Hendioke's Lair

In the deep of the dragon

L’Ellenismo, una buona ambientazione fantasy? (parte II)

Ben ritrovati con la seconda parte (qui trovate la prima) del nostro trittico sull’Ellenismo come possibile ambientazione fantasy, che si concentrerà sulle possibilità tecnologiche offerte da questa ambientazione.

Ogni volta che pensiamo alla tecnologia antica noi contemporanei tendiamo a scontare un pregiudizio, figlio – secondo me – della seconda Rivoluzione Industriale e dell’inarrestabile e costante sviluppo tecnologico susseguente, che ci porta a pensare alla storia del progresso tecnologico come a un percorso lineare dove le epoche successive sono sempre tecnologicamente più avanzate delle precedenti e invenzioni nuove e più efficaci mandano in pensione quelle vecchie in un ciclo ininterrotto.

In realtà è una sonora cretinata. Certo, dagli utensili in selce del neolitico alla stazione spaziale internazionale dell’era contemporanea è innegabile che la tecnologia si sia evoluta verso una maggiore complessità senza mai tornare indietro agli strumenti di pietra ma in questo lungo percorso la tecnica si è spesso mossa facendo tre passi avanti e un salto indietro, con tecnologie anche molto avanzate che sono scomparse per riapparire molto tempo dopo e invenzioni, che noi riteniamo esser nate in, o esser tipiche di, una certa epoca, che spesso sono nate in tempi insospettati e sono sopravvissute anche in epoche ai nostri occhi troppo moderne per ospitarle.

Che noi si abbia una visione limitata e parziale delle tecnologie a disposizione dei nostri avi ci sta anche, dopotutto alla scuola dell’obbligo la tecnologia raramente entra nelle lezioni di Storia se non, giustappunto, nel momento in cui si affrontano le Rivoluzioni Industriali, il problema è che questa visione di un passato sempre più arretrato man mano che si risale il tempo affligge anche le opere dalle quali ricaviamo il nostro immaginario sull’antichità.
Quadri, film, illustrazioni, fumetti, videogiochi e libri raramente mostrano una raffigurazione accurata del passato ma più spesso si adagiano su come lo spettatore potrebbe immaginarsi l’antichità, quindi sul suo livello scolastico di conoscenza creando, in definitiva, un circolo vizioso che finisce con l’esaltare i pochi elementi tecnologici noti allo spettatore (che spesso ne ha preso conoscenza da altri quadri, film ecc.) e a spalmarli su tutta l’ambientazione di riferimento.
Non c’è da stupirsi se alla fine di tutta questa operazione il cittadino medio sia convinto, ad esempio, che i soldati romani abbiano indossato la lorica segmentata dagli inizi dell’epoca repubblicana alla fine dell’Impero e nemmeno che libri, film e opere visuali ci mostrino, più spesso che non, soldati in lorica segmentata anche a cavallo, quando in realtà l’estensione dell’uso effettivo di questa armatura è argomento molto dibattuto e del suo utilizzo da parte dei cavalieri esistono più prove contrarie che a favore.

lorica segmentata

Lorica segmentata. Attestata fra l’inizio del Principato e il IV secolo è probabile che venisse utilizzata solo in determinati scenari bellici, come nelle campagne partitiche di Traiano, dove la sua impenetrabilità alle frecce la rese decisiva contro gli arcieri a cavallo Parti.

equiti

Legionario ed eques. L’eques indossa la tipica lorica squamata che garantisce minor peso e maggior mobilità.

C’è da dire che questa è una tendenza, e non la regola, e che anche la tendenza, in tempi relativamente recenti, è andata invertendosi. In ambito letterario si può citare la saga de Il Romanzo di Excalibur (1995-1997) di Cornwell che mostra Artù e i suoi cavalieri armati in maniera storicamente plausibile per una cavalleria “pesante” d’élite della Britannia del V secolo, ovvero con armature a scaglie e elmi senza visiera; un immaginario ben lontano dalle armature complete a piastre e i cavalli riccamente bardati della tradizione che anche opere contemporanee hanno spesso ripreso.

Sarmatian_Knight

Sia che si segua la teoria di Cornwell di cavalieri pesanti bretoni armatisi sul continente, sia che si segua la teoria storica che vede nei cavalieri della Tavola Rotonda i sottoposti sarmati di Artorius dobbiamo immaginare Lancillotto&Co. così (l’immagine si riferisce a cavalieri sarmati)

Tuttavia, questa inversione, oltre a non essersi compiuta del tutto (basti pensare agli equipaggiamenti meltin’ pot-ninja del film King Arthur del 2006, che pure segue la teoria storica di Artorius)

 

king_arthur2

Lancillotto secondo Antoine Fuqua e il suo costumista…

non ha portato a una maggior attenzione verso il contesto tecnologico dell’epoca scelta come ambientazione al di fuori di quegli elementi particolarmente vistosi (come, appunto, abbigliamento ed equipaggiamento) o particolarmente importanti, come, ad esempio, gli strumenti di navigazione e l’ingegneria navale del IX secolo in Vikings, serie TV di History basato sulle avventure dell’esploratore norreno Ragnar Lodbrok che, secondo leggenda, fu il primo vichingo a navigare fino alle Isole Britanniche e a razziarle.

sun stone

Ragnar Lodbrok con una pietra del sole, utilizzata prima della bussola per individuare il sole anche con cielo coperto e poter così calcolare la rotta.

Il che è un peccato perché la tecnologia determina lo scenario in cui le persone si muovono, il paesaggio che fa da sfondo alle loro gesta, oltre a influenzare il loro modo di fare esperienza del mondo, la loro visione del mondo e il loro modo di affrontare i problemi.
Delle varie epoche storiche una dove la dicotomia fra immaginario e realtà, sotto l’aspetto tecnologico, è molto forte è, neanche a farlo apposta, il periodo Ellenista (dal IV al I secolo a.C.) e la storia della Grecia antica nel suo complesso.
Tutti noi abbiamo presenti alcune meraviglie tecnologiche che arrivarono a creare i Greci ma, come a voler mantenere intatto il nostro pregiudizio di una progressione lenta, costante e noiosa dello sviluppo tecnologico, tendiamo a conoscere solo le geniali invenzioni di alcuni specifici scienziati dell’antichità ai quali, fra l’altro, vengono attribuite elaborazioni scientifiche e tecnologiche troppo ampie perché possano essere solo frutto del loro, comunque considerevole, ingegno.

