Hendioke's Lair

In the deep of the dragon

Mini considerazione – La Mimesi

La Mimèsi, dal greco μίμησις (mìmesis), significa imitazione è nasce come concetto filosofico intendente che tutto quel che esiste in natura non è che una imitazione dei modelli ideali custoditi nell’Iperuranio e che tutto quel che l’uomo può creare non è che una imitazione di queste idee o, peggio delle imitazioni già presenti in natura. Per approfondire vi rimando alla relativa pagina di wikipedia, quel che a noi interessa è il significato che questo concetto, fin dal principio legato anche al mondo dell’arte, assume in narrativa.

La mimesi, nel nostro ambito, indica l’aderenza della narrazione al narrato. Si tratta di un concetto prossimo a quello di verosimiglianza, e alcune cose che scriverò le avrete già sentite riferite a quest’altro concetto, ma la mimesi è una cosa più sottile e ampia.

Ogni volta che scriviamo stiamo, di fatto, aprendo una finestra per il lettore su un mondo altro, che può essere il nostro o può essere completamente inventato, che noi dobbiamo riportare al lettore in maniera che lui possa, al tempo stesso, immergervisi e comprenderlo.
Perché un lettore possa immergersi nel mondo che gli stiamo mostrando è necessario che la resa di questo mondo sia il più fedele e vivida possibile, ma se il lettore non può comprendere quel che gli stiamo narrando anche il più meraviglioso e affascinante dei mondi gli resterà oscuro e precluso. Tutti i compromessi che dobbiamo attuare fra fedele rappresentazione del mondo fittizio della nostra opera e il modo in cui la raccontiamo al lettore hanno a che fare col livello di mimesi che ci prefissiamo di mantenere e quindi non stupisce come la mimesi sia dannatamente importante, e come certi suoi aspetti siano dannatamente sottovalutati.

Facciamo due esempi per capire come la mimesi opera.

Mettiamo che stiamo scrivendo un racconto sulla strana giornata di Carlo che, arrivato al lavoro, scopre che tutti i suoi colleghi sono scomparsi. La mente di Carlo, noi lo sappiamo, è una ridda di pensieri confusi, resi sia a parole che per immagini, sul possibile destino dei suoi colleghi, che scorrono uno dietro l’altro senza un grande ordine logico.
Una rappresentazione sufficientemente mimetica di questo flusso di pensieri potrebbe essere la seguente

‘Dove sono tutti?’ si chiese mentre il suo cuore cominciava ad accelerare, ‘sono le nove e mezza…’ immaginò Laura e Marco entrare nel bar di fronte all’ufficio ‘non credo, vanno prima. E Stefano? Roberto? Forse una gita aziendale’ scosse la testa, la sua mente gli ripropose un ricordo confuso della bacheca ‘non c’erano messaggi’ si mosse verso la sala conferenze, sentendo la fronte farsi madida di sudore ‘sono qui sono qui’ girò nel corridoio ‘riunione straordinaria, il capo dall’Austria, mi stanno facendo uno scherzo’ arrivato alla sala vide attraverso la parete a vetri che non c’era nessuno ‘scomparsi’.

Una rappresentazione meno mimetica ma più chiara potrebbe invece essere così

‘Dove sono tutti?’ si chiese mentre il suo cuore cominciava ad accelerare, ‘sono le nove e mezza, che siano al bar?’. Pensò un attimo a Laura e Marco, che andavano spesso al bar di fronte all’ufficio assieme, ma poi si disse che non poteva essere ‘ci vanno prima dell’orario di lavoro. E Stefano e Roberto, e gli altri?’. Considerò la possibilità che fossero partiti tutti per una gita aziendale di cui non sapeva nulla ma non ricordava alcun messaggio sulla bacheca dell’ufficio. Sempre più agitato, si diresse verso la sala conferenze sentendo la fronte farsi madida di sudore. ‘Forse sono in riunione straordinaria, potrebbe essere arrivato a sorpresa il capo dall’Austria, oppure mi stanno facendo uno scherzo’, ma arrivato alla sala vide attraverso la parete a vetri che non c’era nessuno. Erano scomparsi.

