disney abbiamo:

Biancaneve, Cenerentola e Aurora. E fin qui, niente da eccepire: dal 1937 al 1959 la principessa Disney ha calzato perfettamente lo stereotipo della bella e sommessa fanciulla, desiderosa di gettarsi fra le braccia di un principe azzurro e capace, al massimo, di badare alla casa. Per tutte e tre il contributo alla trama è al livello di “pretesto per portarla avanti” ma non fanno niente per salvarsi, né fanno niente di utile per qualcuno: sono gli altri a dover salvare loro e aiutarle a migliorare la loro condizione.
Ariel. Qui cominciamo a staccarci dallo stereotipo della Principessa passiva di fronte agli eventi. Ariel è una figlia ribelle con un sogno, conoscere il mondo di superficie, che la porterà a salvare la vita al Principe Eric, a dare a Ursula la propria voce in cambio delle gambe e ad andare, muta, nel mondo di superficie alla ricerca del suo amore. Ok, Ursula alla fine la uccide Eric ma vogliamo veramente liquidare Ariel come una fanciulla in difficoltà per una scena?
Belle. Signori, questa ragazza è andata a consegnarsi senza battere ciglio nelle mani di un mostro per salvare il padre, enough said.
Jasmine.  Oltre a mostrare un carattere deciso e a rivendicare la sua autonomia di giudizio fuggendo dal palazzo, aiuta Aladdin a battere Jafar attraverso una scena che ha fatto provare i primi brividi alle parti basse a un’intera generazione di giovini spettatori (e prima scena nella storia Disney in cui una protagonista si comporta in modo palesemente sexy senza fini umoristici).
Pocahontas. E’ lei che guida l’azione del film, educando John Smith ai suoi valori e salvandogli la vita.
Mulan. Fugge di casa con le armi del padre e si finge uomo per entrare nell’esercito, sconfigge prima l’esercito unno e poi il suo capo. Non credo serva dire altro. L’unica principessa Disney che potrebbe comparire in un telefilm dell’HBO o della Starz e arrivare viva alla seconda stagione.
Tiana. Non ha interesse alcuno nel trovare il proprio principe azzurro, è indipendente, determinata, ambiziosa ed è l’unico personaggio positivo del film, oltre a Mamma Oodie, che sa esattamente quello che sta facendo in ogni momento.
Rapunzel. E’ una ragazza ingenua per colpa dell’educazione ricevuta, che le ha lasciato anche un profondo complesso nei confronti della figura materna, ma è anche una ragazza piena di risorse che una volta preso coraggio e iniziata la sua avventura non ha bisogno di Flinn più di quanto questi abbia bisogno di lei.
Merida. Ribelle al limite dell’odioso, è un’esperta cavallerizza e arciere, coraggiosa abbastanza da prendere a frecce sul muso un orso pluricentenario e affrontare il padre armi in pugno per salvare la madre trasformata in orsa.

Insomma, non proprio un gruppo di suore.

Come si piazzando Anna e Elsa in questa compagine? Bhe, cominciamo subito col dire se c’è una tradizione relativamente nuova che portano avanti è quella delle Principesse fisicamente imperfette. Se provate a scorrere nella vostra mente le passate principesse Disney da Tiana a risalire (o se ne cercate le immagini su Google) troverete che sono ognuna l’incarnazione della bellezza nel loro tipo somatico di riferimento. E’ ovvio che nessuna di loro ha difetti fisici seri, sarebbe inconcepibile nella protagonista femminile di un film Disney, ma non hanno neanche alcun segno distintivo che possa considerarsi un difetto estetico, seppur gradevole. Nessuna di loro ha nei, per fare un esempio.
Da Rapunzel in poi la Disney deve essersi resa conto che, forse, qualche tratto caratteristico che non fossero i bellissimi occhi azzurri/verdi/castani, la bellissima chiara/scura pelle serica o fluentissimi capelli rossi/biondi/castani/neri avrebbe aiutato le ragazzine a identificarsi di più con le protagoniste dei suoi film e così abbiamo avuto, in rapida successione, Rapunzel con gli incisivi sporgenti, Merida con un volto tondo da luna piena e Anna e Elsa con le lentiggini (anche se su Elsa è difficile notarle).