A Erone di Alessandria, ad esempio, viene riconosciuto di aver inventato un organo a vento azionato da una piccola girandola ma si ignora il passaggio in cui questo descrive la girandola come simile all’ànemoùrion, che deve averne chiaramente ispirato la creazione e che con molta probabilità altro non è che il mulino a vento, invenzione attestata all’epoca nel mediterraneo e che l’uso di ànemoùrion come toponimo di due promontori in Cilicia deve farci pensare fosse presente anche in Grecia.

Ecco, voi sapevate dell’esistenza di mulini a vento nella Grecia antica, o che avessero gli organi (che di solito erano idraulici)? Bhe neanch’io prima di iniziare questo articolo e spulciare questo link.
L’antica Grecia riserva parecchie chicche sfiziose di questo tipo e nel proseguo del post mi riservo, senza un particolare ordine, di esporvi quelle che ritengo più interessanti e weird da impiegare in una ambientazione fantasy Elleno-ispirata. Faremo anche una capatina nell’Impero Romano d’Oriente, o di Bisanzio, come viene chiamato dagli storici dopo la caduta dell’Impero Occidentale. Chiariamoci, per quel che mi riguarda, nonostante il nome affibbiatogli dagli storici e le denigrazioni – strumentali – dei sovrani occidentali e del Papa, quel che è sopravvissuto alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente è da considerarsi Impero Romano, sopravvissuto fino al 1453 attraverso alterne fortune, in virtù della ininterrotta continuità istituzionale e politica col precedente Impero. Ciò nonostante, è innegabile che l’Impero Romano d’Oriente, rimasto poi l’unico, è stato fortemente influenzato dalla mentalità e dalla tradizione greche (tanto da adottare, a un certo punto, il greco come lingua ufficiale accanto al latino, con gli abitanti che si consideravano Romei, ovvero romani ma detto in greco) pertanto lo includerò in questo lavoro (e lo ritroveremo anche nell’ultima parte del trittico).

Cominciamo.

 Gastraphetes

Questo bizzarro termine che potrebbe far pensare a problemi di stomaco in realtà vuol dire “Arco da pancia” ed è il nome della seguente arma

Gastraphetes

che altro non è che la balestra più antica d’occidente e si gioca, con la sua controparte cinese, il primato di balestra più antica del mondo. Come potete vedere dalla ricostruzione in foto (e conservata al castello di Salisburgo) si trattava di un’arma parecchio intuitiva, una specie di uovo di colombo della oplologia.

Un arco troppo potente (la potenza di un arco, o libbraggio, indica lo sforzo necessario a tenderlo) per essere usato a mani nude veniva montato su un supporto ligneo dotato di una guida di scorrimento e di denti di arresto intagliati nella (o applicati ai lati della) parte terminale, che contrariamente a qualsiasi altra balestra di epoche successive finiva in un manico a forma di ampia forcella. Una listella di legno leggermente scanalata era posta nella guida, con un meccanismo di arresto in basso, per bloccarla e sbloccarla grazie ai denti di arresto del supporto, e un gancetto sulla parte superiore, con un piccolo meccanismo di blocco, per agganciare e sganciare la corda dell’arco.
Al momento di caricare l’arma la listella veniva spinta in avanti lungo la guida fino ad agganciare la corda dell’arco con l’apposito gancetto e a quel punto era solo questione di tendere l’arco poggiando la listella contro il suolo, afferrando il manico a forcella con entrambe le mani e spingendo verso il basso finché la listella non si fosse messa in posizione portandosi la corda dietro. Il nome dell’arma deriva dal fatto che, per meglio vincere la resistenza dell’arco, il balestriere trovava più comodo premere il manico della balestra contro l’addome e spingere con tutto il peso del proprio corpo.

Gastraphetes_-_catapult_ancestor_-_antica_catapulta

Lavoro de panza, lavoro di sostanza

una volta teso l’arco il procedimento di carica diventata uguale a quello di ogni altra balestra: sistemare il proiettile nella scanalatura, a contatto con la corda, puntare, mirare e sganciare. Una volta scagliato il dardo doveva essere un attimo liberare la listella, farla scorrere, agganciare la corda e ricaricare. Non ho trovato informazioni sul rateo di tiro di quest’arma ma immagino dovesse trattarsi di una carica ugualmente, se non più rapida, della balestra a staffa (che il balestriere ricarica tendendo la corda a mano, mente con un piede tiene fissa la balestra a terra grazie all’apposita staffa di metallo) e certamente più rapida delle balestre più tarde dove la ricarica viene effettuata tramite congegni meccanici come leve, ruote ecc.
Per quanto riguarda la potenza e la gittata bisogna considerare che gli archi greci erano archi compositi (in questo più vicini alla tradizione orientale che alla successiva tradizione occidentale di archi di legno), formati da uno strato interno di osso, uno mediano di legno e uno esterno di tendini. Gli archi compositi, a parità di dimensioni, sviluppano maggiore potenza degli archi di solo legno e quindi dobbiamo immaginare che il gastraphetes dovesse essere un’arma particolarmente temibile.

L’origine di questa arma è incerta con riguardo al luogo di origine (anche se una leggenda la vorrebbe inventata dagli artigiani di Dionisio I di Siracusa nel 399 a.C.) e con riguardo al tempo ci si può solo affidare a quanto ci riporta Erone di Alessandria (dal quale ci viene la descrizione più accurata in nostro possesso di questa balestra) che ne pone la nascita antecedentemente al 420 a.C..

Erone, nel descrivere l’arma, si rifà in realtà agli scritti di Bitone, ingegnere del III sec. a.C., il quale cita a sua volta l’ingegnere Zapeto. Sono questi due a compiere, o a registrare, il passaggio evolutivo dal gastraphetes alla catapulta. Esatto, l’arma che vi ho appena descritto viene accreditata dagli antichi greci come l’antenato della catapulta. Sostituendo il meccanismo di tensione con un sistema a leve (oxybeles) era possibile creare archi molto più grandi e in grado di scagliare dardi e pietre, successivamente l’oxybeles venne sostituito dalla più raffinata, e di lungo successo, balista.

Oxebeles

Oxybeles

Ballista

Una balista del 50 a.C.

 

 Balista ad aria compressa e balista a ripetizione

Arrivati alla balista sarebbe un peccato andare oltre senza approfondire i due modelli più weird che l’antica Ellade ha da offrirci.