Anche quando non mettiamo draghi, demoni e cose fuori dall’ordinario nelle nostre storie scontiamo comunque la necessità di inserire un certo grado di approssimazione rispetto a quello che i personaggi fanno, dicono, pensano e rispetto all’ambiente in cui si muovono, una approssimazione necessaria per rendere il testo scorrevole e avvincente ed evitare che diventi una triturata di maroni per il nostro povero lettore.

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Oppure si può scrivere un romanzo con una aderenza 1:1 alla realtà e diventare un caposaldo della letteratura mondiale, ma non è il tipo di trucco che riesce due volte

Questo aspetto della mimesi è quello più facilmente sovrapponibile al concetto di verosimiglianza comunemente inteso ed è una di quelle cose che chiunque scriva o legga impara presto. Gamberetta, per fare un esempio, accenna alla questione nel paragrafo “Verosimiglianza” del suo manuale sui dialoghi. Nello scrivere, possiamo riassumere, bisogna tenere il giusto equilibrio fra verosimiglianza di quanto accade e fruibilità del testo.

Il secondo esempio ci introduce all’aspetto più sottile, pervasivo e meno evidente della questione mimetica. Mettiamo che nel Mondo Fantasy n. 616 un generale attenda notizie sulla sorte di un suo parigrado impegnato su un altro fronte della guerra in corso

La guardia entrò trafelata nella stanza del legato e senza nemmeno salutare gli diede la notizia che lo stava facendo consumare in una nervosa attesa dal mattino. “Nuove dal fronte est, signore” disse con voce affannata. Il legato gli andò incontro con pochi e ampi passi tendendo la mano. Prese la pergamena arrotolata che la guardia gli porse e gli fece cenno di andarsene. Adempiuto il proprio dovere la guardia salutò il legato e se ne andò, quest’ultimo andò alla sua sedia, finalmente libero di sedersi senza che l’ansia lo costringesse ad alzarsi e misurare i metri della stanza a passi, e srotolò la missiva leggendo avidamente.
Finito di leggerne il contenuto lasciò cadere le braccia, e per poco la pergamena non gli cadde dalle dita. I suoi peggiori timori s’erano avverati. Mirlus era morto, assassinato nella sua tenda come un cane, con una stilettata al cuore. Del colpevole non era stata trovata alcuna traccia e l’esercito orientale era nel panico. Ma lui sapeva chi era stato. Nimros, come gli aveva promesso, era riuscito ad arrivare fino al suo amico e lo aveva ucciso con un colpo della sua misericordia dall’elsa nera.
“Schifoso sicario, ti prenderò”

Ci sono delle cose, in questo brano, che sicuramente vi saranno saltate all’occhio e che avrete segnalato come poco verosimili, se non proprio come errate. Le più evidenti sono i termini “legato”, “metri” e “misericordia”. Li ho messi apposta per introdurre al secondo aspetto della mimesi che sconta il prezzo di tantissimi compressi dei quali, spesso, non ci accorgiamo. Questi termini, infatti, suonano immediatamente alieni al contesto che vi ho brevemente descritto, un mondo di fantasia che non è il nostro, in quanto fortemente identificativi di un soggetto, un concetto e un oggetto che sono intrinseci al nostro mondo.

Il legato è il comandante di una legione, l’unità principale in cui si articolava l’esercito romano, ed è così legato all’organizzazione militare romana, nota bene o male a tutti, e alla lingua latina, che a leggerlo in un racconto fantasy non si può fare a meno di percepirlo come un errore, un termine fuori posto e usato a sproposito in un contesto dove la Repubblica Romana e le legioni romane non sono mai esistite.

