Hendioke's Lair

In the deep of the dragon

Mini considerazione – La profezia

La profezia è uno degli elementi più iconici nel fantasy, se poi decidiamo di mettere piede nell’epica è impossibile non pestarne una ad ogni passo. Tuttavia, oggi come oggi, se provaste a proporre a qualcuno di inserire una profezia in un romanzo quel qualcuno vi guarderebbe con un fastidio e un disprezzo più o meno visibili, a seconda della bontà dei rapporti. Questo perché, a quanto pare, oggi le profezie hanno stufato e dopo Harry Potter abbiamo deciso che di predestinati non ne vogliamo sapere per almeno una generazione.
Ma è la profezia in sé che ha stufato, che non funziona più nella narrativa della nostra epoca, o è il modo in cui viene oggigiorno usata?

In effetti trovo anch’io fastidiosissimo quando comincio a fruire un’opera fantasy e dopo 2 capitoli, un quarto d’ora di visione o un’oretta di gioco è già saltato fuori il Prescelto, designato dalla Profezia a combattere il Male e a Vincere. E’ una cosa da far cascare le palle. Non mi sono ancora immerso nella storia e già so come andrà a finire. Grazie autore/regista/designer (che poi non siete mai solo voi, sono anche gli editor/sceneggiatori/story writer/produttori ecc. ma vabbé le prime sono le tre figure che si prendono tutta la responsabilità) adesso potrò andare avanti per inerzia e senza sorprese fino al finale.

Almeno, questo è quello che capita nelle moltissime scadenti opere che abusano di un certo tipo di profezia, perché in realtà la profezia non è necessariamente uno spoiler istituzionalizzato, anzi, può essere un felice spunto per costruire una storia coi controattributi. Per comprendere come andiamo a vedere cosa esattamente una profezia sia.

Il termine profezia deriva da profeta, colui che compie, giustappunto, l’atto di enunciare la profezia. L’etimologia delle parole (e questo è un consiglio valido sempre e comunque, nella letteratura come nella vita) è dannatamente importante per comprendere l’esatta natura delle cose e quindi partiamo da qui.

Profeta è un termine di origine greca, composto dal prefisso pro-, che significa tanto “prima” quanto “davanti” o “al posto di”, e dal verbo femì, che significa “dire”. Il profeta, quindi, è la persona che parla prima che qualcosa accada, ma anche la persona che parla per conto di qualcun altro e anche quella che parla davanti, cioè rivolto, a qualcuno. Già solo nell’etimologia della parola profeta abbiamo tutti i caratteri fondamentali di questa figura e della profezia.
Il profeta parla per conto di qualcuno, che solitamente è una divinità, di qualcosa che, in genere, deve ancora accadere e, cosa importante, ne parla a qualcuno, il Popolo o un interlocutore specifico, perché, va da sé, la profezia nota solo al profeta non serve a niente*. Il profeta è un tramite fra gli uomini e gli dei e la profezia è il messaggio che gli dei, attraverso la sua persona, intendono mandare a chi di dovere.

Questa funzione di tramite dagli dei all’uomo distingue il profeta dall’oracolo e dall’indovino, i quali mettono ugualmente in collegamento gli umani col divino, trasmettendo messaggi divini o interpretando segni, ma lo fanno agendo su richiesta degli uomini che si rivolgono a loro per ottenere dagli dei, o dal sovrannaturale in generale, risposta alle loro domande. Semplificando possiamo dire che il profeta è lo strumento con cui gli dei si mettono in comunicazione con gli uomini, indovini e oracoli sono gli strumenti coi quali gli uomini si metto in comunicazione con gli dei.
Ovviamente le tre figure non sono nettamente separate e può ben capitare, ad esempio, che a un profeta venga richiesto un responso divino o che un oracolo o un indovino pronuncino una profezia senza essere stati interpellati.

In ogni caso, tornando all’oggetto del nostro post, se la profezia è un messaggio che gli dei mandano agli uomini è chiaro che dietro alla profezia deve esserci una motivazione e questa motivazione diventa, ai fini della storia, importante tanto quanto il contenuto della profezia stessa, che potrà anche non essere anticipatoria di un evento futuro.

