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Mini considerazione – Dell’Urban e del Classic Fantasy

Più di un mese che non aggiorno il blog. Mi spiace ^^’

Il Voci dalla tana in programma giace incompiuto con già un ammontare ragguardevole di parole (perché su questo blog i post brevi ci puzzano u.u) e non sarà pronto ancora per un po’, temo.
Così le scelte erano due, o propinarvi un altro tappo, ma mi dispiaceva (e non è neanche niente di interessante da segnalare al momento) oppure scrivere qualcosa di più unitario, e quindi scorrevole, di un Voci dalla tana.
Quindi eccoci qui 🙂 La mini considerazione di oggi riguarda le differenze fra l’Urban Fantasy e il Classic Fantasy, e poiché anche le cose semplici non mi piacciono particolarmente partiamo subito col dire che c’è un problema preliminare che va affrontato.

Del Classic Fantasy

Che cos’è esattamente il Classic Fantasy, o fantasy classico comunemente detto? Anche se immagino tutti voi avrete, a leggere questa definizione, subito pensato a un’opera precisa (e per la metà almeno di voi sarà stata il Signore degli Anelli*) se ci vorrete pensare bene noterete che non è affatto semplice darsi una definizione di cosa il fantasy classico esattamente sia.
Il mese scorso, su FB, in una discussione nata sull’argomento era uscita quella che forse è la definizione più base possibile: il fantasy classico è quello ambientato in un mondo secondario, con geografia e storia propria, dal livello tecnologico pre-moderno, tendenzialmente medievaleggiante.

Palladium_Fantasy_Worldmap_by_Dawn2069MS

Se hai bisogno di una mappa a inizio libro per capirci qualcosa è un buon indizio che sei di fronte a un Classic Fantasy

E’ una definizione molto efficiente perché di rapida e facile applicazione. Inoltre permetterebbe di risolvere il post in due righe: quel che distingue il fantasy classico da quello urbano è che il primo è ambientato in un mondo altro medievaleggiante e il secondo nel nostro mondo. Bon, arrivederci e grazie.
Però presenta due problemi: il primo è che è fin troppo efficiente. Una definizione come questa rischia di tagliare le game a opere come le avventure di Conan il Barbaro, ambientate in un’epoca preistorica del nostro mondo e rendere difficile la classificazione di quelle opere che mescolano mondi secondari e medievaleggianti con il nostro mondo, come Le Cronache di Narnia o la Saga di Chrestomanci.
Non è forse un caso che quando si va a cercare un elenco di opere etichettate come Classic Fantasy in realtà se ne trovino poche o nessuna perché quasi tutte le opere che pure siamo portati a ricondurre al fantasy classico si scopre essere inserite in diverse categorie o, meglio, in sottocategorie più puntuali: Heroic Fantasy, High Fantasy, Portal Fantasy ecc., più una definizione è stringente meglio favorirà il proliferare delle categorie.
Il secondo problema è che una definizione meramente scenica che non tiene conto degli altri elementi che caratterizzano un’opera di fantasy classico. Non ci spiega se il fantasy classico deve per forza vedere degli eroi schierati col bene combattere le forze del male, non ci spiega se deve vedere per forza la presenza di conflitti in grado di mettere in pericolo il mondo ecc. ecc.
E’ una definizione, in sostanza, comoda ma incompleta, che per dare una risposta semplice solleva molti dubbi. Per questo post, quindi, allargheremo la definizione spostandone il fulcro dalla scena all’azione, così da tracciare brevemente le differenze fra Classic e Urban Fantasy che vanno oltre il fatto che nel primo di combatte con spade, ci si sposta a cavallo e le città hanno nomi pieni di h mentre nel secondo si combatte con le pistole, ci si sposta in macchina e le città magari hanno il nome pieno di h ma sono tutti luoghi reali o realistici. Pronti? Via.

*Il Signore degli Anelli, comunque, non è fantasy, è epica. Giuro che un giorno riuscirò a scrivere un post che affronti l’opera di Tolkien.

Delle differenze fra Classic e Urban, una questione di circostanze e intenti

Pensando alle differenze non meramente ambientali fra Classic e Urban direi che la prima cosa che salta all’occhio è la differenza fra i personaggi che si muovono nei diversi genere.
Anche se non costituisce una regola (quasi niente in letteratura costituisce una regola) è assodato come, il più delle volte, i personaggi del fantasy classico si presentano molto più quadrati e dai caratteri più netti dei loro corrispettivi urbani.