Un’altra nuova tradizione che le principesse di Arendelle (pardon, la principessa e la regina di Arendelle) portano avanti assieme a Rapunzel e a Merida è, poi, quella di protagoniste col conflitto e/o il trauma. E, diciamocelo, se il rapporto fra Rapunzel e Madre Gothel (alimentato da insicurezze e sensi di colpa) rende più interessante il suo percorso di ribellione e se il conflitto adolescenziale fra Merida ed Elinor costituisce il vero motore del film (che finisce nel momento in cui risolvono le loro divergenze), Anna e Elsa, a seguito della educazione impartita dai genitori, della loro morte e della vita in isolamento, sono due vere e proprie disadattate sociali.

Anna, che fin dalla prima scena ci viene presentata come una persona dal carattere vivace ed espansivo, soffre l’isolamento della sorella e la solitudine nel castello, soprattutto dopo la morte dei genitori, come un uccello selvatico soffrirebbe la vita in gabbia, e la sua risposta è un’attività d’evasione mentale sempre più marcata.
Durante la canzone “Do you want to build a snowman?”, che mostra la crescita delle due protagoniste dal momento dell’incidente fino alla morte dei genitori, la vediamo rinunciare pian piano alla sorella di pari passo col crescere della sua solitudine e cominciare, invece, a parlare coi quadri del castello.
In “For the first time in forever”, ambientata pochi anni dopo, vediamo Anna, in incontenibile attesa dell’apertura dei cancelli della reggia per l’incoronazione, simulare coi quadri e le statue del castello tutte le situazioni che spera di vivere d’ora in poi, tutte le aspettative che, fino a quel momento, ha appunto potuto solo simulare nella sua mente con l’ausilio dell’arredamento e che non vede l’ora si realizzino portando finalmente la luce nella sua vita (in contrapposizione con l’oscurità del castello in quelle sale da ricevimento che, non venendo usate, hanno da anni le imposte chiude).
L’Anna mostrata in questa canzone ha aspettative e speranze enormi (“I can’t wait to meet every one! *gasp* What if I meet THE One?”) che in una giovane donna di 19 anni si spiegano solo col fatto d’esser stata, fin da bambina, lasciata a se stessa e alla sua fantasia da genitori troppo preoccupati del potere della primogenita per badare a lei e da una sorella che si è auto isolata senza una spiegazione; una persona, insomma, cresciuta senza vita sociale ma con un disperato desiderio di contatto umano.
Non c’è da stupirsi se da lì a poco cadrà come una ingenua mela cotta fra le braccia di Hans, conosciuto il giorno stesso, suscitando nella sorella e regina la reazione più di buon senso mai vista in un film Disney.

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Elsa, d’altro canto, viene presentata come una persona più posata e dal carattere protettivo. E’ proprio mentre cerca di proteggere Anna, attutendone una caduta, che la ferisce ed è questo avvenimento a provocare il trauma (che i genitori, stupidamente, alimenteranno) che la condurrà a vivere nella paura e che si esprime non solo nei confronti della sorella, infatti, in “Do you want to build a snowman?” vediamo Elsa terrorizzata all’idea che il padre, toccandola, possa farsi male.
Elsa accetta l’isolamento deciso dai suoi perché ha paura di ferire le persone a lei care e trova una soluzione nel, in un certo senso, annullare se stessa.
I suoi genitori, che in realtà vorrebbero lei riuscisse a dominare la paura e quindi il proprio potere, la spingono involontariamente lungo questo percorso con le raccomandazioni che poi Elsa si ripeterà come un mantra in “For the first time in forever”: “Don’t feel” (“Non sentire” nel senso di non provare emozioni), “Conceal” (“Nascondi” “Tieni segreto”), “Don’t let them in” (inteso come “Non permettere loro di scoprirlo” ma più propriamente l’espressione “let someone in” significa permettere a qualcuno di entrare, figurativamente parlando, nel nostro ambito personale instaurando un legame con noi), “Be the good girl you have to be” (“Sii la brava ragazza che devi essere”). Tutte raccomandazione che, giustappunto, suggeriscono l’idea che l’unico modo per reprimere il terrificante potere di Elsa sia reprimere la sua personalità.
Anche nei suoi confronti, date le premesse, non c’è da stupirsi che una volta scoperta e fuggita sulle montagne, durante la canzone “Let it go”, la sua autentica personalità emerga in modo così dirompente (con tanto si trasformazione da regina dallo stile castigato a donna sensuale dallo stile appariscente) anche se si tratta di una emancipazione apparente, che si regge sul suo isolamento e che cadrà appena questo verrà rotto da Anna, corsa al suo inseguimento.