Prendiamo un esempio celebre: L’Esodo. In questa storia il dio ebraico si pone come obiettivo la liberazione degli Ebrei dalla schiavitù egizia. Per ottenere lo scopo elegge un profeta, Mosè, e lo manda dal Faraone a intimargli, per conto suo, di lasciare liberi gli Ebrei di partire.
La profezia, in questo caso, è un comando (“Libera gli ebrei”), e non la rivelazione di qualcosa che accadrà nel futuro (“Tu libererai gli Ebrei” o “Gli Ebrei saranno liberi”), e la storia si sviluppa attorno al conflitto fra il Faraone e Dio il quale, per tramite di Mosè, dovrà intimare la liberazione degli Ebrei più volte e dovrà personalmente mandare le piaghe prima che il Faraone accetti di adempiere al comando divino.

Anche se il lettore si aspetta la vittoria finale di Dio (alla fine abbiamo una divinità a un angolo del ring, mica il ragioner Filini) la tensione è comunque assicurata dal fatto che non è scontato che il Faraone obbedisca alla profezia. La storia sarebbe infatti potuta finire diversamente, col Faraone che non si ferma davanti a niente costringendo Dio a liberare da sé gli Ebrei (magari trasportandoli oltre il Mar Rosso con un miracolo) oppure a distruggere completamente lui e l’Egitto, ottenendo così la libertà degli ebrei ma non la loro liberazione dal parte del Faraone. La profezia, insomma, avrebbe potuto anche non avverarsi

Plagues

Se un dio ti chiede un favore è sempre meglio concederglielo senza troppe storie

La profezia intensa nel senso pieno del termine quindi, si lega a doppio filo con la presenza di una o più divinità che costituiscono personaggi ulteriori e attivi della storia (attivi anche solo per il fatto di aver mandato la profezia) con tutte le possibilità che questo scenario apre.
In molte opere, tuttavia, l’azione degli dei si è ridotta fino a essere completamente ininfluente, o gli dei sono proprio scomparsi, senza che questo si ripercuotesse su un minor uso dello strumento della profezia. Ma la profezia, senza una divinità della quale essere messaggio, cambia completamente fisionomia perché una volta priva di un mittente (un sacco di profezie presenti in opere contemporanee non promanano da alcuna entità oppure provengono da un generico fato neutrale nei confronti del creato e degli uomini) non può che essere una anticipazione del futuro. Solo la volontà di un mittente determinato può, infatti, dargli diversa natura rispetto a questa.

Il che spiega come mai le opere recenti si siano appiattite sul trito e ritrito modello della profezia spoiler che anticipa il finale (“Il Male risorto verrà scacciato da un Cavaliere di Luce”) oppure può, al massimo, dare qualche indicazione utile a indirizzare la quest del/i protagonsita/i (“L’Oscuro Signore sarà sconfitto dalla Spada dell’Alba”). Se solo si recuperasse l’idea della profezia come messaggio, non necessariamente teso a fornire una anticipazione sul futuro, ci si potrebbe liberare dell’uso avvilente e pigro che viene fatto oggigiorno del topos della profezia anticipatrice.

Che poi, per chiudere questo post, non è impossibile scrivere belle storie partendo da una profezia, o comunque una predizione, intesa nel senso comune del termine. Solo di recente la profezia pare essere diventata una scusa per non impegnarsi nel congegnare una trama decente, soprattutto sotto il profilo delle motivazioni dei personaggi, ma la storia della narrativa ci offre ottimi esempi di storie che reggono nonostante, anzi grazie, all’anticipazione portata dalla profezia.

Prendiamo la storia di Edipo. Laio, padre di Edipo e re di Tebe, consulta l’oracolo di Delfi crucciato dalla mancata nascita di un erede e l’oracolo lo esorta a essere felice della mancanza di un figlio maschio perché il figlio che dovesse nascere da lui è destinato a ucciderlo e a giacere con la madre.
Tornato a casa Laio comincia a sfuggire la moglie manco avesse la peste ma non si degna di darle spiegazioni, finché questa, stufa marcia e coi suoi giusti appetiti, non fa ubriacare il marito così che adempia ai doveri coniugali. Ovviamente, dopo anni di tentativi a vuoto, alla prima copula da ubriachi arriva il figlio**.
Laio lo espone nella campagna appeso per i piedi sperando muoia ma Edipo viene salvato da un pastore che lo affida ai regnanti di Corinto, i quali lo allevano come figlio loro.
Cresciuto e scoperta la sua identità di trovatello, Edipo si dirige a Delfi per chiedere chi siano i suoi veri genitori ma l’oracolo lo caccia via perché lui ucciderà suo padre e sposerà sua madre. Temendo che l’oracolo si riferisse ai regnanti di Corinto, che hanno fatto le veci dei suoi genitori, Edipo decide di non tornare indietro per evitare l’avverarsi della profezia e si dà alla ventura prendendo la direzione per Tebe.
Sulla via per Tebe incontra Laio, che si stava dirigendo a Delfi per chiedere all’oracolo come liberarsi della Sfinge che terrorizzava la città, ha un diverbio con lui e l’uccide. Arrivato a Tebe la libera della Sfinge e ottiene come ricompensa di sposare la regina novella vedova con la quale condurrà una serena esistenza, almeno finché non scoprirà la verità e non si caverà gli occhi…