Il metro è una unità di misura universale, ricavato da una sezione del meridiano di Parigi, e suona subito chiaro, mentre leggiamo, che non può essere utilizzato in un mondo dove Parigi non esiste e forse non esiste neanche il concetto di meridiano!

La misericordia, infine, è un tipo di pugnale molto sottile, con lama triangolare a sezione quadrata o di losanga, utilizzato nel medioevo per dare il colpo di grazie ai feriti dopo una battaglia, o per colpire attraverso i punti deboli dell’armatura avversaria. Il nome deriva direttamente dal sentimento della misericordia che, in teoria, avrebbe dovuto animare chi si prendeva l’onere di dare la morte ai propri feriti.
Nel Mondo Fantasy n. 616 può essere benissimo che esista un’arma con la forma e lo scopo della misericordia, ma certo che si chiami anch’essa misericordia suona come una coincidenza bella forte.

Questi termini dissonanti di per sé possono ancora essere visti come errori nel costruire la verosimiglianza del testo, in quanto il portato del loro significato e della loro storia è, semplicemente, troppo evidente al lettore perché questi termini possano sistemarsi comodamente nel mondo fittizio che come autori stiamo costruendo. Però la verità è che, quando si tenta di dar vita a un mondo fantastico, è inevitabile compiere compromessi, sacrificare l’aderenza per la chiarezza inserendo qualcosa che in quel mondo non ha senso ma che dobbiamo usare per permettere al lettore di accedere al mondo che stiamo costruendo per lui.

Per farvi capire che intendo prendiamo altri termini presenti nel brano che presentano lo stesso problema di quelli evidenziati sopra, ma che è più difficile che vi siano suonati dissonanti: “pergamena”, “assassinato”, “stilettata” e “sicario”.

La pergamena è, come sappiamo tutti, un supporto per la scrittura ricavata dalla pelle animale (ovini per lo più) ma il termine pergamena non indica né le sue caratteristiche né il suo materiale bensì la sua città d’origine: Pergamo. E’ chiaro, quindi, che anche se oggi il termine pergamena ha perso, nell’uso corrente, ogni legame con la città finendo col riferirsi solo all’oggetto, l’utilizzo di questo termine, al posto di termini più aderenti all’oggetto come – ad esempio – cartapecora, in un fantasy nel cui mondo Pergamo non esiste non è meno grave, ai fini mimetici, dell’uso di metro.

Con assassinato si intende una persona che viene uccisa da qualcuno che aveva il preciso obiettivo di ucciderla e una motivazione per farlo. Oggi è un termine di uso comunissimo per indicare queste particolari circostanze legate alla morte di qualcuno, ma la sua origine viene da assassino, inteso appunto come soggetto che uccide un bersaglio per un motivo, il quale deriva da al-ashishiyyun, fumatori di hashish, intendendo i membri della setta dei Nizariti, oppure da azizin, i soldati al comando del mercenario persiano Istfan Muhammed Aziz. In ogni caso, si tratta di un termine che affonda le sue radici in una storia ben precisa del nostro mondo, non di Mondo Fantasy n. 616.

Stilettata indica un colpo inferto con lo stiletto, o arma simile, e stiletto significa “piccolo stilo”, anche qui è possibile che esistano in Mondo Fantasy n. 616 armi simili allo stiletto ma che derivino anch’essi il nome dallo stilo per scrivere… uhm.

stiletto

Stiletto, you CAN live without it 😛

Sicario, infine, che per noi è un termine di uso comune per indicare l’esecutore di un omicidio che agisce per conto altrui, deriva dal nome che i romani davano ai membri più estremi della fazione ebraica degli Zeloti, integralisti ebrei del I sec. che avversarono la dominazione romana. Alcuni di loro reagivano alla dominazione con una serie di attentati terroristici operati con l’uso di pugnali nascosti, chiamati sica dai romani e da cui il nome sicari. E’ chiaro che, in assenza di Zeloti o estremisti religiosi di ugual fatta anche questo termine risulterà dissonante e alieno rispetto al Mondo Fantasy n. 616.

