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In the deep of the dragon

Il Pianeta del Tesoro, Recensione

Titolo: Il Pianeta del TesoroTreasure_Planet_poster

Produttore: Disney

Distributore: Disney

Registi: Jon Clemens e John Musker

Anno: 2002

Genere: Classico Disney

Durata: 95′

Visto che la recensione che avevo in programma si sta rivelando lunghissima (e in effetti è un videogioco enorme e ne sto facendo una sorta di recensione/guida), dovrò prendermi altro tempo (che purtroppo scarseggia sempre). Ma per non lasciarvi una settimana a bocca asciutta vorrei recensire per voi un Classico della Disney che compone, assieme ad Atlantis, quello che io chiamo “il dittico della sottovalutata sci-fi Disney”: Treasure Planet, o il Pianeta del Tesoro. Cartone, a mio avviso, affascinante sotto diversi aspetti.

Ambientazione e trama

Il Pianeta del Tesoro, come molti altri Classici Disney, è la trasposizione animata di un romanzo noto. In questo caso L’Isola del Tesoro di R.L. Stevenson, cui la Disney si ispira per una storia che proietta le vicende di pirateria, coraggio e formazione personale dell’opera originale in un contesto completamente alieno rispetto all’Oceano Atlantico del XVIII secolo, un futuro fantascientifico di navigazioni spaziali che è il primo punto forte de Il Pianeta del Tesoro.

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Se questa immagina non vi fa, non dico sbavare, ma almeno esclamare un “wow” consideratevi delle brutte persone

La Disney stravolge i riferimenti spaziali e temporali dell’opera originaria e ambienta il proprio cartone in uno scenario che, ignorando se esiste una dicitura apposita, chiamerò power sci-fi, ovverosia una fantascienza che se ne frega di esporre le basi scientifiche della propria ambientazione e, limitandosi al tecnobabble minimo indispensabile, stordisce lo spettatore con un flusso di trovate semplicemente troppo belle e d’impatto perché questo abbia voglia di chiedersi quale diavoleria permetta, ad esempio, all’equipaggio di un brigantino a ponte scoperto di respirare nello spazio.
Lo spazio del Pianeta del Tesoro, che trae le sue suggestioni direttamente dall’opera originale, è, infatti, uno spazio inteso come uno sterminato oceano, popolato da creature spaziali in grado di viverci e solcarne le profondità, che una variegata società di umani e alieni d’ogni tipo attraversa a bordo di astronavi dalle fattezze di navi e imbarcazioni a vela del ‘700, sospinte dall’eterium (una sorta di vento/corrente spaziale).
Tutta l’ambientazione, comprese le città sui pianeti e gli immensi spazioporti, presenta un affascinante mix visivo e funzionale fra architetture e tecnologie del XVIII secolo e avanzatissimi ritrovati tecnologici dal look non dico steampunk, perché sarebbe un’inesattezza, ma comunque arretrato, come se nei secoli, se non millenni, che possono idealmente separare l’epoca della pirateria e questo futuro fosse cambiata la sostanza delle cose ma non la loro estetica.

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Una scena tipica da cartone in costume… bhe, se ignori gli alieni dietro e la città che, sullo sfondo, curva su se stessa…