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Non si cazzeggia col destino

Ciò che funziona, nella storia di Edipo, è che sia il lettore (o lo spettatore dell’opera teatrale Edipo Re) che Edipo sanno della profezia, o previsione che dir si voglia, ma lo spettatore conosce una parte di storia che il protagonista ignora e così, quando il protagonista si ritiene al sicuro e crede di essere scampato al destino predettoli, il lettore sa che non è così, che invece Edipo sta realizzando, pezzo pezzo e inconsapevolmente, il suo orrendo fato.
Questa consapevolezza che il lettore non condivide col protagonista rende la storia di Edipo avvincente anche se se ne conosce il finale perché ciò che avvince non è l’incertezza riguardo a come finirà ma l’assistere alla lenta e inconscia rovina del protagonista.
Se dovessi tirare in ballo un meccanismo narrativo per spiegare il succo di una storia di questo tipo sarebbe la suspense.

La suspense, come spiegava bene il massimo maestro in materia, Hitchcock, è un sentimento di angoscia e partecipazione che può originarsi con molti mezzi fra cui mettere lo spettatore nello stato di sapere quale tragedia accadrà di lì a poco e al dover assistere, impotente, all’agire di personaggi che lo ignorano del tutto. L’esempio di scuola che faceva era quello della bomba sotto il tavolo.
Sotto un tavolo dove i due protagonisti stanno pranzando c’è una bomba, lo spettatore lo sa e sa anche che scoppierà fra 15 minuti. I protagonisti non lo sanno, forse sanno che qualcuno li vuole morti ma non hanno motivo di sospettare della presenza di una bomba sotto il tavolo o, peggio, sono convinti di aver già neutralizzato il loro antagonista.
Lo spettatore, per 15 minuti, è costretto ad assistere allo spettacolo di due persone che mangiano e chiacchierano amabilmente mentre la loro vita si avvicina alla fine. Anche se il finale è prevedibile (la bomba scoppierà uccidendoli) lo spettatore sussulterà ogni volta che accadrà qualcosa che potrebbe salvare i protagonisti (una telefonata da prendere al bar del ristorante, un passaggio in bagno, un incidente in strada che attira tutti alle finestre o simili) ma che si risolve in niente, e non riuscirà, nel complesso, a distogliere l’attenzione.

In Edipo è lo stesso, la profezia è la bomba e l’allontanarsi da Corinto la convinzione del protagonista di averla scampata. Per tutto il tempo si segue l’avventura di Edipo col fiato sospeso chiedendosi quando si accorgerà di quello che sta accadendo e senza smettere di essere coinvolti.

Tirando le somme la profezia, quindi, è elemento narrativo ben più vasto e versatile di quanto le moderne opere che vi girano attorno fanno credere e anche la profezia per come siamo abituati a vederla può rendere moltissimo se si accetta di costruirci la storia attorno e non la si usa come mero binario per instradare la trama senza impegnarsi!

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Anche se non ruota attorno a una profezia ma a una maledizione, la Narn i Chin Hùrin è un’altro bell’esempio di storia basata sul conflitto fra un eroe, Tùrin, e il suo ineluttabile destino (disegno di grzegoszwu)

*A meno che il profeta non sia il destinatario del messaggio, of course
**Il che ci dimostra come certi cliché comici non muoiano mai e, anzi, attraversano i millenni

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11 pensieri su “Mini considerazione – La profezia

