Hendioke's Lair

In the deep of the dragon

Il terzo tappo

Mi spiace ricorrere subito a questo strumento -.-

Ho fatto saltare l’appuntamento con Voci dalla Tana settimana scorsa perché volevo scrivere una recensione di Mad Max (sintesi: CA-PO-LA-VO-RO-!) ma al solito il tempo per scrivere è drammaticamente poco e dividendolo fra blog e novella* diventa drammaticamente risibile ;_;

Che poi lo so che se fossi più concentrato potrei ricavarmi due ore in più, almeno, al giorno ma non è colpa mia se ho la capacità di concentrazione di un pesce rosso! >.< scusate lo sfogo u.u

Quindi oggi mi tocca postare un tappo ma questa volta invece di rimandarvi diretti a qualcosa di interessante voglio prima presentarvelo.

don’t take it personally, babe, it just ain’t your story

Questo videogioco dal nome lunghissimo (d’ora in poi DTIP) è opera della talentuosa Christine Love, una scrittrice, come si definisce lei stessa, che a un certo punto ha preso una curva sbagliata ed è finita ad occuparsi di videogames 🙂
DTIP appartiene al genere della visual novel, un misto fra avventura grafica e romanzo a bivi tipico della cultura videoludica giapponese. E infatti, anche se l’autrice non è giapponese (credo sia americana o canadese), l’influenza nipponica è palese fin dalla schermata di avvio.

DonttakeitpersonallyTitle

Il genere visual novel si caratterizza per presentare delle schermate fisse e svilupparsi quasi esclusivamente attraverso i dialoghi. Gli enigmi tipici delle avventure grafiche tradizionali, esplorazione di ambienti, ricerca di oggetti da combinare e meccanismi da attivare, viene sostituito da enigmi testuali dove bisogna riuscire a porre la domanda, o dare la risposta, giusta al NPC giusto. Trovare con chi parlare e quando e reperire una informazione utile fra varie schermate di testo (nel caso di DTIP, per lo più schermate internet e bacheche).

Le differenze con le avventure tradizionali, e il forte accento sui dialoghi e le relazioni fra personaggi, rendono le visual novel giochi dal gameplay fortemente personaggio centrico e DTIP non fa, quasi eccezione. Quasi perché se da una parte il gioco si fonda completamente sui rapporto fra il protagonista e i personaggi secondari, sui rapporti fra i personaggi secondari, dall’altra il gameplay non sembra voler premiare affatto, e nemmeno punire, il giocatore per le sue scelte. Ma per comprenderci passiamo un attimo alla trama.

In DTIP veniamo chiamati a impersonare John Rook, un informatico che a causa di un divorzio sta attraversando “una strana crisi di mezza età” e decide di riciclarsi come insegnante di letteratura. John viene assunto in una scuola molto particolare, dotata di un social network privato al quale sono iscritti tutti gli studenti. John viene dotato dalla direzione di un terminale che gli permette di accedere al network scolastico e di vedere le pagine degli studenti… nonché i loro messaggio privati!
Questo potere dato agli insegnanti dovrebbe servire a prevenire il bullismo a scuola.

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Rook che, da coscienzioso professore, controlla le bacheche delle sue studentesse mentre altre cercano di parlargli 😛

Cominciato il suo lavoro John si rende presto conto di essere finito in una classe piccola ma per niente coesa con una serie di teen drama, fra coppie omo ed etero che esplodono e rimpattano e reciproche rivalità, degna di una soap. Senza considerare che una delle sue studentesse sembra decisa a iniziare una storia con lui, o che un’altra studentessa pare sia morta eppure lui la incontra più volte in giro!

if_you_know_what_i_mean

If you know what I mean…

Nel guidare John attraverso le difficile acque che separano le buone intenzioni dall’essere davvero un bravo insegnante ci accorgeremo presto che, qualsiasi scelta noi si faccia, si arriverà a un finale che sarà diverso a seconda delle nsotre scelte, sì, ma per lo più indifferente alla piega che proveremo a dare agli eventi. Il titolo lunghissimo, dopotutto, non è posto a caso. DTIP non è tanto la storia di John quanto quella dei suoi studenti. John è semplicemente uno spettatore che vorrebbe fare la differenza ma non riesce mai, non come vorrebbe, o come vorremmo noi.

Il bello di DTIP sta, secondo e, proprio qui. E’ un gioco autentico, una visual novel con tutto al posto giusto, ma al tempo stesso è una sorta di elogio alla impotenza. Una riflessione amara su come alle volte la vita va come deve andare nonostante i nostri sforzi, frenati dai nostri limiti e anche dal nostro carattere che spesso non assomiglia a come vorremmo vederci (che è il caso di John).

