Hendioke's Lair

In the deep of the dragon

Mini considerazione – Le donne guerriere

Quello delle donne guerriere è un argomento che ogni tanto balza fuori nella blogsfera letteraria italiana, la piccola parte relativa al fantasy che conosco io quanto meno :P, per il suo essere un tema, dal punto di vista autoriale fantasy, al tempo stesso affascinante e delicato.

Affascinante perché la donna guerriera usata come personaggio per un romanzo può prestarsi a molti scopi. Se ne può sfruttare la sensualità per attirare il pubblico maschile, la possibilità di immedesimazione per attirare quello femminile e il suo essere, comunque e ancora oggi (seppur molto meno rispetto a 50 anni fa), un personaggio di rottura rispetto alla nostra società per attirare pubblico d’ambo i sessi.
Si può utilizzare una protagonista femminile e combattente per dare un taglio diverso alla storia, anche solo in virtù del diverso punto di vista che può avere rispetto alla sua controparte maschile, mentre un personaggio femminile e combattente non protagonista permette di affiancare al protagonista maschile un contraltare diverso dal solito, ed eventualmente un love interest che non stia a mille leghe di distanza ma che sia lì a sporcarsi le mani assieme a lui.

Delicato perché se non si è in grado di utilizzarlo attentamente (e penso soprattutto a noi scrittori maschi) il rischio di sbracare e cadere nel becero è alto. Si rischia di farne una macchietta erotica (significativo l’excursus sul bikini di bronzo delineato dal sempre ottimo e puntuale Davide Mana) oppure un maschio con le tette.
Delicato anche perché in questo periodo di grande pudore a rompere la verosimiglianza si è sollevato il timore che utilizzare donne guerriero possa essere, in diverse misure, inverosimile, sia per come vengono delineate nei romanzi che per la possibilità stessa di usarle. Nel primo caso preoccupa la tendenza a inserire nel fantasy donne guerriere che con corpi da modella marciano per chilometri e vanno a pugnare menando spade, mazze chiodate, sollevando scudi e indossando armature complete, chiedendosi se non sia destino che una donna guerriera, per essere verosimile, debba assomigliare a Brienne di Tarth.

Brienne

Brienne in tutta la sua “sto per spaccarti il culo!” gloria

Nel secondo caso ci si è invece interrogati se il fatto stesso di prevedere donne guerriere in un romanzo non sia, di per sé, una rottura della verosimiglianza.
In questo caso la riflessione prende per lo più una piega, diciamo così, biologica-storica (come nella interessante discussione sviluppatosi in coda a questo post sul blog di Zweylawyer) sulla possibilità che davvero una società pre-moderna (ovviamente le armi da fuoco hanno rivoluzionato la questione) possa pensare di mandare delle donne sul campo di battaglia. Riassumendo brevemente queste critiche mosse alla verosimiglianza di un ruolo di guerriere per le donne in una società preindustriale possiamo dire che:

– La donna guerriera non sarebbe verosimile in quanto nettamente svantaggiata, sul versante fisico, rispetto alla controparte maschile.

– La donna guerriera non sarebbe verosimile in quanto, in società pre-moderne dove la mortalità infantile è alta e dove un alto tasso di natalità risulta vitale per la sopravvivenza collettiva, una larga presenza delle donne nell’esercito sarebbe una lose-lose situation. Durante le guerre i neonati non potrebbero godere delle cure materne*, con conseguente aumento della loro mortalità, e in caso di sbaragliamento di un esercito il massimo tasso di crescita possibile (necessariamente legato al numero di donne in grado di portare avanti una gravidanza) della popolazione sconfitta crollerebbe.

In breve, la natura stessa delle donne e il loro fondamentale ruolo di genitrici e nutrici nell’antichità renderebbero inverosimile, in uno scenario fantasy dall’ambientazione pre-moderna, una presenza di guerriere donne che vada oltre l’eccezione: il singolare personaggio femminile che, dotata di una forza singolare e/o di un background controcorrente, abbraccia la via delle armi normalmente precluso al suo sesso.