  1. Daniele in ha detto:

    Sicuramente la profezia è diventata, di recente, uno stratagemma sciatto per fare in modo che una brutta storia si scrivesse da sola. Non credo, però, che il problema sia nell’assenza di un potere forte ma umanizzato (come un dio) a inviarla, il guaio è che le profezie, di recente, mancano della giusta incertezza d’esito: cacchio, sono degli spoiler o dei walkthrough! O presentano un binario che porti a un’unica soluzione senza ostacoli rilevanti (perché tanto, spesso, l’oggetto della profezia è un Gary o una Mary che vincerà inciampando su un power up) oppure propongono solo due esiti diametralmente opposti.
    Oltre a ciò, mancano spesso di un minimo di anticipazione ambigua: ogni tanto, qualche presagio che faccia da esca per il lettore può essere utile a costruire la suspence – fai intuire al lettore che la soluzione logica è una, ma poi ne fai realizzare un’altra altrettanto sensata… ok, sembra facile ma non lo è davvero, ma è così tutta la scrittura.
    Certo, dopo aver letto tante profezie che si “svampano” al volo in alcuni libri sciatti, ti passa un po’ la voglia di usarle: un po’ perché è un meccanismo usurato, un po’ perché è smocciato dalla sciatteria di certa gente 😕 e quando poi te lo ritrovi anche in N titoli, il termine profezia… uffa!

    Passando allo scazzo, la sbronza prolifica del padre di Edipo mi ha ricordato quando, nei Simpson, Homer aveva fatto fare una recita stereotipatissima ad Apu e Manjula per far mettere incinta quest’ultima: loro in una decapottabile su un colle, lui con la giacca della squadra di football e che ha appena vinto una borsa di studio, lei non ricordo che avesse… classico filmetto dramma di adolescenti yankee ^ ^

    • “(perché tanto, spesso, l’oggetto della profezia è un Gary o una Mary che vincerà inciampando su un power up)”

      quanto è vero XD

      Sì, nel post manca quest’accenno alla ambiguità della profezia e delle previsioni in genere che comunque può essere molto valido per sostenere una storia. Condivido tutto quello che hai scritto 😉
      A volte, poi, basterebbe poco a depistare il lettore. Mi viene in mente Nausicaa della Valle del Vento dove la profezia anticipa la venuta di un cavaliere dal cielo e per tutto il film credi che sia una favoletta che non ci azzecca niente, poi alla fine salta fuori che il cavaliere è Nausicaa. Semplicemente tutti (spettatore compreso) hanno dato per scontato che fosse un uomo. Massimo effetto sorpresa col minimo dello sforzo 😀

      P.S. Quella puntata dei Simpson è mitica. Alla fine Manjula partorisce otto gemelli a causa di tutte le medicine per la fertilità che i Simpson le hanno dato e quando i due novelli genitori si preparano a essere finanziati da un sacco di sponsor attirati dalla rarità dell’evento li perdono tutti, perché un’altra coppia sta partorendo 9 gemelli XD

  2. Christian Stocco in ha detto:

    È vero, di profezie il fantasy odierno ha fatto un abuso osceno, non tanto quello di anticipare il finale, perché di certe storie il finale lo capisci già da pagina 2 anche senza profezie, ma quello di porre un obbiettivo e un conflitto ai personaggi del tutto alloctono. Nemmeno il tanto blasonato Neil Gaiman si è sottratto a questo becero espediente per quello che è stato definito uno dei suoi “migliori libri”. Bah.

    E per quanto riguarda l’assenza dell’elemento divino, è una purga di cui risente tutta l’ambientazione fantasy. Insomma, la religiosità è un elemento costitutivo di tutte le società e culture umane e i fantasy sono popolati da branchi di agnostici bambacioni. Un tentativo molto impacciato di politically correct.

    Invece sfruttare la suspence oppure mettere il “predestinato” in conflitto con il proprio destino sarebbe un ottimo spunto narrativo. Ma occorrono abilità di regia narrativa ben oltre il solito show don’t tell e desiderio di trattare temi complessi come il libero arbitrio, ben oltre il solito principio del “basta che scrivi bene inanellando stramberie una dopo l’altra e il tuo romanzo può pure non avere senso”. Non so se i pioneri della narrativa fantastica ne avrebbero voglia.

    • Scusa se non è comparso subito il tuo commento ma era finito in moderazione. Credo per la presenza di link ma non sono certo ^^’

      Scommetto che il libro di Neil Gaiman cui accenni è Nessundove, che a me è piaciuto ma in effetti non fa un buon uso della profezia.

      I pionieri del fantasy cui credo stai pensando non ci proveranno mai, che gli frega. Vuoi mettere una storia sul libero arbitrio con una vagina infestata o un tizio che viene mangiato vivo da un orso?

      Fortunatamente qualcuno che affronta il tema divino c’è, anche se il rischio di far prevalere la tematica divina sulla storia è forte. Prendi queste Oscure Materie di Pullman oppure Small Gods di Pratchett. Sono libri dove il divino è così presente da diventare centrale e, purtroppo, mangiarsi malamente la storia.
      Mentre in Maurice e i suoi geniali roditori, sempre di Pratchett, il tema prossimo al divino della religione viene affrontato in maniera, secondo me, superba.