La trama si incentra sulle vicende di James “Jim” Hawkins, un diciassettenne nativo del pianeta Montressor dove vive con la madre nella locanda di famiglia, il Benbow, che conducono assieme dopo che il padre di Jim li ha abbandonati. Jim è un ragazzo irrequieto che preferisce perdere tempo costruendo windsurf solari e mettendosi nei guai invece di dedicarsi seriamente alla locanda, o a una qualsiasi altra prospettiva di futuro, almeno fino a quando la sua annoiata vita da adolescente ribelle non viene spezzata dall’atterraggio di fortuna, vicino al Benbow, di un alieno in punto di morte di nome Billy Bones. Jim, nel tentativo di salvarlo, lo porta alla locanda ma questi muore subito dopo aver affidato al ragazzo una sfera incisa e averlo messo in guardia da un cyborg che verrà a cercarla.
Jim, la madre e il Dottor Doppler (amico di famiglia che in quel momento si trovava al Benbow) non fanno a tempo a raccogliere le idee dopo il tragico avvenimento che dei pirati arrivano per devastare la locanda, costringendoli a una precipitosa fuga. Riparatisi a casa di Doppler i tre scopriranno che la sfera altro non è che una mappa stellare che conduce al leggendario Pianeta del Tesoro, dove, così si favoleggia, il famigerato capitano Flint avrebbe nascosto l’immenso ricavo delle sue razzie, il bottino dei mille mondi. Comincia così un’avventura per recuperare il tesoro, il cui primo passo è ingaggiare la nave del Capitano Amelia e arruolare una ciurma di feccia spaziale. Fra questi vi è il cuoco cyborg Long John Silver, col quale Jim instaurerà presto un rapporto di reciproco sospetto e rispetto che andrà evolvendo mentre la meta si avvicina e strane trame iniziano a svilupparsi a bordo.

Analisi narrativa

La prima volta che mi è venuto in mente di recensire questo Classico è stato dopo aver scritto la recensione di Frozen, dove avevo sottolineato la profondità psicologica delle due protagoniste, entrambe segnate da un trauma legato alla loro infanzia, e di come per trovare un personaggio simile si dovesse tornare indietro fino a Simba e al Re Leone. In realtà, a posteriori, mi sono ricordato che non era necessario arrivare così lontano, essendo James Hawkins un perfetto esempio di personaggio segnato dal trauma.

L’abbandono da parte del padre, infatti, è un elemento di capitale importanza nell’economia del film ed è, fra l’altro, un’innovazione rispetto al romanzo. Nel libro il padre di Jim muore di malattia nei primi capitoli, mettendo così il figlio nella condizione di poter liberamente intraprendere la sua avventura (sulla necessità ricorrente nei romanzi che il protagonista sia libero da legami famigliari che potrebbero frenarlo, il che quando il protagonista è giovane si concreta spesso in uno status di orfano, vi rimando a questo interessante articolo di Andrea Atzori 😉 ), ma fino all’ultimo è un padre presente e dedito al suo ruolo.

La Disney, invece, decide di far abbandonare Jim e la madre Sarah dal padre, gettando così le basi perché Jim diventi l’adolescente irrequieto e senza prospettive che vediamo all’inizio del cartone. Si tratta di una scelta originale per la casa del Topo, che nel passato non ha certo lesinato con i personaggi orfani fin dal principio ma senza che questo avesse effetti negativi o positivi sulla loro personalità.
Aladdin, per fare un esempio, è stato abbandonato anch’egli dal padre quand’era piccolo ma solo nel terzo film della trilogia a lui dedicata, quando deve affrontare il passaggio delicato delle nozze con Jasmine, si fa toccare dalla cosa. Nei due cartoni precedenti, semplicemente, sembra che l’essere stato abbandonato non lo sfiori.

Jim, invece, resta segnato dall’episodio. Egli infatti, pur essendo chiaramente un ragazzo in gamba e pieno di qualità, non riesce a vedere per sé una strada da seguire, si considera una persona di scarso valore e un incapace, facendo proprio il giudizio delle persone attorno a lui (conseguenza della sua piccola delinquenza) e il giudizio che pensa suo padre avesse di lui. Non è raro, purtroppo, che chi vive l’abbandono da parte di un genitore arrivi a pensare, anche solo inconsciamente, che sia colpa sua, di essere stato abbandonato perché persona da poco. Un meccanismo simile a quello che tende ad instaurarsi nei bambini che vedono i genitori separarsi e finiscono col pensare che sia colpa loro.