Questa mini considerazione vuole trattare il tema della donna guerriera partendo proprio da qui, dall’interrogativo storico-biologico sulla sua possibilità, e l’ispirazione mi è nata da questo articolo (che vi consiglio, così come il sito).
Il sunto, se non aveste voglia o tempo di leggere ora, è che una minore remora, da parte degli archeologi, ad affidarsi, e a fidarsi, ai test per determinare il sesso di un defunto dall’anatomia del suo scheletro ha portato alla scoperta che una serie di defunti che in passato si sono ritenuti uomini perché seppelliti con armi e scudi in realtà erano donne. Come l’articolo precisa bene essere seppelliti con delle armi, al di là del sesso di un defunto, non significa necessariamente essere stati dei guerrieri ed essere seppelliti con abiti civili non significa non aver mai combattuto ma concentrandosi su sepolture vichinghe in Inghilterra, risalenti all’Invasione Danese del IX secolo (secondo leggenda scatenata dalla morte di Ragnar Lodbrok ma più probabilmente fenomeno di emigrazione/invasione) la recente scoperta ha portato a stimare che da un terzo alla metà dei vichinghi che parteciparono alle prime fasi della colonizzazione dell’Inghilterra, quelle in cui c’era da menare pesantemente le mani, fossero donne e non è affatto improbabile che la buona parte di queste, se non tutte, fossero in grado di combattere.

Dopotutto la cultura vichinga è una delle poche che ci ha lasciato chiare testimonianze (attraversi i propri scritti e gli scritti su di loro di altri Popoli) di donne guerriere schierate accanto agli uomini, e se queste testimonianze sono state finora tacciate dai più di essere semi leggende o esagerazioni narrative questa recente scoperta non può che renderle, d’improvviso, più che attendibili. E poi è anche una questione di logica. Se si sta progettando, come si progettò, una colonizzazione armata è abbastanza scontato che chi organizzasse le navi e le schiere scegliesse donne in grado di dare una mano sui campi di battaglia contro gli Anglo-Sassoni.

Vikings-Katheryn-Winnick-Lagertha-Images

La semileggendaria shieldmaiden Lagertha, d’improvviso più verosimile e meno leggendaria.

Abbiamo quindi, la possibilità di trarre delle prime considerazioni contrarie rispetto alla tesi delineata in precedenza.
In primo luogo, nonostante la minore attitudine fisica delle donne per il combattimento una società può comunque prevedere per queste l’accesso a un addestramento militare o comunque in discipline riservate agli uomini. Oltre alle donne vichinghe addestrate alle armi possiamo citare come esempio le donne spartane. Queste non venivano addestrate alla guerra, che rimaneva una salda prerogativa maschile, ma allo scopo di garantirne la miglior costituzione veniva loro consentito di partecipare alle pratiche ginniche e sportive dei maschi, compresa la lotta.
Già questo cambia le carte in tavola. Una società che non limiti, o che addirittura promuova, l’attività fisica, sportiva e marziale delle donne è una società che può più facilmente disporre di un numero di donne atte alle armi sufficiente a non farle risultare come soggetto eccezionali.

In secondo luogo, se l’idea di un esercito con una prevalente presenza femminile incontra l’ostacolo della giusta obiezione che nessuna società demanderebbe la guerra ai componenti da cui dipende la sua serenità demografica, questo non toglie che ci sono situazioni e circostanze nelle quali è preferibile che fra le forze in campo ci siano anche donne. Il caso dell’invasione danese è ottimo.
Se l’invasione di una terra straniera è dovuta alla necessità di una emigrazione, l’obiettivo di crearvi le condizioni per un insediamento stabile assume importanza pari a quella di strapparla militarmente al nemico. Poiché un insediamento stabile richiede la presenza di donne, e dei conseguenti figli, portare le donne sul campo di battaglia smette, relativamente alla situazione, di essere una mossa suicida per diventare una mossa vincente.
Portando solo, o per lo più, donne in grado di combattere, infatti, si ottiene il duplice risultato di massimizzare il numero di guerrieri presenti in ogni ondata migratoria (in questo caso, trasportati a ogni viaggio 😛 ) e di mettere il nemico, in caso di attacco agli insediamenti fondati in terra straniera, di fronte a una ultima linea di resistenza parecchio tosta.

Allargando il discorso, non è affatto insolito o inverosimile che le donne intervengano in guerra in situazioni particolari. Al di là di uno scenario di colonizzazione, in cui le comuni divisioni dei ruoli imposti da una società saltano e a tutti è richiesto di poter ricoprire ogni ruolo, si tratta di una cosa abbastanza comune nelle guerre di resistenza a una invasione. Si tratta di un altro caso in cui la necessità che tutti diano un contributo può portare la donne in prima linea.
In generale si richiede a queste di partecipare in situazioni e in ruolo di minore pericolo, ad esempio sorvegliando prigionieri o occupandosi dei feriti, ma niente impedisce un loro ruolo più attivo, soprattutto in seno a società aperte all’addestramento delle donne.**

Iranian_Women_Warriors

Antiche guerriere persiane. La società zoroastriana non si faceva particolari problemi a far combattere le donne

Un’altra considerazione che mi verrebbe da fare a favore delle donne guerriere, allontanandoci ancora un poco dalle suggestioni dell’articolo ma senza perdere di vista la tesi contraria da cui siamo partiti, è che le giustificazioni biologiche addotte a sostegno della scarsa verosimiglianza di questi soggetti lasciano, se portate a livello di società, molto il tempo che trovano.
Infatti, la minor forza e resistenza fisica rispetto a un uomo assume senso fintanto che si sta parlando di scontri individuali, dove però la questione si risolve facilmente ipotizzando di far scontrare con un uomo una donna più forte della media. Perché abbia senso anche a livello di battaglie ed eserciti dovremmo ipotizzare che un esercito di soli uomini si scontri con un esercito di sole donne.