 

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Vai ragazza!

Già durante la canzone della sua trasformazione Elsa fa riferimento al rompere la porta, e si intuisce che parla della porta dietro la quale, figurativamente, aveva rinchiuso la vera se stessa (l’immagine della porta aperta o chiusa per indicare l’apertura o la chiusura verso gli altri ricorre per tutto il film), ma la sequenza finisce con lei che si chiude una porta alle spalle entrando nel suo palazzo di ghiaccio, quindi isolandosi di nuovo e in questo la canzone anticipa il suo tornare a fuggire quando Anna si presenterà al suo palazzo di ghiaccio nonché il suo perdere di nuovo il controllo, stavolta alla scoperta di aver condannato il proprio regno a un inverno eterno.

Su questi due caratteri disturbati si regge l’intero film che è, forse, il più coraggioso sul versante psicologico della Disney-Pixar dai tempi in cui la Pixar portò nelle sale, con Finding Nemo, una coprotagonista affetta da alzheimer e cercando un film parimenti profondo psicologicamente fra i Classici si deve tornare al Re Leone, e a Simba che cresce convinto di aver ucciso il padre.
Frozen, prima di essere una fiaba su una regina che domina i ghiacci, è un film sulle difficoltà di cui spesso le persone si fanno carico per colpe non loro, su come a volte il principale ostacolo che si frappone fra noi e la nostra felicità sia la nostra paura e su come alcune persone finiscano col diventare i carcerieri di se stesse.
Frozen è anche un film sull’amore fraterno e l’amore in genere, nelle sue componenti costruttive e distruttive.

I genitori di Elsa e Anna, per amore delle figlie, le isolano dal mondo e cercano di protegge Elsa da se stessa, senza rendersi conto di starne alimentando la paura, e Elsa, per amore dei suoi parenti, accetta come unica soluzione il proprio isolamento. Anna, privata dell’affetto famigliare, accetta con entusiasmo l’amore di Hans il quale  sta solo simulando questo amore nella speranza di trovare un riscatto sociale divenendo re di Arendelle. Elsa, per proteggere Anna da un amore avventato, ripropone l’isolamento suo e della sorella (volge, quindi, l’amore distruttivo ricevuto dai genitori in una sua azione passando da soggetto passivo a soggetto attivo di questo amore distorto). Dopo che la ribellione di Anna porta Elsa a perdere il controllo dei suoi poteri e a fuggire lasciando il regno nella disperazione Anna si avventura sulla montagna per cercarla e spiegarle che le vuol bene nonostante la scoperta dei suoi poteri (amore costruttivo).
Una volta trovata Elsa, purtroppo, questa replica lo schema dell’isolamento un’altra volta e, perso di nuovo il controllo di fronte alla scoperta di quanto fatto, ferisce inavvertitamente la sorella condannandola a morire congelata.
Questo è il momento che più addietro nella recensione ho descritto come il precipitare degli eventi, dopo il quale il film dismette lo stile musical e si fa serrato.
Anna, portata da Kristoff dai troll che le spiegano che solo un atto d’amore può salvarla, corre da Hans, che crede essere il suo vero amore, per farsi baciare. Tornata a corte Hans, che nel frattempo ha imprigionato Elsa, le rivela i suoi veri intenti e la lascia a morire ma Anna, con l’aiuto del pupazzo di neve Olaf, riesce a fuggire e cerca di raggiungere Kristoff, che ha compreso essere l’uomo che ama. Kristoff, intanto, si sta precipitando a palazzo per lo stesso motivo.