E’ molto interessante esplorare le varie possibilità di perdizione e redenzione del protagonista nel corso dei bivi narrativi del gioco e, inoltre, la parte più propriamente “novel” dell’opera è di, secondo me, ottima fattura, con personaggi secondari apparentemente stereotipati ma che in realtà nascondono personalità complesse, passati concreti e desideri semplici ma drammaticamente irraggiungibile come spesso appaiono i desideri durante l’adolescenza.
Inoltre, nel raccontarci i drammi del gruppo di adolescenti posto sotto la nostra custodia, il gioco affronta temi non banali, come l’identità sessuale, la privacy, la considerazione di sé.

Si tratta, in definitiva, di un’opera bizzarra (un videogioco che si diverte a frustrare quello che dovrebbe essere il risolutore della faccenda: il giocatore) ma molto valida e che vi consiglio di giocare anche solo una volta. Tanto più che è gratuito e lo potete trovare a questo indirizzo 😀

*sì, sto scrivendo una novella. Era cominciato come un racconto, una ventina di pagine non di più, ma la cosa mi è sfuggita di mano e chissà fra l’altro quando finirò T_T senza considerare a riprenderlo in mano adesso, dopo aver seguito il corso di scrittura, mi sembra una vaccata immane. Ma mi dicono che è normale 🙂

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13 pensieri su “Il terzo tappo

  1. LiveALive in ha detto:

    Io la butto là: se non riesci a mantenere un ritmo regolare (che non è certo obbligatorio!), perché non accetto dei guest post? Così puoi usarli per otturare i buchi.
    Magari finiti gli esami ti propongo qualcosa…

  2. Daniele in ha detto:

    Scusa, quando scrivi un racconto ti lievita? Beato te, io cose più lunghe di quindici pagine non riesco mai a scriverle – forse mi manca l’esperienza necessaria a capire quali punti possano essere sviluppati con più profondità 😛
    Il gioco, vedrò ti provarlo – tempo permettendo 😛 Li temo un po’, i giochi a sfondo adolescenziale senza il mondo da salvare dai mostri (talvolta diventano inutilmente pruriginosi) ma dato che questo non lo hai descritto come un pornetto con bimbiminkia…
    Per il nuovo Mad Max, ti consiglio la recensione a fumetti di Ortolani (spoiler: gli è piaciuto) fa morire dalle risate! In realtà, non è una vera recensione, più un rant su come i baldi giovinetti di Hollywood si siano fatti bagnare il naso da un regista anzianotto in tema di film d’azione ben riusciti ^ ^
    È su leortola.wordpress.com

    • Ma scrivi anche tu? Grande. Dove posso recuperare quel che scrivi che son curioso? 😀

      Comunque, sì, i miei racconti lievitano ma non mi sembrano diventare per questo più profondi… anzi, trovo che la tendenza al piattume sia uno dei miei primi problemi u.u

      Di svolte pruriginose non ce ne sono, giusto una che però dipende da te 😀
      Però questo videogioco è ben intriso di teen drama, ti avverto. Se il teen drama lo detesti potrebbe risultarti indigesto ma ha il suo fascino nel porti nei panni di chi dovrebbe/potrebbe gestire questi adolescenti e sgonfiare la loro tendenza al dramma e, invece…

      La rece di Ortolani l’ho già letta e molto apprezzata. Meno incisiva di altre (immagino perché stavolta il film gli è piaciuto) ma molto divertente lo stesso XD

      • LiveALive in ha detto:

        L’importante bello scrivere un testo è non fermarsi alle prime cose che vengono in mente, perché spesso la prima idea è troppo banale e semplice. Bisogna prendere gusto nella revisione. E poi caso mai ti faccio io gli editing XD

        A sproposito, ieri sono andato a vedere Youth di Sorrentino. So che a molti è piaciuto di più de La Grande Bellezza. A me meno, probabilmente anche perché non ho una sensibilità adatta alla materia – ma certo è bello comunque, sicuramente il migliore dei tre italiani di Cannes. Tu, visto?

      • Daniele in ha detto:

        Forse, un giorno, aprirò un blog in cui mettere i miei “capolavori” ^ ^ sto ancora decidendo come (scroccare spazio da Automattic o Google, risparmiare un po’ e pigliarmi uno spazio in cui nessuno – a parte i tribunali – possa bannarmi, scroccare spazio web da amici… boh, pro e contro per ogni cosa 😛 ).
        Le mie scribacchinate, per ora, non vale la pena leggerle: non è falsa modestia, ma purtroppo sono ancora scarsino, anche perché non sto dedicando tempo a sufficienza per fare esercizio e studiare. Se, in futuro, la superbia o la realtà dovessero portarmi a pensare di essere migliorato, ti proporrò di fare da beta-cavia 😉 (senza impegno, so che anche tu devi gestire il tempo in modo oculato)