Però questo non ha senso. Sviscerando e accettando l’idea, infatti, che far combattere solo le donne sarebbe un suicidio, è chiaro che una società che permetta alle donne di diventare guerriere metterebbe in campo eserciti misti e questo fa saltare il ragionamento biologico. Certo, potreste replicare che anche un esercito composto, mettiamo, per un terzo da donne e per due terzi da uomini avrebbe delle difficoltà contro un esercito di soliti uomini. Si potrebbe buttarla sui numeri, sostenere che, di media, avremmo un esercito che combatte con solo soldati allineati a un certo standard fisico e un altro che sarebbe, per un terzo, sotto standard e quindi destinato a subire. Il discorso biologico reggerebbe lo stesso.

Personalmente non credo sia così. Dobbiamo infatti considerare, a mio avviso, due fattori importanti.

Il primo è la selezione. In un esercito di soliti uomini questi, se selezionati, verranno accettati fintanto che superano uno standard minimo. Probabilmente vi entrerà chiunque abbia una buona vista, una altezza minima e un fisico in salute e avremo soldati fisicamente eccellenti, una minoranza, assieme a soldati semplicemente normali.
D’altra parte, per riempire il terzo di esercito aperto alle donne la selezione sarà più dura ed è verosimile che ci entrino solo i più forti e resistenti membri femminili della società, risolvendo così il problema dello standard fisico minimo (anche perché laddove una donna dovesse rivelarsi incapace di tenere il ritmo dei commilitioni maschi è facile pensare che, salvo situazioni di penuria di arruolabili, verrà sostituita da un uomo).

Il secondo è che, comunque, una battaglia non può proprio paragonarsi a uno scontro uno contro uno, dove la differente prestanza fisica media fra uomo e donna può diventare determinante. Le battaglie sono in parte scontri di formazione, dove si tiene botta insieme, ci si sostiene a vicenda e mi riesce difficile pensare che una certa quota di donne addestrate possa determinare uno svantaggio avvertibile per il proprio fronte, e in parte scontri caotici dove la sopravvivenza è assicurata più dalla presenza di spirito e dall’esperienza che dalla mera forza bruta.

In conclusione, non vedo motivazioni insormontabili per cui le donne guerriere in uno scenario fantasy dovrebbero essere inverosimili, sia come personaggi singoli sia, ipotesi secondo me più interessante, come parte integrante delle armate o della casta guerriera di una società. L’importante è, al solito, creare il giusto background ai Popoli del mondo secondario che andiamo creando 😀

*Se parliamo di società non moderne parliamo ovviamente di società dove le dirette cure materne, a partire dal latte materno, non erano facilmente sostituibili.
**Per fare un esempio che esula dal periodo di riferimento dell’articolo, ma interessante, durante la Resistenza del 1943-45, in una società come quella italiana dell’epoca, per niente aperta all’addestramento militare delle donne, numerose donne non si limitarono a fare le portalettere o a trasportare viveri ma combatterono direttamente in prima linea, anche con ruoli di comando.

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10 pensieri su “Mini considerazione – Le donne guerriere

  1. …nella letteratura fantasy c’è il caso della Saga di Paksenarrion di Elizabeth Moon, che nel primo libro affronta proprio la questione “esercito misto”

  2. LiveALive in ha detto:

    La donna guerriera è ormai ben sedimentata nella nostra tradizione: hai presente l’Orlando Furioso e la Gerusalemme Liberata? XD
    L’uso di donne guerriere in una ambientazione premoderna fantasy ormai la trovo come la biologia del drago, o come i caricatori infiniti nell’action, o i quaranta litri di sangue a corpo nello splatter: cose che, all’interno del genere, per tradizione e abitudine e aspettative, ci si può permettere.
    La verosimiglianza è un effetto, non un dato oggettivo (quello è il vero): è normale che persone diverse percepiscano come verosimile cose diverse a seconda del loro grado di conoscenza. Chiedersi all’infinito se una cosa sia possibile oppure no è utile solo fino ad un certo punto, perché troverai comunque chi sentirà il vero come inverosimile, per strano che sembri. A tal proposito, c’era stata una discussione sul profilo FB di Tarenzi: visto che so che lo segui, l’hai letta? C’è anche un topic sul forum WD molto interessante.

