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In the deep of the dragon

Voci dalla tana – IV

Eccoci al quarto appuntamento con le segnalazioni dalla tana 🙂 mi scuso per il ritardo, dovuto a una settimana molto piena, e spero troverete interessanti le opere di oggi 😉

Un libro – Il prodigioso Maurice e i suoi geniali roditori

Il prodigioso Maurice e i suoi geniali roditori (di seguito, per semplicità, Maurice) è il primo libro specificamente indicato come per ragazzi (il che, vista la qualità e le tematiche del libro, dovrebbe farci riflettere), di Sir Terry Pratchett, uno degli autori più geniali d’Inghilterra, considerato una istituzione in madrepatria e poco o niente in Italia, purtroppo.
Pratchett è, per il fantasy, quello che Douglas Adams è stato per la fantascienza. Ha inventato un genere, il fantasy comico, e ha scritto carrettate di libri che fanno piegare dal ridere ma, al tempo stesso, fanno riflettere trattando sempre temi molto profondi e in maniera mai banale. Non intendo adesso lanciarmi in una disamina generale sull’opera di Sir Terry, vi basti sapere che la maggior parte dei suoi romanzi condividono la stessa ambientazione: il Mondo Disco. Un mondo che può esistere solo in un angolo del Multiverso dove la realtà è molto flebile e che è formato da un mondo piatto del diametro di 10.000 miglia, poggiato sul dorso di quattro elefanti che stanno in piedi sopra il guscio della colossale tartaruga A’Tuin, la quale nuota incessantemente nel vuoto cosmico.

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Il Mondo Disco in tutta la sua bizzarra gloria

Il Mondo Disco è un mondo dove la magia è presente ovunque e possono capitare quotidianamente le cose più bizzarre, come dei roditori che, a forza di mangiare la spazzatura di una università di maghi, sviluppano un’intelligenza umana e la capacità di parlare, così come il gatto che si nutriva di loro.

Questo fatto bizzarro, che è la premessa del libro, viene richiamato nel corso dello stesso e non ne costituisce l’apertura che vede, invece, Maurice (questo il nome che si è voluto dare il gatto) e i topi (ognuno con un proprio nome, una propria personalità e un ruolo all’interno del piccolo gruppo) girare ormai da tempo di villaggio in villaggio, in compagnia di un pifferaio adolescente di nome Keith, allo scopo di arricchirsi con una truffa ben collaudata.
Ogni volta che si avvicinano a un villaggio o paese i topi vengono mandati in avanscoperta e iniziano a farsi vedere in massa in diversi punti della città combinando ogni tipo di danno (danni più appariscenti che realmente gravi) per convincere gli abitanti che una straordinaria invasione di topi è in atto. Successivamente, fallito ogni tentativo della popolazione di liberarsi dei topi con mezzi tradizionali come le trappole, arriva Keith, accompagnato da Maurice, che si spaccia per pifferaio magico e si fa pagare per portare via i topi (che ovviamente lo seguono per le vie mentre suona fingendo di essere ammaliati dalla sua musica).

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Maurice e alcuni dei suoi geniali roditori

Tuttavia i topi, guidati da Hamnpork ma che hanno la loro guida spirituale nel topo albino Dangerous Bean e nello scriba Peaches, ritengono immorale vivere truffando il prossimo. Confidano di poter un giorno realizzare l’utopia di un mondo dove uomini e topi possono convivere in pace, come insegnato dal libro “L’avventura di Mister Coniglio”, da loro ritenuto sacro, e si accordano con Maurice che promette loro di rinunciare alla truffa dopo un ultimo colpo ai danni della città di Bad Blintz.

Ovviamente, come succede sempre nelle storie che cominciano con un ultimo colpo, qualcosa andrà storto e fra acchiappa ratti professionisti, ragazzine previdenti, e un grande pericolo che dimora nel sottosuolo Maurice, Keith e i topi si ritroveranno presto a dover lottare per le loro vite.