Questi quattro termini, quindi, non hanno senso riferiti a un mondo che non sia il nostro, eppure ricorrono spessissimo in innumerevoli libri fantasy, inseriti in contesti di completa fantasia. Gli autori non se ne crucciano e i lettori non si infastidiscono. Il motivo per cui nessuno, neanche Gamberetta, ha mai sollevato una crociata contro questi errori di mimesi, queste rotture rispetto all’aderenza al narrato che dovrebbe essere la più alta possibile, è che, semplicemente, la fedeltà al narrato è impossibile.

Nel momento stesso in cui ci sediamo a scrivere una storia con una specifica ambientazione noi stiamo tradendo quella ambientazione. Il tradimento del mondo interiore che abita la nostra mente d’autore è il prezzo da pagare per permettere al lettore di farvi un giro. E il tradimento comincia dalla lingua.
Nel Mondo Fantasy n. 616 non parlano certo in italiano ma io li farò dialogare in italiano pur sapendo che avranno tutto un altro vocabolario e tutt’altra struttura linguistica. Nel Mondo Fantasy n. 616 hanno sicuramente un termine per ogni cosa, e ogni termine sarà frutto della sua storia e richiamerà una serie di sensazioni, concetti e nozioni diversi da quelli richiamati dai termini italiani per lo stesso oggetto.

Di conseguenza, dialoghi e descrizioni, termini e nomi comuni di oggetti e circostanze, saranno inevitabilmente poco o per niente aderenti al mondo narrato e alla mentalità di chi vi vive ma serviranno al lettore per capire cosa i personaggi dicono e pensano, e per comprendere cosa li circonda e con cosa interagiscono.

Questa è una verità ovvia quanto poco scontata. Che la narrativa usi la lingua dell’autore per narrare eventi e fatti nativi che, nel mondo di fantasia narrato, sono avvenuti con un’altra lingua, è una finzione universalmente accettata e ormai non si sente più il bisogno di giustificarla, come a volta han fatto gli autori del passato attraverso il trucco di presentare la loro opera come traduzione di un’opera altra, redatta dai protagonisti o narratori integrati nel mondo narrato*.

Tuttavia resta il fatto che pochi si rendono conto delle implicazioni di questa finzione mentre conoscere il concetto di mimesi, tenere presente il fatto che quando si narra si sta solo approssimativamente descrivendo un mondo altro attraverso una narrazione solo parzialmente aderente, può aiutare a diventare scrittori più consapevoli e ci offre l’opportunità di decidere, con maggiore consapevolezza, quando rinunciare a un maggior livello di mimesi per un più semplice lavoro espositivo e quanto invece premere sulla mimesi per dare maggior profondità e carattere al mondo narrato (o, meglio, per svelarlo più chiaramente).

Un esempio, per intenderci, può essere creare dei propri termini per i concetti e gli oggetti che altrimenti descriveremmo ricorrendo a parole di compromesso. Possiamo creare parole di facile comprensione e più aderenti, ad esempio se in un mondo non esistono cavalli e i guerrieri cavalcano daini giganti potremmo definirli usando un termine  “guerrieri-daino” o “dainieri” invece di “cavalieri”, oppure possiamo creare termini di non immediata comprensione ma con una loro storia cui faremo cenno nell’opera, ad esempio invece di “assassino” potremmo usare “atanita”, termine equivalente e derivato dal nome degli adepti del dio Tanis, spietati omicidi su commissione 😛

Insomma, la mimesi, pur incrociando il concetto della verosimiglianza, è qualcosa che attiene al tessuto stesso della narrazione, che scende in profondità nelle sue ossa, corre lungo i suoi tendini. Non serve conoscerlo per correre ma può tornare utile per correre meglio 😉

Alla prossima!