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Long John Silver, in tutta la sua cybergloria

Jim è, quindi, un protagonista cui la Disney ha voluto apporre un carico psicologico non da poco il quale indirizza la piega che la trasposizione animata prende rispetto all’opera originale. Durante il viaggio alla ricerca del Pianeta del Tesoro Jim instaura, così come nel libro, un rapporto profondo con John Long Silver (cuoco di bordo e capitano della ciurma di pirati in incognito che prende, arrivati a destinazione, il controllo della nave) il quale, come nel romanzo, è un personaggio sfaccettato, capace di grande e fredda determinazione e ferocia ma capace anche di grande umanità e di sincero affetto. Mentre nel libro il loro rapporto non va oltre quello di amicizia, al massimo di mentore/allievo, nel cartone diventa presto un rapporto paragenitoriale sentito da entrambi.

Inizialmente i due si trovano, per ordine del Capitano Amelia, a collaborare, in quanto Jim viene affidato a John come mozzo, e se i due, da principio, si guardano con reciproco sospetto (Jim per via dell’avvertimento di Bones sul cyborg e John per timore che averlo sempre fra i piedi rovini i suoi piani) presto, mentre John si occupa di insegnare a Jim le conoscenze necessarie a un marinaio, i due cominciano a instaurare un rapporto di rispetto reciproco che, dopo il primo momento di difficoltà del viaggio

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Una stella che rischia di esplodere loro in faccia, niente di tragico

rivela la sua natura, appunto, paragenitoriale con una scena in cui Silver agisce nei confronti di Jim come un vero e proprio padre putativo.
La scelta di creare un rapporto così profondo fra i due credo sia stata la brillante soluzione per dare profondità a un cartone che, giocoforza, non avrebbe potuto puntare sulla quantità di eventi avventurosi dell’originale. Non che l’avventura non ci sia, intendiamoci. Il Pianeta del Tesoro segue le tappe principali della rocambolesca spedizione di ricerca tenendo un buon ritmo con picchi d’azione visivamente spettacolari, ma è indubbio che, essendo una trasposizione necessariamente un sunto, puntare sul rapporto Jim/Silver (che già nel libro è uno dei punti cardine) dev’essere apparsa una buona strategia per dare spessore al cartone.

Anche perché questo permette, al momento in cui gli eventi precipitano con l’ammutinamento dell’equipaggio guidato da Silver, di mettere in campo un conflitto Jim/Silver che va oltre il possesso del tesoro e l’amicizia tradita.
Il tradimento di Silver, infatti, costituisce per Jim un secondo tradimento paterno, stavolta di un padre che non sparisce ma resta come ostacolo fra lui e il tesoro. Questo dà a Jim la spinta per reagire e intraprendere, finalmente, il proprio cammino da adulto senza farsi più frenare da niente e nessuno, nemmeno da Silver che tenta di proporgli un accordo per dividersi il tesoro a metà.

Questa risolutezza di Jim non porta a un esito materiale diverso da quello del romanzo (solo parte del tesoro viene recuperata, ma il cartone nel giungere a questo esito è più drastico e spettacolare del libro 😉 ) ma lo porta a completare la propria maturazione mentre sul finale si riappacifica con Silver, dopo essersi aiutati in un momento di pericolo, che fugge prima di poter essere arrestato per i suoi atti di pirateria ma lasciando Jim da esempio positivo e con un ultimo augurio paterno 🙂

Si tratta, in sintesi, un valido cartone d’avventura che mette in campo una storia di crescita personale che non sarà forse originale ma non è certo banale e risulta molto profonda, decisamente più della media dei Classici Disney. Peccato che la scommessa di puntare tutto sulla maturazione personale di un’adolescente segnato da un abbandono non abbia premiato la Disney al botteghino.