Quel che rende Maurice un capolavoro, oltre allo stile di Pratchett che riesce sempre a giostrarsi su più livelli comici (si va dai giochi di parole alle sottili citazioni passando tanto per l’understatement tipicamente britannica quanto per l’esagerazione dei luoghi comuni della narrativa portati a conseguenze estreme*) senza rinunciare alla vividezza dell’ambientazione e della azione e alla gravità, quando necessaria, è che attraverso una rielaborazione comica e destinata a dei ragazzini della fiaba del pifferaio magico riesce a sviluppare temi enormi, e senza che questi vadano a coprire o a rendere meno piacevole la storia.

Attraverso le avventure di una comunità di topi ritrovatisi in possesso della parole e dell’intelligenza Sir Terry mostra le difficoltà della civilizzazione, l’importanza della religione, dei miti, della struttura sociale e dei bisogni di cui costituiscono risposta. Il tema della narrazione e della sua importanza per l’umanità è un tema che ricorre, sottile e pervicace, in tutta la produzione del maestro britannico ma in nessuna altra sua opera Pratchett è riuscito a toccare così tanti temi e con così tanta profondità come in questo libro dove i protagonisti non sono affatto umani ma, bensì, un branco di roditori. E il tutto, ripeto, senza che la storia ne soffrisse visto che le trovate non mancano e lo sviluppo è avvincente e tiene attaccati alla pagina fino all’ultima riga.

Si tratta, insomma, di un libro che vi consiglio assolutamente, nonché uno dei libri migliori, assieme a “A me le guardie” (“Guards! Guards!” in originale), per approcciarsi a quest’autore qualora non abbiate mai letto niente di lui.

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Darktan, il badass capo della Squadra anti trappole (by CircuitDruid)

* senza dimenticare le note a piè di pagina. Vera cifra stilistica di Pratchett che forniscono sempre approfondimenti divertentissimi su personaggi e ambientazioni 😀

Un videogioco – Age of Empires (la serie)

La serie di Age of Empires, del mai troppo compianto Esemble Studios, è un vero caposaldo del genere degli strategici in tempo reale (RTS) e si può dire che ha contribuito, assieme alla serie di Command & Conquer, a forgiarne le caratteristiche salienti. Contrariamente a molte altre serie Age of Empires ha sempre avuto una spiccata impronta storica (esclusa la felice parentesi di Age of Mythology) con grande attenzione per l’adesione delle unità del gioco  alle loro controparti reali.

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La copertina del primo, mitico, titolo della serie

Scopo del gioco è, stringi stringi, sviluppare un insediamento e distruggere quello/i del/i avversario/i presente/i sulla mappa. Alcuni scenari pongono obiettivi speciali, come costruire per primi un edificio oppure raccogliere oggetti particolari in giro per la mappa e portarli in un proprio edificio ma le mazzate restano sempre centrali.
Lo schema è quello classico del raccogli/costruisci/crea/distruggi: raccogli risorse (interessante e peculiare è la possibilità di procurarsi il cibo, risorsa necessaria per addestrare le unità, in molteplici modi), costruisci edifici, crea unità, distruggi il nemico, dopo di che ci sono una serie di caratteristiche che contribuiscono a differenziare Age of Empires dagli altri strategici.
Una prima cosa è che ogni capitolo comprende un buon numero di civiltà storiche che il giocatore può scegliere di interpretare, ognuna con i suoi bonus e le sue costruzioni e unità tipiche che influenzano sensibilmente il gameplay così che l’esperienza di gioco cambia sempre, a seconda della civiltà scelta e di quelle che si sta affrontando, ed è difficile non trovare almeno una civiltà le cui caratteristiche si adattino al nostro stile di gioco. Se questa è una caratteristica ormai diffusa nella maggior parte degli strategici che consentono al giocatore di scegliere fra più fazioni va detto che la serie di Age of Empires è una di quelle che l’hanno sviluppata per prime e meglio di molte altre.

