Hendioke's Lair

In the deep of the dragon

La storia del cesso

Mentre il primo post del nuovo appuntamento bisettimanale (sperem!) di segnalazioni, consigli e whatever aspetta di essere completato vorrei condividere con voi una scoperta. Stavo girando sul blog di Alessandro Girola quando incappo in questo post che a sua volta prende spunto da questo post di Germano Greco che parla della storia del cesso. Cos’è? Andate a leggervi il pezzo, che merita più di qualsiasi sunto potrei scrivere, e poi tornate qui.

Fatto? Bene.

Dunque l’argomento dell’odierno post, l’avrete capito, è perché si scrive e ancor meglio perché ci si racconta e si raccontano fregnacce sul perché si scrive. Ma sarà davvero così? Anche se al 97% almeno delle persone che scrivono e hanno una storia del cesso a riguardo non sarà capitata un’epifania manco per sbaglio siamo certi che qualcuno non abbia cominciato a dilettarsi con le parole dopo una improvvisa vocazione?

Personalmente credo che sia riduttivo guardare alla scrittura come all’Arte della Musa di Fuoco alla quale i seguaci, noi Scrittori (e qui ci piazzo la S per l’enfasi anche se al momento sono un aspirante scribacchino), si piegano, impossibilitati a resistere al richiamo dei nostri Demoni Interiori che ci obbligano a cercare le Trascendenza verso le più alte vette dello Spirito. Però credo anche che sia ugualmente riduttivo dire che scriviamo solo perché ci diverte e speriamo di portarci a casa il pane. Forse la celebre via di mezzo, al solito, è la via giusta e la Scrittura è qualcosa che diletta le nostre menti e al tempo stesso un mezzo per giungere a qualcosa di più. In ogni caso non intendo sviscerare questo argomento a livello generale ma solo riportare la mia esperienza del perché scrivo, la mia non storia del cesso diciamo (anche se credo me ne inventerò una in futuro, giusto per ridere).

Ho cominciato a scrivere per imitazione. Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia dove si legge un sacco e di frequentare una scuola elementare dove ci facevano leggere così tanto che ogni classe aveva la sua libreria personale, che gestivamo collettivamente (la mia scuola elementare, detta la Libera Repubblica, era un esperimento sociale che potrebbe guardare dall’alto in basso molte comuni). Avevo non più di sette anni quando ho cominciato a leggere Roald Dahl e un pacco di altra roba (già di genere fantastico) e maturai presto il desiderio di scrivere a mia volta. Le storia che leggevo mi divertivano e quindi, immaginai, sarebbe stato divertente scriverne.

Ho continuato perché ho talento. Se mai berremo una birra insieme vedrete che sono un tipo modesto, ho un fastidiosissimo tono saccente ma sono il primo a riconoscere i miei limiti in quasi ogni campo, però per scrivere ho talento (anche se è andato annacquandosi a mio avviso) ed è naturale che quando scopri di aver talento in una attività (e non ci sono altre attività per cui ho talento, va tristemente detto) si desidera portarla avanti e così fu per me quando scoprii di possedere questo talento.

Andando avanti, facevo le medie, pensai per la prima volta che mi sarebbe piaciuto scrivere un libro, così da leggere quello che volevo. Ho sempre adorato i draghi e ho sempre sofferto la mancanza di libri decenti coi draghi come protagonisti.

engage_the_dragon_by_gegig-d6bgu4m

Bello di papà! (disegnato da gegig su DeviantArt)

I draghi nei libri, per quanto importanti, finiscono sempre con l’essere, al massimo, co-protagonisti e neanche di belle storie. Così pensai di scrivere il libro che avrei sempre voluto leggere. Il fatto che adesso, a distanza di anni, quell’idea di romanzo coi draghi protagonisti sia diventata l’idea di un libro con umani protagonisti, dove i draghi sono regrediti allo stadio di bestie e se ne vedono giusto uno o due dimostra che sono riuscito a prendermi in giro da solo. Comunque, l’idea di scrivere quello che mi piacerebbe leggere non mi ha lasciato.

Infine, nonostante gli alti e i bassi, i periodi dove scrivevo 10 righe, passavano 4 mesi e buttavo giù altre 10 righe, non ho mai abbandonato davvero con la scrittura perché scrivere, ogni tanto, ti fa sentire potente. Niente di psicologico, intendiamoci. Non pensate neanche a un pippone sul potere cosmogonico della mitopoiesi. Semplicemente ci sono volte, quando costruisci le tue storie e quando le scrivi che ti capita di mettere giù qualcosa che quando lo rileggi ne avverti tutta la potenza insita. Forse ti stai solo compiacendo come un idiota per qualcosa che esalta giusto te, o forse hai davvero creato qualcosa che farà avvertire un tremito nella Forza a chi la leggerà. Fatto sta che sono i momenti migliori che ti fan pensare che vale la pena tutta questa fatica giusto per rileggerli e dirsi “cazzo che figata”*

E voi, avete una storia del cesso o una non storia del cesso da raccontare?

 

 

 

 

 

 

 

 

*anche se al più presto sarà il caso di farli leggere anche ad altri, se no si rischia una di quelle brutte chine che ti portano un giorno ad andartene in giro con le mutande al posto del berretto e trovarlo normale.

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2 pensieri su “La storia del cesso

  1. Mar in ha detto:

    Quindi..non ho capito bene..hai talento ?

    • Sì anche se, come ho scritto, negli ultimi anni si è annacquato ma se non ritenessi di averlo non ci proverei nemmeno a scrivere 😀
      Comunque più cose finirò più ne metterò a disposizione qui e chi passa potrà farsi, a riguardo, la propria idea 😉

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