Analisi stilistica

Dal punto di vista stilistico il Pianeta del Tesoro si inserisce in quel piccolo novero di Classici che rinuncia allo schema degli intermezzi in stile musical per andare dritto all’obiettivo. Salvo eccezione che vedremo a breve, quanto accade e quanto si nasconde sotto la superficie dei personaggi va inteso dalle loro azioni, dai dialoghi e dalle loro espressioni, tutti elementi ben curati. L’impianto narrativo segue i più classici canoni del film d’azione con varie fasi che scandiscono chiaramente la situazione iniziale, la rottura dell’equilibrio, il viaggio con i suoi momenti di prova da superare per rafforzare i personaggi, il capovolgimento, i personaggi che affrontano la nuova situazione coi loro nuovi mezzi/nuove personalità, la sfida finale e la risoluzione.
Il tutto in maniera piana alternando, bene, ritmi rilassati nei momenti di approfondimento e comici e ritmi concitati nei momenti di azione, con anche un po’ di tensione, che non guasta, soprattutto grazie a un antagonista secondario, Scroop, che per la sua abilità di arrampicarsi ovunque occhieggia agli xenomorfi “escono dalle fottute pareti” in stile Alien o Zerg.

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Adorabile, vero?

In quello che può essere un buon esempio scolastico di come portare dal principio alla fine una narrazione di avventura e formazione c’è un momento, in particolare, in cui riemerge la narrazione più tipicamente disneyana, durante l’unica canzone del cartone.
Come ho detto, nel Pianeta del Tesoro si abbandona lo stile musical Disney e infatti la canzone in questione è parte integrante di una colonna sonora altrimenti soltanto musicale, e accompagna una sequenza fatta di scene, tratte da un periodo imprecisato di giorni di navigazione, in cui vediamo John impegnato a far lavorare e a insegnare a Jim e i due stringere il legame di cui ho diffusamente scritto sopra.
La cosa interessante di questa sequenza è che porta finalmente a conoscenza dello spettatore, dopo circa mezz’ora di film, l’abbandono subito da Jim. L’evento scatenante di cui ho scritto al paragrafo precedente, molto saggiamente secondo me, non viene sbandierato dalla sceneggiatura. Non viene posto come prologo e nell’intero film una sola linea di dialogo di Jim vi allude.
Questo fatto di importanza capitale per comprendere la storia di Jim viene tenuto come retroscena ignoto allo spettatore fino a questa scena, dove, accompagnate dalle parole della canzone “I’m still here”, le sequenze di vita quotidiana a bordo di Jim e John si alternano a flashback sul passato di Jim che ci permettono, con una poetica sintesi non troppo lontana da quella cui ci avrebbe poi abituato la Pixar, di venire a sapere non solo dell’abbandono da parte del padre ma anche della sofferenza che l’atteggiamento del padre di Jim ha causato a lui e alla madre.

Si tratta di una scena che, oltre a essere bella di per sé, anticipa appunto le capacità di sintesi della Pixar/Disney di là da venire e riesce, in 3 minuti, a fornire allo spettatore tutti gli elementi per comprendere la chiave di lettura del film e rendere così più credibile e profonda l’ora successiva 😉

Analisi tecnica

Dal punto di vista tecnico non c’è molto da dire su questo cartone, se non tributargli le giuste lodi. Lungi dai tristi, visivamente almeno, tentativi successivi di acchiappare la narrazione in CGI della Pixar per la coda, il Pianeta del Tesoro mostra un apparato tecnico Disney al suo meglio, con un character design originale, creativo e dettagliato, atmosfere convincenti (sia che si tratti dell’immaginifico spazio attraversato dalle correnti di eterium, degli angusti spazi interni della nave, delle grandi architetture della stazione spaziale Crescentia o del cuore del Pianeta del Tesoro). Il tutto con una tavolozza cromatica di rossi, terra e bronzi (per lo più) per gli oggetti e i personaggi che contrastano benissimo col blu profondo del cosmo, e luci che rendono molto bene il crepuscolo perenne dello spazio profondo (che in realtà non sarebbe così luminoso suppongo ma, come abbiam detto, è power sci-fi, baby) e il contrasto con la luce che illumina pianeti e insediamenti abitati.