Anche Elsa riesce a fuggire, inseguita da Hans che vuole ucciderla, e sul mare ghiacciato si svolge l’ultimo atto del dramma con Elsa che, convinta da Hans di aver ucciso la propria sorella, sta per lasciarsi uccidere da questo e Anna che, scorgendoli, rinuncia a raggiungere Kristoff, ormai vicino, per frapporsi fra la spada di Hans e la sorella.
Proprio in quel momento Anna diventa di ghiaccio spezzando la spada di Hans ed è questo suo sacrificio, dettato dall’amore fraterno, a spezzare la maledizione che grava su di lei e Elsa, una volta compreso l’amore di Anna, romperà davvero la “porta” abbandonando la propria paura e riassumendo il controllo del proprio potere.

Quello che, a vederlo slegato dal conteso, parrebbe il più didascalico dei finali Disney (che la soluzione è l’amore viene ripetuto almeno 3-4 volte) in realtà chiude perfettamente un discorso su questo sentimento lungo 100′ minuti e lo fa con una morale affatto banale: l’amore senza reciproca comprensione e senza una vera apertura verso il prossimo, non è vero amore. Con Frozen la Disney manda in cantina decenni di storie d’amore dove il sentimento viene trattato alla stregua di un’influenza, qualcosa che si contrae semplicemente stando vicino a qualcuno se non proprio vedendolo e basta, e presenta per la prima volta una storia che, girando attorno a questo sentimento, non lo banalizza ma lo esamina in profondità.

Il tutto, come sopra anticipato, con uno stile sottile dove le cose importanti vengono accennate e sottaciute e di primo acchito sembrerebbe “solo” un Classico Disney che si diverte a ironizzare sui canoni dei vecchi Classici, e se fosse solo questo sarebbe comunque abbastanza ma per fortuna è molto di più.

E i personaggi maschili?

 

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E noi?

Grandi assenti di questa recensione, mi rendo conto, i due personaggi maschili di Frozen: il moro e subdolo Hans e il biondo e onesto Kristoff (inconsapevole, o forse no, richiamo alla più classica iconografia hollywoodiana biondo=buono vs moro=cattivo).
La verità è che per quanto il loro apporto sia importante i due non ricoprono che ruoli da spalla per Anna. Hans, che si palesa come antagonista solo verso la fine, nella prima parte del film, quando appare ancora buono, si offre all’amore di Anna dando il la alla scena che porta alla scoperta dei poteri di Elsa mentre nella seconda parte minaccia la vita di Elsa, creando il contesto per il sacrificio di Anna.
Kristoff, fin da subito, assume il ruolo di aiutante di Anna e lo porta avanti per tutto il film, fino a quando non ne diventerà l’innamorato, ma non fa niente più che aiutarla giacché il suo tentativo di salvarla si rivela inutile (visto che Anna si salva da sola).
Insomma, nessun protagonista d’azione in Frozen, e nemmeno nessun antagonista che buca lo schermo, il che, in un film che alla fine è un racconto sulla sorellanza e le difficoltà personali, ci sta anche.