Un’altra caratteristica saliente è il passaggio da un’epoca all’altra, realizzata attraverso colli di bottiglia nel tech tree che simulano l’evolversi del nostro insediamento lungo i secoli (se non millenni). In ogni titolo della serie quando cominceremo una partita partiremo, salvo casi particolari, con tecnologie ricercabili, edifici e unità molto semplici che insieme formeranno la parte bassa dell’albero delle tecnologie. In questa fase saremo nella prima epoca coperta dal gioco.
Per sbloccare edifici nuovi, unità e tecnologie più potenti dovremo soddisfare dei requisiti tecnologici (in genere costruendo determinati edifici) e accumulare ingenti quantità di risorse per sbloccare la possibilità di ricercare l’epoca successiva esattamente come faremmo con una tecnologia. Una volta finita la ricerca il nostro insediamento evolverà, sia a livello grafico che di statistiche, e potremo sfruttare le nuove possibilità offerteci. Ogni titolo di Age of Empires prevede quattro epoche che insieme coprono un periodo più o meno lungo della storia umana. Nel primo Age of Empires, per esempio, le quattro epoche sono: Età della Pietra, Età degli Utensili, Età del Bronzo ed Età del Ferro (il primo Age of Empires è anche quello che copre il periodo storico più ampio).

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Un insediamento in Age of Empires III, in una fase iniziale del gioco

Questo sistema a collo di bottiglia (che ricorda un po’ l’evoluzione delle basi introdotta precedentemente da Blizzard nei suoi RTS) costringe il giocatore a non perdere di vista lo sviluppo del suo insediamento, divide la partita in fasi e dona maggior profondità strategica al gioco visto che ogni fase comporta diversi rapporti di forza fra unità e bisogna mantenere il giusto equilibrio fra la spesa di risorse per evolvere e la spesa per la produzione delle unità mentre in giochi privi di questo sistema si potrebbe puntare direttamente tutto sullo sviluppo dell’unità più potente del gioco tralasciando il resto trasformando la partita in un gigantesco carta-forbice-sasso dove ogni giocatore punta tutto sul segno scelto (che, poi, tutti gli RTS sono dei giganteschi carta-forbice-sasso ma la bravura degli sviluppatori sta nel mascherare, complicare e approfondire questa verità 😛 ). In Age of Empire III e nello spin off Age of Mythology al passaggio di epoca è possibile selezionare un bonus da una rosa di opzioni, per una maggiore varietà di gameplay.

Una volta fabbricate le nostre unit potremo porle in diverse formazioni per ottenere diversi vantaggi strategici, aggressivi o difensivi, nonché contare su alcune unità dotate di abilità attive, come i monaci in grado di curare le altre unità e convertire quelle avversarie (con un briciolo di sospensione della storicità e verosimiglianza :P)

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Il fastidio e l’odio che si finisce col provare verso i monaci di Age of Empires per il loro potere di convertire le truppe è stato adeguatamente reso in diversi fumetti, meme ecc. nel corso degli anni

Altro elemento peculiare sono le meraviglie che, similmente a quelle di Civilization, sono edifici particolari delle quali può esistere solo una copia. In genere ogni civiltà, in Age of Empires, ha la propria meraviglia che una volta costruita garantisce ulteriori bonus di gioco o, in alcuni casi, la vittoria. Ovviamente costano un fottio di risorse e sono lentissime a costruirsi costringendo a programmare, da un certo punto della partita in poi, il proprio gioco nell’ottica di difenderne il cantiere.

In Age of Empires è possibile giocare, come abbiamo detto, su mappe predeterminate o proceduralmente create soddisfando una serie di obiettivi, e questa è la modalità principale, ma è anche possibile affrontare una serie di campagne che, nei primi due titoli della serie, ci metteranno nei panni di personaggi storici dei quali dovremo ripercorrere le imprese (indimenticabile, ad esempio, la campagna in Age of empires II dedicata a William Wallace), mentre nel terzo e ultimo capitolo seguiremo, in una storia originale degli sceneggiatori di Esemble Studios, l’epopea di una famiglia discendente da un avventuriero spagnolo approdato nel Nuovo Mondo.