Ciò è dovuto, secondo me, all’alterità del tipico mondo secondario fantasy. Questo permette all’autore di immaginare società dai valori più rigidi, abitate da persone dalla morale più netta e, quindi, di inserire personaggi meno complessi e più archetipici che risultano, grazie all’ambiente in cui si muovono, assolutamente verosimili agli occhi del lettore. Quest’ultimo, dopotutto, sa del mondo secondario quel che lo scrittore gli racconta. Anche se la somiglianza fra il mondo secondario e un periodo storico del nostro mondo, come il medioevo, dovesse essere molto forte, è difficile che il lettore conosca abbastanza l’epoca di ispirazione da poter essere disturbato dalla interpretazione libera dello scrittore. E anche fosse, il lettore deve comunque accettare che lo scrittore questo mondo se lo è creato lui, che per quanto derivato è un mondo completamente alieno.
Prendere per vero qual che lo scrittore racconta diventa parte del patto fra scrittore e lettore, il che lascia lo scrittore molto libero.
Se decide, ad esempio, di creare una società medievale pervasa dai concetti di servizio, virtù e cortesia il lettore non può opporgli alcuna obiezione (e spesso non gliene vorrà nemmeno opporre*) e lo accetterà, così come accetterà, di conseguenza, che un dato personaggio è un paladino dal senso dell’onore dritto e forte come una spada, che non cade mai in dubbio o in tentazione.

Nel mondo secondario di un fantasy classico si tratta di una operazione molto semplice. Nel fantasy urbano, invece, questa operazione è quasi impossibile perché il lettore nel mondo in cui è ambientata la storia ci vive!
Un fantasy ambientato nella New York, o Parigi o Roma dei nostri giorni non potrà certo mostrare un personaggio paladino come normale. Tutti noi sappiamo, per il semplice fatto di vivere le nostre vite, i compromessi, le difficoltà, le contraddizioni delle nostre società. Un personaggio che non abbia mai dubbi e che segua un rigido e limpido codice d’onore si può anche mettere ma sarà inevitabilmente in personaggio che spicca per la sua diversità e, quindi, costituirà un’eccezione che il lettore vorrà vedere spiegata mooooolto bene per accettarne la presenza. Lo stesso discorso si può fare, ma con degli accorgimenti, all’inverso.

Nello scenario più tipico del fantasy classico un personaggio quotidiano, dalla morale non troppo solida e facile alle tentazioni spicca di più, a meno che il mondo secondario non venga costruito in modo da supportare come normali personaggi del genere.
Infatti, un vantaggio del fantasy classico su quello urbano è che un mondo secondario può essere modellato per contenere ogni tipo di società, non solo società dai netti costumi morali ma anche società piene di ipocrisie e ambiguità. Due buoni esempi di questa versatilità possono essere le Cronache di Narnia, dalle società così archetipiche da apparire fiabesce (e dove, infatti, i protagonisti spiccano per essere invece persone quotidiane) e la Saga delle Guardie di Terry Pratchett, nella cui ambientazione principe, Ankh-Morpork, possono vivere tanto personaggi archetipici come Carota quanto personaggi complessi come il mai troppo lodato Samuel Vimes.

sam_vimes_by_merlkir

Sam Vimes by Merlkir

L’Urban Fantasy questo vantaggio non lo ha, potendosi ambientare solo nel nostro mondo, che certo non può essere cambiato impunemente dallo scrittore. Il che spiega il proliferarsi, in molti fantasy urbani, di società e mondi paralleli, coincidenti al nostro ma nascosti alla vista, che permettono allo scrittore di aggirare il problema e inserire le società e i tipi di personaggio più archetipici tipici del fantasy classico (si veda, ad esempio, Nessun Dove di Neil Gaiman).

Insomma, una prima differenza è che, salvo l’uso di qualche trucco, il Classic Fantasy vede di solito in azione società e personaggi più semplici, più archetipici, laddove nell’Urban Fantasy gli archetipi vanno sapientemente celati dietro personalità complesse e verosimili, in un certo senso quotidiane.