Questo non toglie che due parole si possono spendere pure per loro. Hans è il più piccolo di 13 fratelli, praticamente l’epitome del figlio cadetto e sfigato che non arriverà mai a niente nella vita. Che tenti con l’inganno e l’omicidio di appropriarsi del regno di Arendelle è, tutto sommato, giustificabile dal suo punto di vista. Anzi, scommetto che tutti gli appassionati di storia e del Trono di Spade che stanno leggendo questa rece saranno d’accordo nel ritenere che stia solo facendo quel che farebbe ogni bravo figlio cadetto dotato di sana ambizione in un mondo ancora governato da logiche dinastiche. La presenza di una motivazione non lo rende un cattivo memorabile (anche perché è la stessa di quasi tutti i cattivi Disney, il “potere! bwahahahahahah”) ma lo rende verosimile.

Su Kristoff è possibile dire qualcosa di più. Pur essendo stato cresciuto amorevolmente dai troll è chiaro che gli scarsi contatti con gli altri esseri umani ne hanno influenzato la natura facendo anche di lui, a modo suo, un disadattato (basti pensare al rapporto quanto meno morboso che ha con la sua renna*). Questo, tuttavia, lo rende perfetto per Anna. Anche se è molto meno ingenuo della principessa possiede la stessa semplicità d’animo e i due, nonostante le divergenze, sono molto affiatati fin da subito riuscendo a mantenere un equilibrio perfetto nel loro rapporto frutto delle circostanze che rende, tutto sommato, il loro breve innamoramento non troppo inverosimile

NO

Anche se un po’ mi diverte pensare che sia finita così…

*Che il rapporto fra Kristoff e la sua renna Sven sia morboso in maniere insospettate lo suggerisce anche quanto cantato dai troll nell’unica canzone della seconda parte (quella che avrei eliminato ma che serve a sollazzare i piccoli e permettere anche ai bambini di due anni di capire la morale) “His thing with the reindeer. That’s a little outside of nature’s laws!”

Altra possibile interpretazione, il messaggio omosessuale

Questa non è una elaborazione mia, ma un’ipotesi interessante pescata in rete e che vi riporto in sunto. Fuori dalla websfera italiana (e figurati se poteva nascere in Italia) furoreggia l’ipotesi che Frozen sia un film sull’omosessualità e le sue difficoltà. A supporto di questa tesi vengono riportati una serie di elementi.

1) Elsa non ha un interesse affettivo verso qualcuno.

Per tutto il film Elsa resta sola, se all’inizio la presenza di due personaggi maschili può far pensare che finiranno con l’appaiarsi con le due protagoniste in realtà è solo Anna a trovare l’amore mentre Elsa non solo non trova l’amore, ma nemmeno dà il minimo segno di essere interessata a qualcuno.
Molti omosessuali, soprattutto lesbiche, hanno voluto leggervi la possibilità che Elsa sia lesbica. Certo, riconoscono che non ci sono prove a favore (Elsa potrebbe semplicemente non interessarsi a nessuno per paura del proprio potere e/o perché ha altro per la testa durante tutto l’arco di tempo coperto dal film) ma non ci sono neanche prove contrarie.

2) Il potere di Elsa come metafora dell’omosessualità.

La tesi non è che l’omosessualità porti l’inverno, intendiamoci, ma è innegabile che il modo in cui i genitori di Elsa la spingono a considerare pericoloso il proprio potere e a nasconderlo ricorda il modo in cui molti genitori trattano i primi segni di omosessualità nei figli e lo stesso si può dire per l’atteggiamento di paura e di ossessione di tenerlo segreto che Elsa ha verso il proprio potere e che molti omosessuali hanno verso il proprio orientamento sessuale.

3) Let it Go

Sempre per proseguire nel parallelo “potere sul ghiaccio” = “omosessualità” la sequenza in cui Elsa libera la propria vera identità cessando di nasconderla potrebbe benissimo corrispondere al momento in cui un omosessuale rivela finalmente al mondo d’esser tale (non per niente il termina ormai in voga anche da noi per indicare il “momento della verità” è coming out che richiama proprio il venire allo scoperto di qualcosa di, fino a quel momento, represso e nascosto).