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Molto buona è anche l’uso della CGI che alla Disney pre Pixar non era certo ignota (anzi, vedasi La Bella e la Bestia, il Re Leone… la Disney tecnologicamente ha sempre amato marciare in testa) ma piegata all’esigenza di essere la più invisibile possibile, di rafforzare un motore che, comunque, doveva restare al servizio dell’animazione 2D tradizionale.

Nel Pianeta del Tesoro l’uso della CGI è, in verità, più largo che in molti altri film (e non c’è da stupirsi visto quel che è stato chiesto al reparto animazione di creare!) così che qui e lì diventa evidente, soprattutto negli elementi e scenari più grandi, come la nave RLS Legacy dei protagonisti o lo spazioporto, ed è possibile accorgersene anche in elementi come le parti meccaniche del windsurf solare qui sopra.

In altri elementi risulta invece invisibile. Il braccio robotico di Silver, ad esempio, è animato al PC eppure è impossibile scorgerne la natura in GCI sotto l’ottimo lavoro che è stato fatto per renderlo “naturale”

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Purtroppo, sia per il Pianeta del Tesoro che per Atlantis, lo sforzo di integrare CGI e animazione tradizionale non venne premiato al botteghino, spingendo la Disney, di fronte anche ai successi stratosferici della Pixar, a ritenere che, evidentemente, non era più tempo per l’animazione in 2D e spingendoli a muoversi verso nuovi tentativi in full GCI.

Secondo me, e vedendo quanto cavolo è invecchiato bene questo cartone, tanto che dopo 12 anni si potrebbe credere sia uscito l’anno scorso, quel che il pubblico punì non fu il mancato passaggio alla “moda del momento” (come forse avranno pensato in casa Disney) e nemmeno il tentativo di staccarsi dalla formula tradizionale del Classico cantato, quanto l’aver creato un cartone che non si rivolgeva più, prima che agli altri, ai bambini ma agli adolescenti e che, di conseguenza, non trovò quel bacino ampio di pubblico (dal bambino all’adulto) che consente a un Classico Disney di diventare un successo.

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Niente, volevo inserire almeno un’immagine del Capitano Amelia e questa in cui guarda fredda i suoi datori di lavoro mi è parsa appropriata al personaggio

Non ritengo un caso che anche Atlantis, anche lì ottima (ma un po’ meno che in questo cartone) integrazione fra CGI e animazione tradizionale e allontanamento dallo schema classico cantato messi al servizio dell’avventura/storia di formazione di un goffo e grigio impiegato di museo, sia stato un flop mentre Lilo&Stitch, anche questo lontano dallo schema del Classico cantato ma con protagonisti una bambina con una situazione famigliare difficile e un alieno troppo kawai, sia stato un successo.

Conclusione

Non c’è, in verità, molto altro da aggiungere. Mi rendo conto di essermi concentrato molto su alcuni aspetti dell’opera e di averne coperte altre solo in maniera generica ma mi interessava mettere in luce i punti di forza di un Classico che considero ingiustamente sottovalutato. Volendo riassumete il Pianeta del Tesoro in poche righe potrei dire che, limitando l’arena del confronto ai Classici Disney, ci troviamo di fronte a una delle opere più mature, sperimentali e originali della casa del Topo, e sì che, alla fine, è una trasposizione del semi-omonimo romanzo!

Un cartone di fantascienza che non piacerà agli appassionati più puri del genere ma che certo può far passare più che piacevolmente un’ora e mezza a tutti gli appassionati Disney che sono, al tempo stesso, amanti di film d’avventura e formazione. Un gioiellino, per quel che mi riguarda, troppo sottovalutato 🙂

Pro

  • Protagonista e antagonista psicologicamente approfonditi
  • Personaggi secondari ben congegnati per i propri ruoli
  • Solida storia d’avventura e formazione dal buon ritmo
  • Tecnicamente ottimo
  • Scenario sci-fi dal grandissimo impatto visivo…

Contro

  • …ma dalle basi risibili
  • A volte la CGI si fa troppo evidente
  • (relativo) B.E.N. può essere irritante come personaggio