Il primo modello è la balista ad aria compressa di Ctesibio. Questi era un ingegnere alessandrino di umili origini che visse e operò nel III secolo a.C. alla corte dei tolomei fondando, a quanto è possibile desumere dalle fonti, una scuola di ingegneri e operando diverse scoperte importanti nel campo dell’idraulica (sua la scoperta del sifone e l’invenzione della pompa per sollevare l’acqua).
Grazie anche alle sue conoscenze in campo idraulico Ctesibio possedeva una buona comprensione di principi quali l’elasticità dei fluidi e dei gas e i mezzi tecnici per sfruttare dette conoscenze, cosa che puntualmente fece con la sua balista.

Come saprete, o avrete potuto dedurre dalla immagine di balista sopra riportata, quest’arma non si affida, per scagliare il proiettile, alla forza sviluppata in tensione da un arco ma alla forza sviluppata da due diversi meccanismi di tensione cui si collegano due braccia autonome collegate fra loro dalla corda. Tirando la corda si muovono le braccia, i meccanismi cui sono collegate vanno in tensione e una volta rilasciata la corda la tensione accumulata distende braccia e corda imprimendo forza al proiettile.

Il meccanismo tipico di tensione consiste in un fascio di corde che il movimento del braccio torce sviluppando la forza di tensione. Ctesibio decise di sostituire questi meccanismi con una coppia di cilindri e pistoni metallici, come da immagine qui sotto (dove, pero, credo la posizione dei cilindri sia inesatta, a meno che il pistone non sia collegato al braccio da una giunzione, ma vabbé).

air

 

Tendendo la corda per caricare l’arma il braccio spinge il pistone dentro il cilindro, l’aria all’interno viene compressa per poi, al momento del tiro, espandersi fornendo al braccio la spinta necessaria per tirare la corda e scagliare il proiettile. Nota di colore: al momento del tiro le superfici del cilindro e del pistone, sfregando velocemente fra loro, sviluppavano scintille.
Il vantaggio di quest’arma, che a detta del suo autore sviluppava la stessa potenza delle baliste tradizionali, era che i cilindri e i pistoni, se non abbandonati all’incuria e alla ruggine, garantivano una resistenza all’usura e una costanza nelle prestazioni nettamente superiore ai normali meccanismi a torsione.
Il motivo per cui non si è mai diffusa, tuttavia, credo sia da ricercarsi nel fatto che mentre legno e corde si possono trovare ovunque, ad Alessandria come nell’ultimo villaggio della Colchide, il metallo era già un altro paio di maniche, costruire cilindri e pistoni perfettamente combacianti, poi, richiedeva indubbiamente mezzi (e probabilmente conoscenze) troppo fuori dalla portata dell’ingegnere militare medio che spesso e volentieri lavora nei campi militari, in botteghe improvvisate. Ne consegue che, per quanto figa, la balista di Ctesibio era, all’epoca e nelle epoche successive, antieconomica da produrre in gran numero.

 

La balista a ripetizione, il polybolos, ci viene descritto da Filone di Bisanzio e la sua invenzione viene accreditata a Dionisio di Alessandria, operante nel III sec. a.C., sempre nella prolifica città dei Tolomei.

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Sempre dal Castello di Salisburgo (che vi consiglio caldamente di visitare), la ricostruzione di un polybolos (l’arma a sinistra dell’immagine)

Per volti versi, questa balista ricorda un gastraphetes, solo con le braccia indipendenti tipiche della balista e con un meccanismo di ricarica e tiro automatizzato. Il meccanismo era caratterizzato da una serie di ingranaggi collegati fra loro con una catena (il che permetteva la loro attivazione automatica e in rapida successione) che, mentre l’operatore si limitava a girare una manovella, svolgevano le seguenti operazioni.
Prima di tutto, la listella che avrebbe poi accolto il proiettile veniva spinta in avanti fino ad agganciare la corda, poi, girando la manovella nel senso di rotazione opposto, veniva tirata indietro, tenendo la corda, intanto un palo di legno scanalato sul fondo del caricatore (una cassetta di legno contenente i dardi e posta sopra l’arma) ruotava afferrando un proiettile e facendolo cadere in posizione. A questo punto l’arma era carica e continuando a far retrocedere la listella questa avrebbe urtato la struttura sovrastante (e accogliente i proiettili) col meccanismo di blocco della corda innescando lo sgancio della stessa.
Scagliato il proiettile bastava cambiare di nuovo verso di rotazione e far avanzare la listella (o mensa, come la chiama wikipedia). Con qualche modifica tecnica era anche possibile far avanzare e retrocedere la listella ruotando la manovella sempre nello stesso senso, per una maggiore semplicità di utilizzo.

Qualora la spiegazione vi abbia confusi, a questo link potete vedere il polybolos in azione.
Qui una rivisitazione tamarra per LARP

Il motivo per cui questo modello di balista non si è diffuso, nonostante appaia impressionante, immagino sia da ritrovarsi nella sua complessità. Possiamo immaginare che si inceppasse facilmente, fosse facile a rompersi o che non fosse alla portata di tutti la sua costruzione in buon numero, soprattutto volendo usare una catena di ferro senza arrangiarsi con surrogati di corda.

Il “motore” a vapore

Come ci ha dimostrato la famigliarità mostrata da Ctesibio col concetto di elasticità dei fluidi, le conoscenze di fisica dei greci non erano affatto elementari e non deve quindi stupire che oltre a padroneggiare l’aria compressa siano arrivati a padroneggiare anche il vapore acqueo. In particolare l’inventore che per primo riuscì a farne un uso fu il buon Erone di Alessandria, nel I sec. d.C., attraverso due invenzioni basate su questa forma di energia: l’eliopila e le porte del tempio

L’eliopila, in verità, era una invenzione priva di applicazione, una di quelle cose che gli scienziati costruiscono giusto per dimostrare la bontà di una teoria; in questo caso la possibilità di trasformare il vapore in movimento.
Questa macchina si componeva di un contenitore metallico, a forma di bacinella e dotato di gambe d’appoggio, chiuso da un coperchio con due fori equidistanti dal centro sui quali erano montati due tubi cavi di metallo le cui estremità, curvate verso il centro della macchina, si infilavano e al tempo stesso reggevano una sfera metallica con due ugelli curvi posti agli antipodi. La sfera era libera di ruotare sui tubi di appoggio e gli ugelli curvavano nello stesso senso di rotazione, orario o antiorario che fosse.

Aeolipile

Il funzionamento era abbastanza intuitivo, in verità. Riempiendo la bacinella chiusa (il serbatoio della macchina) di acqua e accendendovi un fuoco sotto per farla evaporare si doveva solo attendere che il vapore risalisse i tubi, riempisse la sfera e iniziasse a uscire dagli ugelli. Poiché la sfera si riempiva più velocemente di quanto si svuotasse era solo questione di tempo prima che il vapore raggiungesse una pressione tale da uscire fuori dagli ugelli con la forza necessaria per far ruotare la sfera a velocità sostenuta.