  3. Daniele in ha detto:

    Non so un granché di battaglie/duelli/schermaglie, ma chissene della differenza di prestanza innata (che, tra l’altro, da ciò che so vede le donne in svantaggio per la forza esplosiva, ma in vantaggio per la resistenza alla fatica): ciò che la natura non ti ha servito su un piatto d’argento, lo puoi quasi sempre ottenere con un allenamento studiato – sempre che una persona non sia completamente inadatta a raggiungere certi obiettivi di prestanza.

    Se poi non hai una forza spettacolare e devi confrontarti con un marcantonio, forse è meglio non caricarlo a testa bassa, e questo può valere anche per un uomo di prestanza medio-alta – tecnica, cervello, disciplina e supporti adatti ad altre strategie meno dirette potrebbero fare la differenza: bulleggiare il nemico in gruppo, l’uso di armi che non richiedano la stessa forza necessaria a spaccare il granito a mazzate (e qui può essere una questione tecnologica), attuare strategie che spaventino il nemico… le variabili e le possibilità sono tante!

    La questione del ruolo di madri e della necessità di non giocarsi in battaglia le… incubatrici, poi, è discutibilissima: se una civiltà è in una situazione tale da rischiare di essere cancellata, avere entrambe le metà del cielo adatte alla pugna offre una possibilità di sopravvivenza di una cultura più alte dell’avere un sacco di persone indifese, pronte a essere rese schiave dopo la sconfitta dei loro paladini!
    Per non parlare del fatto che neonati e bambini non diventano soldati adulti nel giro di un mese – e anche se così fosse, il sesso di nascita non viene scelto al concepimento, un discreto numero di femmine (magari anche più elevato del numero dei maschi) nascerà per forza!

    Diciamo che, da ignorante della guerra, trovo che ridurre le donne a uteri semoventi significhi trascurare una risorsa che potrebbe fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Come hai detto, i motivi per infilare una o più donne in guerra, in una storia, possono essere tanti – il fan service, per me, è il peggiore! – ma usare la verosimiglianza come motivo per non farlo è sciocco!
    Sarebbe invece più utile capire perché, dopo un certo periodo, il numero di donne-soldato sia divenuto apparentemente più basso. Forse, per galanteria?

    • Concordo, alla fine se ne possono trovare di modi per inserire le donne in uno scenario bellico e la questione delle differenze biologiche con gli uomini non tiene conto di un sacco di fattori.

      La questione del loro ruolo di generatrici invece, secondo me, non è scema. E’ forse l’unica critica sensata ma, appunto, se la società tutta è a rischio (colonie lontane dalla madre patria, invasioni nemiche o altro) sarebbe semplicemente sciocco tenerle lontane dal combattimento.

      E in situazioni non a rischio non vedrei come realistici eserciti di sole donne per una questione di conti di lungo periodo (appunto, pensa se tutte le donne di un Popolo morissero quasi in contemporanea), sul breve la maternità non credo sia sufficiente a tenere una donna lontana dalle armi stante che potrebbe combattere sia prima sia dopo aver messo al mondo e svezzato un/a figlio/a 🙂

  4. Chissà (lo dico senza intenti ammiccanti) c’è stato un “uso” storico delle donne combattenti anche in quanto donne. Mi viene in mente il Battaglione Sacro di Tebe, composto da N coppie di amanti omosessuali, motivate a combattere al massimo per preservare il proprio compagno. Resistette imbattuto durante tutto il periodo dell’egemonia tebana, credo.

  5. Christian Stocco in ha detto:

    Sì mi aggiungo un po’ in ritardo ma devo concordare. Le donne guerriero sono state travisate dal fantasy in quelle top model con la biancheria di acciaio, ma sostanzialmente la “guerra come affare degli uomini” è sempre un prodotto delle culture dominanti occidentali e orientali che vorrebbero le donne come amministratrici della casa, fodero per la spada, porto in cui tornare a altre fregnacce poetiche. Lo svantaggio fisico alla fine conterebbe nettamente solo in un duello a mani nude, e non è nemmeno grande come sembra. Vai in una palestra e gli unici manubri che le donne osano sollevare sono quelli rivestiti di gommina rosa o gialla, disgustate all’idea di andare sopra i tre chili per braccio come bastasse quello per trasformarsi nei donnoni sotto steroidi delle gare femminili di body building. Insomma, viviamo con le lenti distorte di una cultura che presume che le donne debbano essere più deboli degli uomini per essere considerate femminili.

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