Ci sarebbe molto altro da dire ma richiederebbe di scendere nel dettaglio e sviscerare le caratteristiche di ogni titolo quindi mi fermo qui. Chiudo consigliandovi caldamente di provare almeno un titolo di questa serie, se non l’avete mai fatto, perché si tratta davvero di un caposaldo del genere RTS e una saga che, nel corso degli anni, non ha perso niente in termini di fascino e giocabilità 🙂

P.S. Esiste anche un fallimentare Age of Empires Online del quale però non ho tenuto conto non essendo stato sviluppato da Esemble Studios.

Due Canzoni – God help the Outcasts & Hellfire

Questa volta vi parlerò, invece che di un film o cartone, di due canzoni prese da Il Gobbo di Notre Dame della Disney,  opera che, secondo me, costituisce l’apice del Primo* Rinascimento Disney. L’idea mi è venuta pensando alla profondità psicologica dei film della Disney (già che ne avevo parlato nella recensione di Frozen) e ho ritenuto che queste due canzoni fossero buoni esempi di una Disney che, una volta tanto, non le manda a dire e non mostra reticenze a scavare nei suoi personaggi. Non parlerò del cartone per potermi meglio concentrare su queste due canzoni; magari farò un giorno ne una recensione/analisi approfondita che quest’opera se lo meriterebbe.

Prima premessa. Tratterò della versione inglese di queste canzoni visto che, come inevitabilmente accade, nel passaggio da una lingua all’altra si sono perse sfumature importanti, necessarie per ricostruirne il senso completo.

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Anche i poster originali sono difficilmente paragonabili a quelli italiani

Seconda premessa. “Hellfire” è, da sceneggiatura, il contraltare, melodico, narrativo e psicologico, di un’altra canzone: “Heaven’s Light”, cantata da Quasimodo. In questa segnalazione ho deciso di tralasciare questa canzone in cui, alla fine, Quasimodo non fa che esprimere compiutamente un concetto già chiaro: il suo desiderio di essere in qualche modo amato, poter anche lui stare nella luce che sembra promanare dall’affetto delle persone e che lui paragone alla luce del paradiso, identificando Esmeralda come un angelo.
Alla fine il contrasto fra questa canzone e Hellfire si gioca sulla visione opposta di Esmeralda che hanno Quasimodo e Frollo e sul differente modo in cui intendono la loro attrazione per la bella zingara. Tolto questo collegamento “Hellfire” resta una canzone molto interessante e che segna una svolta in Frollo, mentre “Heaven’s Light” non aggiunge molto al personaggio di Quasimodo.

Partiamo.

Questa canzone viene dopo la richiesta di asilo di Esmeralda all’Arcidiacono che impedisce alle guardie di Frollo di trascinarla fuori dalla cattedrale per arrestarla a seguito del suo aver liberato Quasimodo dalla ruota (e contuso parecchie guardie nel tentativo di fuggire). Prima della canzone Esmeralda ha uno scambio di battute con l’Arcidiacono sulla crudeltà della folla nei confronti di Quasimodo, conclusasi con la frase del prelato “Non puoi raddrizzare tutti i torti di questo mondo da sola, ma forse qui c’è qualcuno che può farlo”.