Come detto, si trattava di una macchina dimostrativa di principi fisici, i greci non svilupparono mai motori a vapore in grado di muovere mezzi come navi o carri e le spiegazioni possono essere molteplici.
Da una parte non vi era una reale esigenza di carri semoventi. Forse i romani avrebbero potuto farsi affascinare dall’idea di carri in grado di muoversi senza cavalli lungo le solide e piane strade dell’Impero ma ai greci dalle terre collinari e ai greci-egizi, che avevano tutto il paese a portata di fiume, cosa sarebbe dovuto interessare? Senza contare che fin da subito le macchine a vapore hanno trasformato l’energia del vapore in movimento attraverso sistemi di pistoni, cilindri e cinghie di trasmissione; tutte invenzioni note ai greci ma che rendevano la costruzione di un’auto meno intuitiva di quanto si possa pensare e che, in assenza di una industria pesante dei metalli, avrebbero reso questi carri estremamente costosi e rari.

Più semplice sarebbe stato creare un rozzo motore a pale per natanti (sarebbe bastato porre una grande eliopila fuori bordo e collegarvi delle ruote), ma anche qui entrano in gioco fattori di convenienza. Navi e battelli a vapore sarebbero stati indubbiamente più interessanti per i greci, e per i greci-egizi in particolare, ma la loro resa avrebbe giustificato la sostituzione delle barche e delle navi a remi e a vela? E, soprattutto, che fine avrebbero fatto i rematori (che in molte città greche erano una componente fondamentale della società e nei regni erano comunque sudditi che se lasciati a casa avrebbero potuto creare problemi)?

Anche se i greci non svilupparono mai mezzi a vapore, per mancanza di tecnica o per mancanza di motivazioni, resta il fatto che l’eliopila di Erone è un ottimo spunto per tutti gli scrittori di fantasy in quanto offre l’appiglio per poter tratteggiare civiltà fantastiche dotate di mezzi a vapore che siano al tempo stesso verosimili e non ricalcate sulla società vittoriana o su futuri post-apocalittici di retrocessione scientifica. Provate a immaginare un romanzo di pallio, xifos e carri corazzati a vapore!

Porte automatiche

Il macchinario di Erone per aprire e chiudere le porte del tempio di Serapide in Alessandria col solo impiego, apparente, del fuoco fu l’unica applicazione pratica dei principi della macchina a vapore operata dall’inventore alessandrino, anche se il suo scopo era più suscitare meraviglia che fornire un’utilità.
Sotto il livello del tempio venne ricavata una stanza dove erano disposti due pali le cui estremità superiori sparivano nel soffitto, innestandosi nei lati delle porte del tempio (così che, ruotando, i pali potessero muoverle), mentre le estremità inferiori erano infilate in dei sostegni nel pavimento. I pali erano avvolti da due corde in grado, se tirate, di farli ruotare in un senso o nell’altro; la corda tirando la quale i pali avrebbero chiuso le porte si collegava a un contrappeso, la corda che avrebbe invece aperto le porte si collegava a un secchio in parte riempito di acqua. Un sifone metteva in collegamento il secchio, e il suo contenuto, con un serbatoio pieno d’acqua e un tubo metteva in collegamento, attraverso il soffitto, questo serbatoio con un altare cavo, posto davanti alle porte, nella cui parte superiore era ricavato un braciere.

Macchina_di_Erone

Ecco come ce la presenta Wikipedia

 

Accendendo un fuoco nel braciere l’aria all’interno dell’altare si scaldava, espandendosi attraverso il tubo e spingendo l’acqua contenuta nel serbatoio, attraverso il sifone, dentro il secchio. Il secchio arrivava così a pesare più del contrappeso facendo ruotare i pali e aprendo le porte. Una volta spento il fuoco l’aria tornava al volume precedente, la pressione nel serbatoio diminuiva, l’acqua dentro il secchio, per il principio dei vasi comunicanti, tornava indietro e questo si alleggeriva consentendo al contrappeso di far ruotare i pali in senso opposto, chiudendo le porte.

Poco utile, a pensarci bene, ma doveva essere di grande impatto sui fedeli dell’epoca e sarebbe una buona nota di colore in un romanzo.

Cannone a vapore

Prima di passare ad altro penso sia giusto chiudere sull’argomento greci e vapore con un’invenzione che è prossima alla leggenda ma che è più che verosimile e molto interessante. Il cannone a vapore.

L’origine di quest’arma è incerta, così come la sua effettiva esistenza. Leonardo da Vinci, da cui ci viene l’unico disegno di come potesse essere quest’arma, ne attribuiva l’invenzione ad Archimede, ma potrebbe trattarsi di una attribuzione fasulla, per accrescere l’appetibilità di una propria invenzione. Cesare, nel De Bello Civili, riferisce che durante l’assedio di Marsiglia dalla città vennero scagliati dardi di balista in grado di perforare diverse protezioni lignee usate dal suo esercito per proteggersi durante i lavori preparatori dell’assedio e alcuni sospettano che dietro questi impressionanti dardi potesse esservi il cannone a vapore.

Comunque sia il cannone a vapore, anche non fosse mai esistito, resta un’arma verosimile e trovo meriti di essere comunque citata nelle due versioni a noi giunte. Leonardo, nei suoi disegni, la raffigura come un cilindro cavo chiuso da un lato, con una strozzatura al suo interno non troppo distante dal lato chiuso e un foro attraverso il quale sarebbe dovuto passare un tubo di metallo forato che si sarebbe trovato sospeso fra la parte chiusa dell’arma e della strozzatura, all’interno dell’area che avrebbe costituito la camera di scoppio dell’arma.

Caricata l’arma con un proiettile sferico, tenuto fermo da una parte dalla strozzatura interna e dall’altra da un palo di legno (che poteva essere dotato di punta di ferro e diventare a sua volta un proiettile) infilato nell’affusto del cannone e tenuto saldo da una trave di legno posta sulla bocca dell’arma, si doveva accendere un fuoco sotto la parte chiusa del cannone e, raggiunta la giusta temperatura, far defluire dell’acqua da un serbatoio posto in alto dentro il cannone attraverso il tubo forato. In teoria l’acqua, vaporizzandosi all’istante, avrebbe dovuto riempire presto la camera di scoppio delimitata dal fondo del cannone e dal proiettile fino a quando la pressione su quest’ultimo non gli avrebbe impresso una spinta tale da rompere la tavola sulla bocca del cannone e far volare via il proiettile e il palo (o secondo proiettile) che lo teneva fermo.