 

Fin qui direi che è più un wishful thinking (o, in termini accademici, un’operazione ermeneutica) che una corretta analisi dell’ultimo Classico Disney essendoci spiegazioni ben più plausibili e on screen per spiegare certe scelte autoriali che non l’idea che tutto il film sia una metafora sull’omosessualità e le difficoltà di accettarsi per la propria identità sessuale.

Però c’è l’ultimo elemento che in effetti da da pensare

4) Il gaio commerciante

Nel film è presente un venditore di nome Oaken che gestisce un negozio con anche servizio sauna. Quando Kristoff si lamenta del prezzo di quello che vuole comprare questi si offre di aggiungere nel prezzo una visita alla “sauna di Oaken” e, andate al momento 1:38 del video qui sotto (mi scuso per il leggero fuori sincrono ma non ho trovato di meglio)

Oaken si rivolge agli occupanti della sauna chiamandoli “famiglia”, il suo modo di salutarli e indubbiamente gaio e le persone all’interno rispondono allo stesso modo facendo pensare che sia un saluto di famiglia, e che quindi quella sia davvero la SUA famiglia e non una famiglia di clienti. Dal che il primo pensiero è che l’uomo biondo dentro la sauna sia il suo uomo.

Certo, non è detto. Potrebbe essere davvero una famiglia di clienti, affezionati, e la ragazza che appare a destra dell’uomo biondo e che sembra più grande degli altri ragazzi potrebbe essere la moglie ma potrebbe anche essere benissimo, e sarebbe ugualmente semplice, che Oaken e l’uomo biondo siano la prima coppia gay ad apparire in un film Disney e i 4 ragazzi assieme all’uomo biondo nella sauna i loro figli a carico.

Se così fosse, essendo Frozen un film che si diverte a sottrarre la verità a un primo sguardo, la tesi sul messaggio omosessuale del film acquisterebbe altro peso.

Conclusioni

In definitiva, Frozen è un film che merita di essere visto, ma in lingua originale. Solo così, infatti, potrete godere di uno dei migliori classici Disney degli ultimi anni, uno dei più anti-convenzionali (di fatto e in teoria) e un ottimo segno che forse, finalmente, ci siamo e possiamo dire: Il Nuovo Rinascimento Disney è fra noi (sperem…)

Pro

  • Le canzoni a solo di Elsa e Anna sono stupende…
  • Protagoniste affascinanti
  • Personaggi secondari ben congegnati
  • La storia è fra le più profonde viste in un film Disney
  • Livello tecnico altissimo, as usual

Contro

  • …ma alcune delle altre canzoni potevano risparmiarsele
  • la renna Sven è Maximus 2 la vendetta, questo è innegabile
  • La distanza fra Arendelle e la montagna settentrionale dove si rifugia Elsa cambia più volte durante il film da “30 minuti a piedi” a “un giorno e una notte a cavallo”
  • i troll sono simpatici ma fin troppo didascalici

Voto finale

5/7 dopo la Principessa e il Ranocchio, Rapunzel e Ralph Spaccatutto la Disney centra ancora il bersaglio, con minor vigore ma dritti verso la rinascita

P.S. Non potevo chiudere senza un omaggio del fandom a Elsa che trovo bellissimo. Ne approfitto per ricordare che col cavolo che le immagini presenti in questa recensione appartengono al sottoscritto! Non so neanche fare una riga dritta! Sono tutte dei rispettivi proprietari, come anche i relativi diritti ^^

Elsa

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4 pensieri su “Frozen, recensione

  1. LiveALive in ha detto:

    Mi piacerebbe guardarlo, purtroppo non ho ancora trovato il tempo (tre mesi fa, per dire, ho acquistato il DVD dei Miserabili, ed è ancora sigillato sulla scrivania). So che prende ispirazione dalla fiaba originale di Andersen: io amo Andersen, ma La Regina delle Nevi per me è uno dei suoi lavori peggiori, ingiustamente uno dei più famosi. Ma questo c’entra poco, l’ispirazione mi pare piuttosto lontana, così come Il Re Leone è lontanamente ispirato ad Amleto. Piuttosto, tutti questi splendidi fotogrammi, questi trailer, c’è anche la ragazza che ha portato a Britain’s Got Talent quella canzone eccezionale… Tutto mi fa venire davvero voglia di darci una occhiata.
    Considera comunque che non sono molto esperto del settore “film d’animazione”. Per il momento ho voluto comprare solo Ratatouille, dopo averlo beccato per caso sulla Rai, e Wall-E, che è tuttora uno dei miei film preferiti in assoluto.