      • Daniele in ha detto:

        @ LiveALive: io mi sono accorto che certi errori cretini che faccio, spesso dipendono dall’uso caprino del punto di vista – quando me ne accorgo, come per magia spariscono gli spiegoni e le caratterizzazioni del tipo “cattivo da operetta”
        ^__^

        Per il resto, la mia più grande croce sono i dialoghi: o sono troppo noiosi, o suonano falsissimi 😛

  3. LiveALive in ha detto:

    @Daniele
    Non ho capito la storia delle “caratterizzazioni tipo cattivo da operetta” XD Se guardi sul mio sito, nella sezione dedicata ai guest post, vedrai che l’ultimo rimanda a un articolo su degli strumenti utili per creare delle psicologie complesse.
    Il punto di vista è un argomento complesso. Stai attento però a non irrigidirti troppo: ricorda che qualsiasi stilema, all’interno di un sistema coerente, può essere positivo. Se hai difficoltà a gestirlo come vuoi, comunque, prova a usare la prima persona: io sono tra coloro che la ritengono la più semplice (e, per me, pure la più efficace),

    Io ho la fortuna di saper istintivamente creare battute credibili (ciò non vuol dire che lo faccia sempre: certi stili “stranianti” richiedono affettazione), ma non saprei come insegnare a una persona a farlo. Il segreto probabilmente sta sempre nell’ascoltare come parlano gli altri, ma aggiungendo un certo ritmo bello scambio, tagliando i passaggi superflui.

    • Daniele in ha detto:

      Ok, grazie dei consigli 🙂 darò anche un’occhiata ai tuoi guest post.

    • Daniele in ha detto:

      PS: il tuo nome non va come link cliccabile al sito, ci sono arrivato dal tuo gravatar. È Convivio amoris, giusto?

      • LiveALive in ha detto:

        convivioamoris.weebly.com
        Non so perché il nome non vada…
        Sotto la sezione “convivio”, trovi dei guest post che possono esserti utili. Dai una letta, se vuoi.

  4. Sarò solo contento di farti da beta reader Daniele, penso sia più che giusto aiutarci fra noi aspiranti scrittori 😀

    Anch’io ho parecchi problemi coi dialoghi, o mi vengono tutte voci uguali oppure riesco a differenziare le voci ma facendo aderire troppi i dialoghi a quelli che sarebbero dialoghi autentici (che però, in narrativa, sono poco gradevoli da leggere). Quello di LiveALive mi pare un ottimo consiglio 🙂

  5. LiveALive in ha detto:

    Come modello per i dialoghi viene spesso consigliato Elmore Leonard (a un mio amico piace tanto; a me, sinceramente, meno). Posso consigliare anche McCarthy come esempio di dialoghi che funzionano pur essendo molto vicini al modello reale. Poi probabilmente è più utile leggere belle sceneggiature e bei testi teatrali, visto che lì si può analizzare il dialogo puro (ma consiglio più i testi moderni, perché quelli antichi seguivano una estetica molto diversa; i dialoghi di Leopardi però sono ancora buoni). Gli autori del realismo in genere fanno dialoghi molto interessanti: oltre al solito Tolstoj (che è da studiare anche per quel che riguarda il sostituire l’istanza di enunciazione con un gesto, cosa che oggi si consiglia spesso), Cechov (anche i testi teatrali), Gorkij… no Dostoevskij (Tolstoj lo accusa di usare dialoghi troppo affettati, e ha ragione; ma gli è superiore, anche se non complessivamente, per altre cose). Non bisogna dimenticare, in ultimo, che l’estetica è molto malleabile, e ci sono molti modelli che possono andare bene, non solo quello che cerca di equilibrare pathos e realismo. Ho già consigliato di leggere Stoner. Lì si vedono almeno tre modelli di dialoghi: i dialoghi realistici (per forza), i dialoghi “stranianti” (quelli così irrealistici e sognanti da sembrare in un altro mondo; anche Sorrentino fa spesso dialoghi di questo tipo, ma chi non lo capisce lo accusa di essere affettato), e i dialoghi “mistici” (un dialogo in cui Stoner parla con i suoi amici: lui parla a monosillabi, mentre gli altri si lanciano in orazioni e predicazioni che si caricano di significato: bisogna vederlo per capire come fa a funzionare). Insomma, a un inesperto che deve ancora imparare tutto si può dire di essere realistico, di tagliare le risposte di transizione, e imporre un modello standard; ma poi bisogna prendere contatto con la realtà, e riconoscere che ci sono tanti modelli possibili, a seconda dell’effetto che si vuole trasmettere.

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