Purtroppo i Mythbusters hanno dimostrato che questa versione del cannone non può funzionare in quanto l’acqua iniettata attraverso il tubo non riesce ad ottenere lo scopo di una vaporizzazione istantanea che sviluppi abbastanza potenza da esplodere un colpo.
Il cannone a vapore avrebbe potuto funzionare in maniera più semplice togliendo il tubo di immissione dell’acqua e versando l’acqua nella camera di scoppio prima di inserire il proiettile attendendone poi la totale evaporazione una volta messa a scaldare. In questo modo l’arma avrebbe sicuramente funzionato, con però lo svantaggio relativo di avere un rateo di tiro lentissimo richiedendo, ogni volta, di dover portare l’acqua ad ebollizione, raggiungere la pressione sufficiente a far partire il colpo e attendere (o provocare con ulteriore acqua) il raffreddamento dell’affusto per poter ricaricare l’arma.

Ho parlato di svantaggio relativo perché i primi cannoni della storia occidentale sparavano pochi proiettili al giorno quindi il lentissimo rateo di tiro non avrebbe costituito un disvalore se compensata da un’adeguata potenza. Va considerato che i primi cannoni venivano utilizzati per abbattere mura di cinta (se assedianti) e fortificazioni stabili dell’accampamento nemico (se assediati).
Lo svantaggio di quest’arma, semmai, si sarebbe rinvenuto nella sua necessità di utilizzare acqua (e maggiori le dimensioni del cannone maggiori le quantità di acqua da impiegare per ogni colpo) come carburante per lo scoppio. In una città assediata l’acqua, anche quella non potabile, è più utile bollirla per berla che impiegarla per tirare proiettili addosso ai nemici. Anche per gli assedianti un tale dispendio di acqua sarebbe potuto risultare scomodo, a meno di non poter contare su una fonte di acqua a portata di mano.
Il che ci fa comprendere come quest’arma sia molto adatta ad uno scenario ellenico visto che giusto presso Popoli particolarmente dediti alla navigazione come i Popoli ellenici si sarebbe potuto presentare lo scenario bellico  ideale per l’utilizzo di quest’arma (l’assedio di città portuali, con possibilità per ambo le parti di attingere acqua dal mare o dall’estuario di un fiume) abbastanza spesso da poterne rendere verosimile la diffusione (e infatti l’unica fonte storica che da adito all’idea che quest’arma sia mai esistita ne collocherebbe l’utilizzo nel mezzo di un assedio a una città portuale).

Quanto sarebbe potuto essere potente un cannone a vapore? Sempre i Mythbusters, assieme a una classe del MIT, hanno testato una versione in piccolo e modificata del progetto di Leonardo, i cui dettagli non sono stati resi noti (per evitare l’emulazione casalinga immagino), che non solo si è rivelata funzionante, ma ha sparato proiettili da mezzo chilo alla velocità di 500 m/s, sviluppando una forza di 23.000 Joules; una potenza superiore a quella sviluppata da un proiettile calibro .50 sparato da un mitragliatore da guerra Browning, con la differenza che il .50 pesa 50 g al più, qui parliamo di un proiettile di massa 10 volte superiore (trovate tutti i dettagli dell’esperimento qui). Il tutto usando mezza tazza d’acqua!

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Immaginate che questo gingillo spari leggermente più forte e, soprattutto, proiettili da mezzo chilo e avrete un’idea del potenziale offensivo di un cannoncino a vapore

In definitiva, che l’abbiano fatto per davvero o no, avevano per le mani la possibilità di creare cannoni ad acqua che, a seconda delle dimensioni di fabbricazione, avrebbero potuto sprigionare una forza tale da non aver nulla di invidiare ai cannoni a polvere da sparo successivamente sviluppati nel continente. E se questa possibilità l’avevano i greci ce l’hanno anche i Popoli dei vostri romanzi fantasy 😉

 

Linothorax

Abbandoniamo le armi e dedichiamoci per un attimo all’altro aspetto della guerra: la difesa. Spesso vi sarà capitato di vedere, soprattutto in illustrazioni, guerrieri greci indossare capi di vestiario come questo

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e chiedervi se i greci si sentissero abbastanza al riparo dietro i loro oplon (gli scudi tondi da oplita) da non avvertire il bisogno di maggior protezione, oppure vi sarà capitato di vedere vesti della stessa foggia però in cuoio e prenderle per delle protezioni leggere.
In realtà le riproduzioni in cuoio sono per lo più reinterpretazioni moderne di artisti che non comprendono come potessero i greci alle volte andare in guerra senza armature ignorando che la veste di lino dell’immagine sopra era un’armatura e anche una delle migliori.

La Linothorax (letteralmente “armatura di lino”) era una protezione alternativa alle corazze di bronzo che aveva il vantaggio di essere più leggera di una corazza di metallo senza perdere in efficacia e, quindi, era particolarmente indicata per campagne che richiedevano lunghe marce e di attraversare territori dai climi impervi. Il suo uso è attestato lungo un arco di tempo di mille anni con una particolare diffusione nelle campagne persiane come quella di Alessandro (e alla quale si riferisce la miglior rappresentazione di una linothorax pervenutaci).

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La linothorax del Re

Su alcuni aspetti della fabbricazione di quest’armatura gli storici sono discordi (e, complice la natura dei materiali, non ne è giunta alcuna fino a noi da poter esaminare) ma è pacifico che si trattasse di una armatura composta da diversi strati di lino (si ipotizza un numero di strati fra i 12 e i 20) tenuti insieme da colla oppure da punti metallici (a opinione degli storici che rilevano come ai tempi le colle a disposizione fossero tutte idrosolubili ergo, o i greci possedevano una colla di cui non sappiamo niente o le armature si sarebbero rovinate con la pioggia). Gli strati di lino, quale fosse la tecnica che li teneva assieme, una volta pressati gli uno sugli altri formavano una barriera dalla resistenza paragonabile all’odierno kevlar, in grado di fermare financo le frecce, come potete vedere in questo video

Per maggior protezione sull’armatura potevano esser cucite delle lamelle di metallo (come potete vedere dal mosaico sopra) che però aggiungevano poco alla protezione già fornita da questo giubbotto antiproiettile antelitteram. Lo studio più completo su quest’armatura è il Linotohrax Project (sono gli stessi del video sopra postato). Sulla loro pagina potete trovare molte informazioni utili per poter introdurre quest’armatura (o armature simili) nella vostra ambientazione, ad esempio, scoprendo che sensazione si prova ad indossarne una (risulta all’inizio fredda e rigida per poi scaldarsi e ammorbidirsi con l’uso finendo con l’adattarsi ai movimento del guerriero che l’indossa)

Potete anche trovare un documentario dove uno degli studenti si offre come bersaglio umano per testare la resistenza alle frecce!