Per essere la Disney una azienda accusata, fra le tante cose, di non parlare mai di Dio nei suoi film, “God Help the Outcasts” è una canzone incredibilmente religiosa. Una vera e propria preghiera che Esmeralda comincia rivolgendosi a Gesù, in accordo con delle note di produzione interne. Io ho sempre ritenuto che si rivolgesse alla Madonna, la trovo una soluzione più poetica, ma non si sfugge a quanto dice di un’opera chi vi lavora.
Esmeralda si approccia come una persona che non è solita pregare (inizia asserendo di non sapere se davvero Gesù sia lì ad ascoltarla, asserzione che stonerebbe in bocca a una credente praticante) ma si convince perché, pur essendo la società convinta che sia di tale basso rango che anche la possibilità che preghi come gli altri è irrispettosa, non può fare a meno di chiedersi se anche Gesù non fosse, ai suoi tempi, un emarginato.

Già questi primi versi oltre ad iniziare l’approfondimento del carattere di Esmeralda, disposta a mostrare fiducia nel divino in quanto lo sente prossimo agli umili, provocano un cambiamento in Quasimodo che vediamo assumere un’espressione come di stupita comprensione nel momento in cui sente Esmeralda chiedersi se Gesù non fosse anch’esso emarginato. In quel momento Quasimodo realizza la possibilità che Dio, in realtà, non sia il signore pietoso ma distante incarnato per lui da Frollo ma una divinità vicina alla sua condizione, pietosa con lui perché in grado di capirlo. Quasimodo da quel momento segue Esmeralda, nascosto, per tutta la canzone e successivamente, nella canzone “Heaven’s Light” di cui dicevo sopra, elabora la metafora dell’affetto come luce del paradiso (ispirato probabilmente dalla luce che vede rifulgere su Esmeralda alla fine di “God help the Outcasts”).

Dopo questa introduzione Esmeralda comincia la preghiera vera e propria, chiedendo a Dio di aiutare gli emarginati, gli affamati e gli sfortunati. In questa parte si crea un contrasto fra Esmeralda e il coro degli altri fedeli. Mentre questi chiedono ricchezza, fama, fortuna e benedizioni per sé Esmeralda non chiede niente per lei ma solo di avere pietà per la sua gente e per tutti coloro che possono contare solo sull’aiuto di Dio perché non trovano in terra chi sia disposto ad aiutarli.

Con questa canzone, che alla fine riprende un momento di intimità e solitudine del personaggio, viene mostrata l’autenticità e la profondità dei sentimenti di solidarietà ed empatia che Esmeralda ha già dimostrato aiutando Quasimodo. Esmeralda, dei vari personaggi Disney, è forse quello che più di tutti, certo l’unico che io ricordi, è mosso da una morale universale e non dal desiderio di raggiungere un obiettivo, adempiere a un dovere o aiutare qualcuno che gli caro.
Infatti, poco prima, si è messa nei guai per aiutare un disgraziato che per lei non significava niente e aiutando il quale non avrebbe ottenuto niente. “God help the Outcast” è la canzone che ci spiega perché questo personaggio agisce così e lo fa con una delicatezza e tirando in ballo un tema così alto, l’esatta natura di Dio e della sua pietà, che è commovente.
Alla fine della canzone, a sottolineare ulteriormente la differenza fra la visione religiose di Esmeralda e quella del resto della società, i fedeli che hanno fatto, con le loro preghiere, da inconsapevole coro, accortisi di lei la trattano a male parole sostenendo che non dovrebbe essere in chiesa.

Infine è una canzone che ha un grande impatto su Quasimodo e sulla sua evoluzione. Infatti, dopo averla spiata per tutta la canzone, Quasimodo canterà la canzone “Heaven’s Light” di cui dicevo sopra, formulando la metafora della luce del paradiso e sono convinto che sia proprio la canzone di Esmeralda a dargli quell’ispirazione che lo porterà, assieme al suo buon cuore, a compiere tutto quello che compirà nel proseguo del cartone.