    Vabbeh, Hendioke, che devo dirti? Mi spiace non aver ancora letto qualcosa di tuo (in riferimento alla “fiction”). Ho visto che c’è qui questo “Alternauti”, e tra un giro in treno e l’altro credo che ci darò una letta.
    Ne approfitto per dirti che sto pensando di aprire un mio sito (non blog). Io studio lettere moderne (sono giovine) e mi piacerebbe creare un sito con dei riassunti spiccatamente comici di ciò che studio. Mi piacerebbe riuscire a spiegare, per esempio, la critica letteraria anche a chi normalmente non se ne interessa.
    Ho iniziato a fare questi riassunti per me alle superiori, ma credo possano piacere anche ad altri. Potrei metterci riassunti sugli autori, elementi di tecnica di scrittura, analisi profonda di testi… Più che recensioni, invece, pensavo di fare una sorta di “guida Michelin”: ciò che è al di sotto della eccellenza semplicemente non prende stelle, ciò che è eccellente invece viene giudicato.
    Insomma, ho tante idee… Se riuscirò a fare qualcosa, verrò a darti il link. Ora ti saluto.

    • Hendioke in ha detto:

      Grazie di essere passato e spero di vederti tornare presto con un link 🙂
      Un sito di critica letteraria seria spiegata in maniera leggera credo proprio servirebbe nella blogsfera italiana dove, alla fin fine, siamo tutti amatori più o meno autodidatti e anche i pochi professionisti, per quel che ho capito, provengono da differenti percorsi accademici (io ho fatto legge, per dirti) 😀

      Spero i primi due capitoli degli Alternauti ti piacciano (e spero passerai sopra alcuni svarioni, come il cambio di nome che subisce il protagonista nel capitolo I a un certo punto… cavolo devo proprio metter su una versione corretta ^^’) adesso sto lavorando, nel tempo lasciatomi libero da lavoro e studio, a un racconto urban-fantasy lontano da “Alternauti” ma che spero di mettere online in pochi mesi e, soprattutto, che venga bene.

      Tornando all’oggetto del post, Frozen è, come hai indovinato, così lontanamente ispirato alla Regina delle Nevi da non c’entrarci niente e spero ti piacerà visto che si inserisce nel nuovo corso dell’animazione Disney, che sta beneficiando dell’unione con Pixar.
      Riguardo a quest’ultima visto che hai apprezzato Wall-E (e come si fa a non amarlo?) e Ratatouille se volessi approfondire l’argomento “film di animazione” ti consiglierei di recuperare (con calma, so bene che la mancanza di tempo è una brutta bestia) altri Pixar (per primi Alla ricerca di Nemo, Up, Monster Inc. e la trilogia di Toy Story) gli ultimi classici Disney (Rapunzel, Ralph Spaccatutto e La principessa e il Ranocchio) e poi di lanciarti sullo Studio Ghibli da cui Pixar ha tratto spesso ispirazione (La città Incantata, Nausicaa della Valle del Vento, Principessa Mononoke, Laputa e Porco Rosso per cominciare poi, abituatoti alla lirica del Maestro Miyazaki, Ponyo sulla Scogliera, Il mio vicino Totoro e via andare).

      A presto!

  2. Pingback: Il Pianeta del Tesoro, Recensione | Hendioke's Lair

  3. Pingback: Liebster Award 2016: la prima volta della voliera – La cupa voliera del Conte Gracula

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