La Siracusia

Questa non è esattamente un’invenzione ma merita uno spazio nella nostra rassegna a dimostrazione di come i greci fossero in grado, volendo, di tirar fuori opere esageratamente larger than life che non stonerebbero affatto in un fantasy. Inserisco questa, invece che opere ugualmente imponenti come il Colosso di Rodi, il Faro di Alessandria, il Mausoleo di Mausolo o la statua di Zeus, perché , al contrario delle altre, è più vicina allo spirito di bizzarria tecnologica di questo post.

La Siracusia era una nave progettata da Archimede e costruita da Archia di Corinto per il tiranno Gerone II di Siracusa che ne fece dono a Tolomeo III d’Egitto che la ribattezzò Alessandria.

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L’idea era di fare della Siracusia la nave di piacere più grande del Mediterraneo e ce la fecero! Lunga 110 m questa bellezza poteva ospitare fino a 1942 passeggeri e 1600-1800 tonnellate di beni. La sicurezza era garantita dalla presenza di 200 soldati, otto torri di vedetta sul ponte e una catapulta gigante. La nave era impreziosita da decorazioni di marmo, avorio e altri materiali preziosi e il benessere dei passeggeri era garantito da una serie di comodità come una libreria, una palestra, una sala da disegno e un piccolo tempio dedicato ad Afrodite; Las Vegas greeck version!

Purtroppo questo straordinario simbolo di potere e prestigio, questa nave da crociera di lusso ante litteram, navigò una volta sola, da Siracusa fino ad Alessandria ricolma di grano siculo che venne donato a Tolomeo III assieme alla nave.
Il motivo per cui la nave non venne più utilizzata è da ritrovarsi nel fatto non c’erano praticamente porti, salvo immagino i porti di Siracusa e Alessandria, nel Mediterraneo che potessero ospitare una bestia del genere e i porti, ancora oggi ma soprattutto un tempo, sono un grosso limite per l’ingegneria navale: è inutile costruire navi giganti se al momento di ripararle,caricare e scaricare merci e uomini o metterle a riposo non hai un porto in grado di accoglierle.

Quindi niente futuro per le navi giganti nell’antichità. Questo non toglie che un mondo fantasy potrebbe ovviare al problema presentando l’adeguato numero di porti delle giuste dimensioni per consentire lo sviluppo di navi come la Siracusya, o come la Tessarakonteres, amichevolmente detta “Forty”, che segue!

Tessarakonteres

Tolomeo IV, come molti figli e regnanti con la sventura di avere lo stesso nome del babbo e di ereditarne la posizione, decise che doveva essere ancora più grande di suo padre e poiché evidentemente doveva essere distratto quando il padre gli spiegò, se mai gli spiegò, perché la Siracusia andasse smantellata, così come doveva essere distratto mentre gli veniva spiegato che significa essere un grande monarca, decise di raggiungere lo scopo costruendo una nave ancora più grande di quella del padre!

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Per una nave grande, ci vuole un facepalm grande

Così Tolomeo IV concepì e ordinò la costruzione della Tessarakonteres che non vuol dire “nave alimentata dal Tesseract dell’universo Marvel”

Tesseract

Anche se sarebbe un’idea figa…

ma “quarantireme”. Esatto, “quarantireme”. Questa bestia assoluta del mare aveva 40 rematori per ogni colonna di tre remi. Per darvi l’idea è otto volte il numero di rematori che muovevano le navi da guerra più diffuse dell’antichità, le quinqueremi, e comunque quattro volte i rematori delle deceremi, le navi più grosse, assieme alle noveremi, ch’era possibile trovare nelle flotte antiche senza dover ricorrere a scherzi dell’ingegneria navale.

E uno scherzo dell’ingegneria navale la Forty lo era veramente.

tessakonteres

 

Lunga 128 m, richiedeva, per muoversi, 4000 rematori più altri 400 membri d’equipaggio. Sul suo ponte poteva ospitare fino a 3.000 soldati (all’incirca la metà di una legione romana). E’ proprio il dettaglio dell’immenso ponte, descritto come una vera e propria fortezza galleggiante, che ha spinto lo studioso di storia marittima, Lionel Casson a ipotizzare che in realtà la Tessarakonteres fosse un gigantesco catamarano, formato da due ventireme connesse con un gigantesco ponte che ospitava le fortificazioni, le catapulte e i soldati.

In ogni caso, che fosse a uno o a due scafi, la Forty resta la nave da guerra più formidabile dell’antichità. Peccato che non partecipò mai a una battaglia. Eh già, solo alla fine della sua costruzione Tolomeo IV si ricordò del perché il padre avesse smantellato la Siracusia; la Tesserakonteres per quel che ne sappiamo non venne mai impiegata ed anzi si guadagnò il soprannome di “nave immobile”…

Ma quello che è stato un grande fail per un regnante Greco-egizio potrebbe essere la punta di diamante della flotta di una qualche super potenza fantasy elleno ispirata, basta ricordarsi di risolvere il problema dei porti come dicevo sopra 🙂

La macchina di Anticitera

Per non allontanarci troppo dall’ambito navale direi che è il momento giusto per citare la macchina di Anticitera. Si tratta di un macchinario recuperato da un relitto affondato nel I sec a.C. presso l’isola di Anticitera (da qui il nome della macchina) che è l’isola, come suggerisce il nome, antistante Citera*. Si tratta di un planetario mosso da rotelle dentate e i cui meccanismi interni lo rendono, per complessità e precisione, il primo elaboratore meccanico della storia.

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Grazie alla presenza di venti ruote dentate (che gli consentivano un ratio di 254:19, il rapporto fra rotazioni della luna e anni solari) e di un differenziale, che come ci spiega wikipedia serviva a sommare o sottrarre fra loro le rotazioni di due date rotelle, permetteva di calcolare sia l’anno solare che quello lunare, le fasi della luna, le eclissi, l’avvicendarsi delle costellazioni, le rotazioni dei cinque pianeti del sistema solare visibili ad occhio nudo (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno), i mesi, le settimane, gli equinozi, i solstizi e le date delle olimpiadi.