Questa canzone, cantata da Frollo nella solitudine della sua dimora, è, secondo me, il vero contraltare di “God helps the Outcasts” in quanto rivela pienamente la vera natura della personalità di Frollo e la sua visione religiosa, opposta a quella della zingara.
La canzone comincia con delle domande alla Madonna, esattamente come l’altra cominciava con un approccio umile a Gesù (ed è perché le renderebbe ancora più collegate che preferisco l’ipotesi che Esmeralda nella sua canzone si rivolga a Maria invece che a Gesù) e vediamo subito come Frollo sposi la concezione per cui ci sono persone più vicine di altre alla divinità e solo quest’ultime sono degne di approcciarvisi. Già dall’introduzione, infatti, emerge tutto il senso di superiorità di quest’uomo dovuto al suo sentirsi nel giusto e ricolmo di virtù. Il senso di superiorità di Frollo rende ancora più angosciosa l’attrazione che prova per Esmeralda, poiché essendo una persona così elevata, nella sua concezione, Frollo non riesce ad accettare semplicemente di essere attratto, una attrazione prettamente sessuale fra l’altro, da Esmeralda e si convince di essere vittima di un sortilegio.

Le figure incappucciate che compaiono e recitano il Confiteor, il canto di confessione dei peccati intonato dall’Arcidiacono e dai preti all’inizio della sequenza (e che qui non si vedono essendo un video ridotto all’osso, mi spiace), rappresentano il suo senso di colpa, la consapevolezza, ch’egli cerca disperatamente di scacciare, in una sorta di dialogo tormentato con se stesso, di essere caduto nella lussuria e di essere l’unico responsabile dei suoi pensieri.
Nel tentativo di sottrarsi all’angoscia che lo divora arriva addirittura a chiedere a Maria di distruggere la zingara, oppure di renderla sua. Dopo che una guardia (anch’esso tagliato in questa sequenza) interrompe la canzone per avvertirlo della fuga di Esmeralda Frollo decide di prendere l’iniziativa, di trovare Esmeralda, dovesse incendiare la città per farlo, e costringerla a scegliere fra lui e la pira. Dopo aver dato fuoco allo scialle di Esmeralda, e quindi, simbolicamente, a Esmeralda stessa, Frollo retrocede incalzato dalle ombre della sua coscienza e chiedendo, in un momento di debolezza in cui sembra rendersi conto di cosa si sta proponendo di fare, pietà a Dio per lei e per sé, salvo ribadire, a conferma che ormai la sua mente è troppo sconvolta dalla lussuria e dall’offesa che sente di aver subito dalla fuga di lei, i suoi propositi distruttivi.

Questa canzone introduce, splendidamente, il conflitto che animerà il resto del film (perché alla fin fine della fuga di una zingara un Frollo non ossessionato se ne sarebbe potuto anche fregare) e lo fa mostrando il villain più complesso della Disney assieme a forse, Scar del Re Leone, in una canzone che non si fa problemi ad avere un sotteso chiaramente sessuale (non vien da pensare neanche per un secondo che Frolla possa essere animato dall’amore, nemmeno nella sua forma più possessiva e torta) e a tirare in ballo tutta l’ipocrisia di una concezione elitaria della religione (Frollo che si convince di non poter esser agente attivo di un peccato) e la forza devastante che può esser scatenata da un conflitto fra la consapevolezza che una persona ha di sé e l’idea che vuole avere di sé.

Insomma, più si scava nei Classici Disney più verrebbe da dire “alla faccia dei personaggi piatti e poco approfonditi!”

*Spero vivamente che si possa presto affermare, definitivamente, la prassi di riferirsi a un Primo e a un Secondo Rinascimento Disney 😀

Alla prossima puntata!

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11 pensieri su “Voci dalla tana – IV

  1. pienotto in ha detto:

    Pratchett lo conosco di nome ma non l’ho mai letto. Confesso di non amare molto il fantasy: ho letto Martin per curiosità, ma basta, non ho letto neppure Tolkien né ho voglia di farlo a breve.

    Purtroppo non ho molto tempo per i videogiochi, ma AOE mi ha sempre attratto. Ultimamente però ho tempo solo per dei browser game (forge of empires), roba insomma da fare due clic in 5 minuti di tempo libero, per poi tornare a studiare.