Wikia-Visualization-Mainhobbitarmies

Comunque i daini sono da fighette, il vero guerriero coatto cavalca cinghiali!

*Il Signore degli Anelli, ad esempio, altro non sarebbe che la traduzione di una copia del Libro Rosso dei Confini Occidentali.

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4 pensieri su “Mini considerazione – La Mimesi

  1. Christian Stocco in ha detto:

    Era una domanda che mi sono spesso posto. Parecchi termini del nostro vocabolario derivano da luoghi, persone, specifici eventi storici. Parto cesareo, sabotaggio, stile spartano, eccetera. È uno dei motivi che mi rende diffidente verso i fantasy ambientati in mondi medievaleggianti.
    Sul paragrafo che hai posto come esempio va anche detto, con molta prosaicità, che questi termini vengono usati anche per sostenere un tono più o meno aulico. “Metro” stona parecchio perché è un termine recente, legato a un periodo specifico come la belle epoque e il suo entusiasmo positivista. “Pergamena” invece suona più in linea con un’ambientazione presumibilmente medievale, ma implica che si tratti di pelle di animale. Visto che si tratta di comunicazioni di servizio non potrebbe essere usino un materiale meno durevole ma più economico come carta o papiro? No perché sono termini l’uno dal suono troppo recente, l’altro troppo legato all’Antico Egitto. Forse sarebbe meglio tacere un dettaglio relativamente irrilevante come il mezzo, limitarsi a “consegnò il messaggio” senza scoprirsi in desunzioni sull’industria cartiera di quel mondo.
    Sì, sono dettagli, ma dettagli che fanno impazzire.

    Ritornando alla prima parte, il problema non è solo la mimesi in quel paragrafo, cioè seguire passo passo il pensiero dei personaggi. È che il passaggio meno “mimetico” è pieno di informazioni rindondanti. È chiaro quanto il primo ma più lungo, e io personalmente malsopporto gli sprechi di spazio 😉
    Sul serio, quello delle informazioni rindonanti, siccome ora la moda è fare libri non sotto le cinquecento pagine, è uno degli stratagemmi degli “scrittori” per allungare il brodo. Non ne posso più. “Ho capito dannazione, non serve che me lo ripeti ancora!”

    • Sì, sono dettagli che fanno impazzire, e difatti anch’io trovo molto difficili i mondi secondari, però sono anche dettagli che possono fare la differenza. Anche solo affrontarli costringere a strutturare sempre più nel dettaglio il mondo che si va costruendo e, quindi, anche se i due terzi di quello che penseremo non finiranno su carta, a renderlo più vivo.

      La questione del tono delle parole è un altro problema ancora, che personalmente trovo molto stupido ma purtroppo esiste. E’ un po’ il discorso che ho fatto nel secondo post sull’Ellenismo, la gente (e mi ci metto anch’io) ha una conoscenza molto vaga delle tecnologie pre industriali e tende a collocare certi elementi, in tempi e luoghi ben precisi e limitati, così parole ed elementi acquisiscono un “sapore” e fai fatica a usarli correttamente.
      Eppure, come si evince anche da questo articolo di Zwei (http://zweilawyer.com/2014/12/22/la-lettera-di-un-legionario-romano-alla-famiglia-iii-secolo/) prima che inventassero la carta usavano il papiro, abbondantemente e non solo in Egitto, quindi uno dovrebbe poter usare il termine papiro (o se proprio non vuole chiamare il papiro del suo mondo papiro può usare un termine tipo “foglio di canna” :P) senza patemi!

      Inoltre il discorso della mimesi non tocca solo i termini utilizzati, ma anche i modi di dire, i doppi sensi, le concezioni mentali degli abitanti del mondo secondario, le nozioni comuni, le nozioni di categoria (se in questo mondo esiste un mestiere che non ha corrispettivi nel nostro, bhe, i suoi praticanti avranno delle nozioni loro che non solo noi, ma neanche gli altri comprenderanno) ecc. ecc.