Tutta questa tecnologia era racchiusa in una macchina di 30×15 cm, dello spessore circa di un libro!

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Ricostruzione parzialmente ipotetica del meccanismo interno

L’importanza di questa macchina non sta solo nel suo essere un fantastico elaboratore ma nell’essere la prova di come fosse avanzato il livello tecnologico dei greci nel campo della meccanica, della astronomia e, di conseguenza, della navigazione. Questa macchina, oltre ad essere un ottimo spunto per macchine simili da equipaggiare alle flotte dei vostri racconti, permette di poter tratteggiare società elleno ispirate molto avanzate meccanicamente senza perdere di vista la verosomiglianza col soggetto di partenza 🙂

*ho citato Citera per inserire un funny but interesting fact. Come saprete Citera è l’isola dove è approdata Afrodite dopo esser nata dalla spuma delle onde sollevate dalla caduta in mare dei testicoli di Urano, evirato da Crono. Ebbene, di fronte alla costa orientale di Citera ci sono due minuscole isole (di fatto dei giganteschi scogli, Megale Dragonera e Micro Dragonera). Indovinate cosa sarebbero secondo il mito? Vi assicuro che a guardarli dalla costa non ci vuole molto a realizzare.

 Comunicazione a distanza

Per poter comunicare a distanza in tempi rapidi, soprattutto per scopi militari come la segnalazione di un esercito in avvicinamento o simili, i Greci idearono una semplice ma ingegnosa macchina da impiegare sulle torri di segnalazione che consentiva di adempiere allo scopo senza troppa fatica.

Ogni torretta facente parte del sistema di comunicazione veniva dotata di un recipiente colmo d’acqua, con un rubinetto sul fondo e un galleggiante all’interno, sul quale veniva montata un’asta con dei segni incisi a differenti altezze che passava attraverso un foro nel coperchio del recipiente.

Al momento di dover comunicare qualcosa alla torretta adiacente gli addetti alzavano una torcia e segnalavano l’intenzione di comunicare. La torretta ricevente alzava anch’essa una torcia per segnalare la disponibilità a ricevere e nel momento in cui entrambe le torce venivano levate gli addetti alle torrette aprivano i rubinetti dei loro macchinari, raccogliendo l’acqua in un secondo recipiente, chiudendoli solo nel momento in cui, sulla torretta trasmittente, veniva calata la torcia. A quel punto, per conoscere il messaggio, sarebbe bastato rifarsi al segno sull’asta galleggiante  più vicino alla fessura.

Infatti, a ogni segno sull’asta corrispondeva un messaggio concordato e segnato su un supporto come un papiro o un libro (o magari una tavola). Aprendo l’acqua e svuotando così il recipiente si causava l’abbassamento dell’asta e lo scorrere dei segni attraverso la fessura del coperchio. Quando il segno relativo al messaggio che si voleva trasmettere arrivava all’altezza giusta la torre ricevente dava il segnale di chiudere il rubinetto sapendo che anche sull’altra torretta, dotata di un recipiente identico e di una identica asta, questa avrebbe mostrato lo stesso segno permettendo ai suoi addetti di trovare il messaggio giusto fra quelli riportati nel frasario e, riportando l’acqua della macchina al livello originario, di ritrasmetterlo alla torretta successiva.

Si trattava di un meccanismo ingegnoso e molto efficiente in quanto permetteva una comunicazione veloce e dotando tutte le torrette delle stesse macchine e degli stessi prontuari era ben difficile (salvo errori grossolani) che passasse il messaggio sbagliato.
L’unica pecca di questo sistema è che non era pienamente efficace visto che non era possibile trasmettere messaggi diversi da quelli concordati e riportati nel frasario, da questo punto di vista le torri di segnalazione romane, che si badavano invece su una sorta di codice morse, erano più lente e soggette all’errore umano ma senza limiti nella varietà di messaggi trasmissibile.

Fuoco Romano

Chiudiamo in bellezza questa rassegna con un’invenzione ellenica, o meglio romano-greca, il cui impatto immaginifico ha attraversato le epoche. Il fuoco romano, o marino, o liquido, o artificiale o da guerra (questi i nomi originali) e meglio noto al mondo come fuoco greco (nome che gli attribuirono i crociati che assistettero al suo devastante potenziale), era una miscela altamente infiammabile impossibile da spegnere con l’acqua (la si poteva spegnere solo con sabbia, urina e aceto) sulla superficie della quale, anzi, formava pozze fiammeggianti trasportate dalla corrente.

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La ricetta di questa terrificante miscela viene attribuita all’opera di un certo Callinico, che l’avrebbe sviluppata intorno al 672 e divenne presto l’arma più devastante e il segreto meglio custodito di tutto l’Impero. La ricetta, nel corso dei secoli, fu nota solo agli imperatori e a un pugno di artigiani specializzati nella sua creazione.
L’uso di questa miscela come arma, inoltre, richiedeva l’utilizzo di macchinari nel loro complesso molto sofisticati. Per usarla nelle battaglie navali, ad esempio, c’era bisogno di dromoni specializzati e modificati di conseguenza, di un macchinario per scaldare e pressurizzare la miscela, di un mantice o un simile meccanismo per spingerla e di un sifone attraverso il quale proiettarla così che prendesse fuoco grazie a una fiamma posta fuori dalla bocca del sifone e ricadesse, dopo aver coperto una certa distanza in aria, addosso ai nemici in una pioggia di fuoco inestinguibile. Inoltre era possibile anche farne un impiego terrestre grazie all’esistenza di apparecchi di lancio manuali, dei veri e propri lanciafiamme detti cheirosiphon

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Tutti questi macchinari prevedevano l’esistenza di artigiani in grado di fabbricarli e personale addestrato ad usarli. Per essere maggiormente sicuri che nessuno potesse rubare loro il segreto i romani non solo resero segreta la formula (punendo con la morte la sua divulgazione ai nemici dell’Impero da parte dei pochi che sapevano) ma fecero in modo che le macchine di lancio venissero fabbricate a pezzi da artigiani che conoscevano solo un elemento dell’insieme in modo, così, che non ci fossero persone in grado di costruirne da zero una. Anche le persone che lavoravano alle armi venivano addestrate ad eseguire ognuno uno specifico compito, così che anche catturando uno di loro non fosse possibile, per il nemico, ricostruirne il funzionamento.

Quando i bulgari presero Mesembria e Debeltos, nell’814, catturarono 36 sifoni, 36 armi a fuoco liquido, e misero perfino e mani su delle scorte della preziosa sostanza, ma non furono in grado di farsene niente.