      Attraverso il tentativo di topi ritrovatisi senzienti di dare un senso alla loro nuova condizione Pratchett, di fatto, riassume la storia di come si formano le civiltà, di come nascono i miti, di come si strutturano da principio le società e anche cosa potrebbe accadere se la religione dovesse rivelarsi essere una bugia.

      Adesso aspetto al varco, rischiando di morire di vecchiaia, Martin e i suoi ultimi due libri delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco dove finalmente vedremo il realizzarsi delle profezie presenti nel libro e i piani degli dei venire a compimento, oppure scopriremo che era tutto uno scherzo e davvero l’unica cosa che importa è quali chiappe poggeranno sul trono di spade.

  3. Daniele in ha detto:

    Il link riportato da Cristian rimanda al libro “Il figlio del cimitero” – che a me è piaciuto molto, più per lo stile e la tecnica che per la storia, comunque gradevole (l’ho vista come una variante delle leggende sui changeling irlandesi) 🙂

  4. Christian Stocco in ha detto:

    @ Daniele
    Infatti, mi riferivo a Il Figlio del Cimitero. È un libro gradevole, divertente e rimescola in modo accattivante alcuni luoghi comune del fantastico-horror per ragazzini, tipo Piccoli Brividi. Però la trama sta a zero ed è tutta giustificata da questa profezia. Profezia per cosa poi?
    Nessun Dove ha le sue pecche però l’idea è originale, non so quanto fosse farina del suo sacco visto che in contemporanea è uscita una fiction televisiva. I difetti glieli concedo perchè comunque era il suo primo romanzo.

    • Mio errore che non ricordavo della profezia ne Il figlio del cimitero e invece ne ricordavo una in Nessundove che, a questo punto, forse nemmeno c’è. Dovrei rileggerti 🙂
      Nessundove è tutta farina del suo sacco (salvo che non gli abbiano chiesto “facci una storia dove si scopre che sotto Londra sta un’altra Londra ma non nel senso di sottoterra” o simili) in quanto era lo sceneggiatore del telefilm e il romanzo è nato per accogliere tutte quelle cose che avrebbe voluto inserire nella sceneggiatura ma che gli è stato impedito per motivi di tempi e costi. Avevo una edizione con prefazione sua dove lo spiegava 🙂

      • Christian Stocco in ha detto:

        No c’è anche in Nessundove la profezia. Ma per fortuna riguarda una parte poco rilevante. Il Gary Stu che deve abbattere il mostro del labirinto. Ma il vero oggetto della trama è un altro.

  5. Daniele in ha detto:

    Il protagonista di Nessundove non lo vedo molto Gary. Più del genere “eroe riluttante” (del tipo “Il viaggio dell’eroe” di Vogler, da questo punto di vista Gaiman ha scritto il libro in modo quasi manualistico, che lo volesse o meno).

  6. LiveALive in ha detto:

    Inizialmente temevo di fermassi a “la profezia rivela il finale, quindi non va usata e basta” XD è vero, è un argomento vasto e ha molte implicazioni; non a caso la profezia così come appare nel teatro dei greci è molto diversa – e più intelligentemente sfruttata – dalla profezia come è nella narrativa di oggi.
    Non so se conosci il videogioco “Super Paper Mario” XD l’ho giocato tanti anni fa, ma lo ricordo ancora bene. Lì funziona al contrario: la profezia assicura che il mondo sarà distrutto. È molto più interessante vedere se la profezia è vera e tentare di ostacolarla, piuttosto che adempierla.

    Ci sono libri che ti rivelano il finale sin dall’inizio: non è molto diverso dalla profezia. Io però ti consiglio un libro che, pur narrandoti nel primo paragrafo ogni evento che vedrai in seguito, funziona a meraviglia: Stoner, di John Williams. Senza girarci attorno: per me è uno dei migliori libri di tutti i tempi, è meglio dell’Eneide.

    • Addirittura meglio dell’Eneide? O_o appena posso lo recupererò!
      Ecco, l’idea della profezia di distruzione cui opporsi è bella, mi ricorda un po’ il setting di Warhammer dove lo sanno tutti che un giorno la magia romperà gli argini imposti dalle antiche razze e il Caos devasterà il mondo e le razze si dividono fra chi cerca di accelerare e chi cerca di rimandare l’inevitabile 🙂 (un setting fra l’altro di profezie a go go ma tutte del tenore “arriverà la tal minaccia” quindi a finale aperto ;-))

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