    Per me, che non ho un buon rapporto col mio corpo, la storia di Notre-Dame de Paris è molto importante. Preferisco la versione di Hugo a quella Disney però.

    Inutile dire che nella mia mente Notre-Dame si collega subito a quel colosso che è I Miserabili. Ebbene, ti consiglio fortemente di ascoltare le musiche dei miserables cantate dai Collabro: sembra un canto alpino, ed hanno una potenza incredibile.

    P.S.: Sono curioso: hai letto i due testi che ti ho linkato?

    (nel caso il Nick non vada: sono LiveALive)

    • Chissà perché WordPress ha deciso che devi chiamarti pienotto u.u ho dato una scorsa veloce ai due pezzi ma non li ho ancora letti. Domani leggerò quello sul deserto dei tartari che è un libro che non ho mai letto ma che mio padre e la mia ragazza adorano 🙂

      Pratchett ti consiglio di dargli una possibilità anche se non ti piace il fantasy, alla fine è molto godibile anche se non si mastica il genere e Maurice è un ottimo libro con cui partire per avvicinarsi a questo autore 🙂

      Ogni volta che penso ai Miserabili penso al profluvio di capitoli dedicati al prete il cui unico scopo nella storia è donare i candelabri al protagonista! XD
      I Miserabili, con la sua lunghezza oltre misura, è stato, assieme al Conte di Monte Cristo, l’ostacolo che ha bloccato il mio percorso di lettura dei classici ma potrebbe essere il momento di riprovarci 😀

      • pienotto in ha detto:

        Qui mi riferivo ai miserabili-musical, ma… FOLLE! Il Conte di Montecristo è il mio libri preferito di tutti i tempi XD

        Io ti consiglio di iniziare da quello sulla rapidità perché sono 1000 parole in tutto: una lettura da tre minuti. Quello del Deserto è ben più lungo (ma fammi sapere se la morosa concorda XD)

        P.S.: Non so perché, ma dal cell mi chiama così… Da IPad e computer posso usare l’altro Nick.

  2. Daniele in ha detto:

    Non direi che Pratchett è poco considerato, in Italia: in ambito più prettamente nerd sfiora il mito! Forse, al di fuori, tende a pagare lo scotto di essere un autore molto comico – e dunque meno aulico di Tolkien, per restare nel fantasy. Di (parzialmente) suo ho letto solo Buona Apocalisse a tutti ed era zeppo di boiate meravigliose e spettacolari XD

    Age of Empires, non pervenuto, ancora non ho avuto il piacere: in passato per assenza di pc di un certo spessore, oggi perché è un gioco che non ama gli ultimi sistemi windows. Vedrò di trovare il modo 🙂

    Il gobbo… vai a sapere perché, ancora non mi è capitato di vederlo! È uscito in uno strano periodo della mia vita, gli ultimi anni delle superiori, mai abbastanza vituperati. Tempi oscuri e tormentati…
    Ma leggere i tuoi approfondimenti a tema Disney è sempre interessante – ho scoperto il tuo blog cercando recensioni di Frozen, in fondo!

    • Grazie, son contento ti piacciano ^^ con i cartoni Disney ho avuto un rapporto di amore/odio. Da pre adolescente li detestavo perché mandano sempre il messaggio di fondo “Segui il tuo cuore e otterrai ciò che vuoi”, sonora stronzata perché seguire il cuore di per sé non basta e perché il cuore di molte persone manco sa che vuole, ma poi ho imparato a leggere fra le righe e sto riscoprendo passo passo tutta la produzione della casa del Topo 😀

      Gli ultimi anni delle superiori penso siano stati tempi oscuri e tormentati per tutti noi, meno male che adesso sono dove dovrebbero stare, alle spalle 😉