Voto finale

5/7 Un Classico sottovalutato che merita di essere riscoperto per la sua potenza visiva e la profondità della sua storia, grazie a una Disney che prende il meglio della fonte d’ispirazione e ci sperimenta sopra 😉

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7 pensieri su “Il Pianeta del Tesoro, Recensione

  1. Daniele in ha detto:

    Se non ricordo male, anche questo è uscito nel periodo in cui avevo “litigato” con i film Disney – Atlantis l’ho visto, ma anni dopo la sua uscita (esistevano ancora i video-noleggi :P) ovvero, Il pianeta del tesoro me lo sono perso!
    Lo metterò in coda, assieme a tutti i film Disney e Dreamworks che mi sono sfuggiti negli anni ^ ^

  2. Anche io lo considero un buon film un po’ sottovalutato.
    Ancora oggi ogni tanto mi ascolto “I’m still here” di John Rzeznik, canzone che apprezzo molto e che nell’originale inglese penso renda molto di più che nella versione italiana di Pezzali.

    • La canzone di Max Pezzali secondo me è una delle migliori rese di una canzone di un film Disney, ma concordo che l’originale non si batte. Fra l’altro fa parte di quelle canzoni che metto su quando ho bisogno di carica 😀

  3. Christian Stocco in ha detto:

    Il Pianeta del Tesoro non l’ho mai visto, e l’avevo considerato come facente parte di quel malloppone di film d’animazione usciti intorno al 2000 che puntavano su un design più spigoloso (e standardizzato), trame più avventurose e ambientazioni meno fiabesche (Giuseppe il Re dei Sogni, Anastasia, Il Gigante d’Acciaio, La Strada per Eldorado eccetera) che non mi hanno mai attirato perché… diciamocelo, in quegli anni lo standard dell’animazione per adolescenti in Italia era Dragonball.
    Da quel che ho letto e da quella sequenza non pare nemmeno il caso di parlare di plausibilità scientifica, pare proprio un universo parallelo dove le stelle sono distanti chilometri e non anni luce e Einstein non abbia mai avuto successo nel dimostrare che l’etere (l’elemento teorico che avrebbe dovuto riempire il vuoto interplanetario) non esiste. Curioso, divertente, un mondo che viaggia a una cilindrata superiore. Lo recupererò.

    • In effetti ero indeciso se etichettarlo come sci-fi o come fantasy alla Star Wars, ma alla fine non c’è niente, in questo film, di cui venga data una spiegazione del tipo “funziona perché sì, anche se va contro ogni legge scientifica” come accade per la Forza (ok, poi ne viene data una spiegazione pseudo-scientifica ma facciamo finta che i midiclorian non esistano per favore) e così ho optato per il power sci-fi XD

      Effettivamente fa parte di quel periodo dell’animazione. Un periodo che secondo me è stato chiuso troppo in fretta e con troppa acredine quando in verità è stato un terreno di sperimentazioni interessanti rispetto ai canoni dell’epoca.

      Un giorno penso scriverò anche la recensione di Atlantis, meno bello ma che comunque merita per come ha provato a spezzare, ancora di più, lo schema del Classico. Niente canzoni, morti a mazzi e plagio a gogo di Laputa e Nadia. Di più estremo la Disney dell’epoca credo abbia fatto solo Dinosaur 😀

  4. Christian Stocco in ha detto:

    Già Atlantis di Disney aveva solo il marchio. Sono problematici questi film d’animazione “più maturi” perché non portano al cinema i bambini (con genitori annessi) mentre i teenager medio si trova in una fase di abbandono del discernimento individuale in favore della mentalità di branco. E si sa che scelte tende a fare il branco, di sicuro non il film d’animazione.
    Un gran peccato, perchè lo stile di disegno comic ha fatto dei gran passi avanti, ibridandosi anche con quello manga, però non ha molte occasioni di trasporsi dalla carta alla pellicola. Se non ci si mettono i colossi dell’animazione, chi altro?

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