      “Ho capito dannazione, non serve che me lo ripeti ancora!”

      Ahahah 😄 è vero, molti libri oggi fanno quell’effetto. Comunque la seconda versione non mi pare ridondante, contiene le stesse informazioni della prima e anche qualcuna in meno (manca il tentativo di rassicurarsi, ‘sono qui sono qui'”, e l’immagine di lui che gira l’angolo del corridoio), certo è più lunga poiché maggiormente spiegata 😛

  2. Daniele in ha detto:

    Su certi termini in contesti fantasy, io non mi faccio grandi problemi: sarebbe come dire che è meglio non usare parole di origine greca in mondi in cui non esiste una lingua come il greco. Idem per il latino e le parole di origine latina.

    A prescindere dall’etimologia, il nome di un oggetto (per il lettore che conosce la lingua in cui è scritto il libro) è quello e buonanotte, se devi inventare una parola per poi descrivere l’oggetto, quello è un potenziale spiegoncino, a meno che tu non sia molto capace. Ma se lo farai per ogni minimo ninnolo, rischierai che il trucco ti riesca bene solo poche volte.
    Credo sia un eccesso di pignoleria, imho: se i personaggi sono costruiti con criterio e la storia è sia logica che coerente, non sono certo queste cose a incrinare la mia immersione nel testo.
    Neanche ci bado, se non devo vivisezionare un brano.

    In compenso, nei fantasy mi danno fastidio certe frasi fatte, specie le più moderne e legate allo sport – dato che nella maggior parte dei libri di questo genere non si dedica granché spazio a certi contesti e comunque le frasi fatte sono un prodotto culturale più complesso, rispetto alla singola parola.
    Potrebbero essere create apposta delle espressioni equivalenti per l’ambientazione, ma poi si sarebbe di nuovo a rischio di spiegoni e sarebbe peggio… Qui la soluzione, per me, è “frasi fatte: maneggiare con cautela!”

    Personalmente non vedo molte vie d’uscita, a parte “prova a scriverlo con impegno e vedi come esce”.
    La sperimentazione ci salverà…

    • Sperimentazione for the win!

      L’esempio dei nomi è, al tempo stesso, esemplificativo e limitante, mi rendo conto.
      Il succo non è tanto che per essere scrittori migliori bisogna evitare termini dissonanti ma rendersi conto del perché li si usa e rendersi, ancora prima di questo, conto del fatto che il semplice atto di scrivere una storia crea un grado di separazione fra noi e il contenuto della stessa.

      Si tratta di una verità così banale che non ci si riflette mai sopra io invece trovo che tenerlo da conto può, appunto, rende più consapevoli. La conseguenza di questa consapevolezza può anche non avere una ricaduta materiale (la consapevolezza è già gratificante di per sé) oppure può avere una ricaduta che spero ovviamente non sia la pignoleria, perché altrimenti si entra in un circolo che conduce all’immobilità (ottimo il tuo esempio di non poter usare parole greche).

      Spero, semmai, abbia come conseguenza un po’ di sperimentazione fra diversi livelli di mimesi, e una maggiore mimesi può passare attraverso l’invenzione di termini aderenti al mondo narrato ma, anche, attraverso la costruzione di precisi processi psicologici usati dai personaggi, di precise idee comuni, invece di applicare schemi mentali nostri (col rischio di scadere, appunto, nell’uso di frasi fatte moderne) agli abitanti di un mondo altro 😉

      Certo, resta che stiam parlando di un qualcosa che anche se poggia sulla base della narrativa all’atto pratico coinvolge i contorni, di fronte a personaggi, storia e basi dell’ambientazione ben congegnate non saranno questi dettagli a schifare il lettore 😀

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