      Se ti interessa recuperare AoE e se sei uno dei tanti felici/maledetti fruitori della piattaforma Steam come il sottoscritto puoi recuperare sia AoE III che la versione HD di AoE II (considerato dai più l’apice della serie) e la versione Extended di Age of Mythology a prezzi interessanti (poco meno di 30 euro ciascuno) che quasi certamente diverranno ancora più interessanti con l’approssimarsi dei saldi invernali di Steam 😉

      Se dovessi recuperare AoE II su Steam dimmelo che vediamo di combinare qualche partita assieme se ti va 😀

      Terry Pratchett, hai ragione, dai nerd è consideratissimo ma dal mondo editoriale nostrano molto meno. Pensa che la saga delle Guardie, che è una delle sue migliori, da noi è una trilogia ma in UK ormai è una ectiologia. Solo una minima parte della sua opera è stata tradotta da noi 😦

      • Daniele in ha detto:

        Purtroppo la mia capacità di connessione si basa sull’abusare di una banale scheda del tipo “dopo 2 giga di traffico, arrangiati” ma quando avrò a disposizione una connessione più degna, approfittero’ del tuo invito 😉

        La Disney mi prese a noia intorno ai 20 anni – bei disegni, bella animazione, belle musiche, ma trame troppo già viste e prevedibili. Qualche anno fa, c’è voluto Kingdom Hearts per farci fare pace, e devo dire che attualmente, pur essendo le storie ancora troppo costruite su una formula – dunque ripetitive – sto notando dei cambiamenti: Frozen è proprio il caso eclatante, dato che ha almeno due punti in cui il modello Disney viene ridotto in briciole. Ora, sono variazioni che altri usano da anni, ma vederli in un prodotto Disney, spesso così tradizionale, colpisce molto!

  3. Christian Stocco in ha detto:

    Trovo Il Gobbo di Notre Dame il prodotto più maturo uscito dalla Disney, mi spiace davvero che non si siano visti ripagati, e abbiano dovuto ripiegare tutto il decennio sucessivo su imbarazzanti cheapquel e film in CGI senza capo nè coda.
    (Alla Ricerca di Nemo è imbarazzante)
    Hellfire è il momento più complesso del film, con Frollo che si sfrega sul viso lo scialle di Esmeralda facendo capire così a tutti, anche ai bambini, che prova un desiderio carnale per lei, per poi gettarlo nel fuoco.
    Unica nota negativa, le folle composte dai soliti dieci personaggi ripetuti, ma va beh, su qualcosa dovevano pur risparmiare 🙂

    • Daniele in ha detto:

      Alla ricerca di Nemo è Pixar più che Disney: sembra pignoleria, visto che comunque la Disney l’ha comprata tempo fa, ma i lavori Disney e quelli Pixar continuano a essere molto diversi tra loro. A me, Nemo non era dispiaciuto: la Pixar ha fatto di meglio, ma era grazioso. Forse un po’ ruffiano, devo ammetterlo, ma aveva qualche personaggio divertente e piccoli tocchi di originalità.
      Il gobbo della Disney lo dovrò recuperare in qualche modo: non ho ancora sentito una persona dire che fa schifo!

    • Cheapquel è una definizione che non conoscevo ed è bellissima 😀

      Non concordo su Alla Ricerca di Nemo, secondo me è uno dei capolavori minori della Pixar.

      In un momento in cui ancora si pensava che la Pixar facesse film per bambini, stupendi ma per bambini, questa ha tirato fuori dal cilindro la storia di formazione on the road di un adulto che ha perso quasi tutto quello che aveva e si aggrappa in maniera soffocante al poco che gli è rimasto (il figlio invalido). Solo quando perde anche il figlio e affronta il pericolo per ritrovarlo torna, in un certo senso, a vivere e crescere.
      Una bellissima storia, con qualche momento comico forse troppo sopra le righe (gli squali vegetariani) ma che non ho trovato affatto sconclusionato 🙂

  4. Pingback: un giorno, senza Terry Pratchett | Hendioke's Lair

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