Lo spettacolo di un’arma a fuoco liquido che eruttava il suo fiume di morte doveva essere impressionante. Ecco come il vichingo Ingvar il Viaggiatore descrive l’attacco di un dromone contro una nave nemica

Cominciarono a soffiare con dei mantici da fabbronella fornace dentro alla quale stava il fuocoe quindi venne da questa un gran baccano. Lì vi era anche posto un tubo di bronzo e da questo volò molto fuoco diretto verso una sola nave, e questa bruciò in poco tempo così che divenne tutta cenere bianca…

Al netto della probabile esagerazione poetica (dopotutto la descrizione proviene dalla saga che di Ingvar narra le gesta) dobbiamo comunque immaginare un fuoco dirompente (anche grazie al fatto che le navi all’epoca erano non solo fatte di legni e altri materiali adatti a essere consumati dal fuoco ma avevano lo scafo trattato con la pece) in grado di trasformare in pochi attimi una nave in una palla di fuoco e consumarla rapidamente.

Un modo più semplice per fare uno del fuoco liquido, e adatto per gli assedi, era di riempire delle fiasche di terracotta o simili con la miscela, avvolgerle in stracci cui si dava fuoco e lanciarle con le catapulte addosso al nemico.

Purtroppo la formula del fuoco romano è andata perduta e si possono solo fare congetture sui suoi ingredienti che gli scienziati e gli storici sospettano potessero essere calce viva, salnitro, pece, zolfo e nafta. Fortunatamente, non vi serve di conoscere la formula per introdurre questa spettacolare fonte di morte nei vostri racconti, dopotutto Zio Martin quando ha introdotto l’Altofuoco nella sua saga del Ghiaccio del Fuoco (del Trono di Spade, per chi seguisse solo il telefilm) non ha mica fatto enunciare la formula a qualche personaggio 😉

 

 

Il nostro viaggio fra le bizzarie tecnologiche del mondo ellenico finisce qui. Spero vi sia piaciuto e che vi abbia ispirato. Non dubito di aver lasciato fuori un sacco di cose che, a conoscerle, considererei più che degne di essere citate qui con le altre, se ne conoscete qualcuna segnalatemela nei commenti; dal canto mio se ne troverò qualcuna aggiornerò il post.

Mi spiace di avervi fatto, ancora una volta, fatto attendere tanto (tanto ^^’) tempo per questo post che però si è rivelato il più lungo e il più lento da scrivere a causa dell’alto numero di parole e del tempo che mi ha richiesto ogni invenzione citata in termini di ricerca ed elaborazione del relativo paragrafo. Per quanto riguarda la prossima parte del trittico sarò onesto con vi dirò subito che sarà pronta quando sarà pronta perché si tratterà, stavolta, di segnalare le organizzazioni sociali più interessanti del periodo.

Parlerò della democrazia di Atene, della duarchia di Sparta, della teocrazia greco-egizia e di tutte le altre organizzazioni Statali o cittadine di un certo interesse sui cui riuscirò a trovare materiale e, come potete ben immaginare, richiederà un lavoro più lungo di quello che è stato necessario per questo post.

Per non costringervi, però, a dover di nuovo subire il deserto delle palle di fieno rotolanti da qui fino al “quando sarà pronto” ho deciso che da settembre prenderò, con cadenza bisettimanale, a postare degli articoli compositi, sulla falsa riga delle Sinestesie di Andrea Atzori (che mi hanno ispirato quest’idea), coi quali ogni volta segnalerò e parlerò brevemente di un libro, un film e un videogioco. Molto probabilmente finirò col parlare di libri, film e videogiochi che vorrei in realtà recensire (e una cosa non esclude l’altra) ma almeno in questo modo avrò qualcosa da farvi leggere senza dover ogni volta far passare mesi e, chissà, se voleste commentarli i commenti potrebbero aiutarmi a scegliere quali brevi presentazioni trasformare in articoli più approfonditi 😀

Alla prossima, buone vacanze e ricordatevi che il 19 agosto ricorrerà il bimillnario della morte di Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, l’uomo che ha segnato i destini del continente e inconsapevolmente inventato il concetto di Europa unita* (con buona pace di Carlo Magno, cui ultimamente viene attribuita la cosa ma che, con tutto il bene che gli voglio, non ha fatto altro che inserirsi in una tradizione ben più antica di lui e cominciata, giustappunto da Augusto)!

 

 

*Anche se i confini della sua idea erano un attimo più ambiziosi dell’Europa 😉

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4 pensieri su “L’Ellenismo, una buona ambientazione fantasy? (parte II)

  1. È stata l’IA del mio blog a portarmi qui, mi sveglia di notte quando mi si nomina 😉

    Complimenti per il post, sei un pazzo (in senso buono). Mi riprometto di stamparlo e rileggerlo con calma in seguito. Mi hai fatto anche un certo favore di ricerca per delle nuove cose che si agitano in pentola, sopratutto navali (uno dei miei tarli…).

    Aspetto con curiosità le tue “sinestesie”.
    Buona ricerca.

    • Hendioke in ha detto:

      Grazie, son contento che ti sia piaciuto 😀
      Oggi inizio a buttare giù la prima “sinestesia” appena mi sarò deciso su come chiamare la rubrica…

  2. Christian Stocco in ha detto:

    Non c’é che dire. Un post bello corposo e pieno di informazioni utili, ideali per riempire un romanzo pieno di smargiassate tecnologiche.
    L’unico difetto, se tale si può definire, é che si tratta di creazioni dell’antichità classica e tarda, quindi distante dall’antichità dell’età del bronzo e della guerra di Troia. In termini di tempo assoluto, tanto quanto noi dal medioevo.
    Ovvio che un romanzo fantasy non ha limiti, e se si vuole porre un viaggio degli argonauti a bordo della quarantiremi, non c’é nessuno a impedirlo.

  3. Grazie 😀
    Vero, purtroppo la più risalente di queste invenzioni (il gastraphetes) è del V secolo a.C.. Siamo due secoli dopo la trascrizione dell’Iliade, sei secoli dopo la guerra di Troia. In pratica ho per lo più riportato invenzioni del “rinascimento” dell’antichità.

    A voler andare indietro però per noi scribacchini del fantastico non che mani roba cui ispirarsi: armi in oricalco, lance che trapassano più nemici assieme, archi che solo il padrone può tendere. Solo passiamo da ritrovati tecnologici a ritrovati magici o pseudomagici 🙂

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