La seconda differenza sta nella portata delle storie affrontate nei due diversi generi. Sempre generalizzando, nel fantasy classico è più usuale che il conflitto affrontato dalla storia coinvolga, quanto meno, i destini di una popolazione (dal paese al mondo, passando per province, regni ecc.). Questo si accorda bene con la caratura archetipica di protagonisti e antagonisti. L’eroe (o il gruppetto di eroi) del fantasy classico è, quasi sempre, in lotta contro un signore del male che vuole conquistare il mondo (o porzioni di esso) e l’eroe è l’unico che può fermarlo attraverso un percorso che 9 volte su 10 ricalca lo schema dell’omonimo viaggio.

Nell’Urban Fantasy i conflitti sono, di norma, molto meno globali e molto più personali. Usualmente il protagonista di un Urban lotta contro nemici che vogliono ucciderlo (perché cacciati da lui o per altri motivi) oppure lotta per raggiungere un obiettivo che soddisfa un suo interesse. La salvezza del mondo è comunque una posta in gioco possibile ma meno solita.

La ragione di questa seconda differenza può avere certamente una radice nella differenza di ambientazione, quanto nella differenza fra personaggi.
In primo luogo, un mondo secondario completamente inventato può ospitare più facilmente un conflitto globale del nostro mondo. Nell’Urban Fantasy, solitamente, si presume che il fantastico sia ignorato dalla maggioranza delle persone** e questo rende difficili scenari alla “L’esercito delle Tenebre è quasi alla Cittadella!!!111!” o in stile “Le desolate Lande di Tenebror”, se una minaccia per l’umanità deve esserci bisogna che: resti celata tutto il tempo all’umanità ignara; si manifesti nel corso della storia, con inevitabili e irreversibili conseguenze sull’ambientazione. In entrambi i casi, non un lavoro semplice per lo scrittore.
In secondo luogo, personaggi archetipici chiamano storie archetipiche. A meno che non si stia giocando con gli stereotipi come Pratchett (che si diverte a inserire personaggi archetipici in scenari complessi, e viceversa, o a portare all’estremo gli archetipi stessi) l’utilizzo di un certo tipo di personaggi condurrà, più o meno scientemente, lo scrittore a imbastire una storia classica, dove gli schieramenti in campo sono netti, le fasi dell’avventura abbastanza chiari e gli incidenti narrativi più che canonici e collaudati.

Secondo me si tratta, anche, di scelte di campo. Solitamente, ma forse era più vero un tempo, chi sceglie un mondo secondario per le proprie storie fantasy lo fa anche per scrivere storie dal significato assoluto. Opere dove, si spera senza mai soverchiare la trama, è abbastanza chiaro il valore di insegnamento e/o allegorico della stessa, valore che può trovare più facile espressione in uno scenario costruito ad hoc per accogliere storie dal sapore trascendente.

Chi scrive Urban Fantasy, invece e di solito, non è particolarmente interessato al lato allegorico e/o educativo della vicenda e laddove invece vi è interessato è più teso verso la rappresentazione di concetti più intimi come il confronto fra il lato scuro e quello chiaro di ognuno di noi, ben rappresentato dal lato nascosto e soprannaturale delle città in cui l’urban viene ambientato.

Alla fine è però forse anche una questione di ispirazioni. Senza tirare in ballo l’influenza che Tolkien ha avuto sul genere, il Fantasy Classico ha comunque pescato pescato a piene mani e fin dalle origini da fiabe e mito, da storie, quindi, che erano soprattutto educative e allegoriche, con elementi di carattere universale (spade magiche, spiriti terribili, divinità onnipotenti ecc.). Gli scrittori di fantasy classico, semplicemente, si sono ispirati a queste precedenti forme narrative nel mentre che costruivano il proprio canone stilistico.

L’Urban Fantasy, invece, trae la sua ispirazione non solo dal fantasy, da cui riprende gli elementi soprannaturali, ma anche da generi come il giallo, il noir e l’hard boiled. Generi più radicati nel lato oscuro e avventuroso della vita urbana e che, da sempre, prevedono scale di conflitto minori dove di solito in ballo c’è un interesse personale del protagonista o, se si vuole andare sul tragico, la salvezza della città (di solito sotto forma dell’eliminazione di una minaccia criminale).

Alla fin della fiera, e per chiudere questa mini considerazione, possiamo dire che oltre all’evidente differenza di ambientazione, Urban e Classic Fantasy sono separati anche da distinzioni che in parte sono diretto frutto dei limiti e delle potenzialità dell’ambientazione di riferimento ma che in buona parte sono frutto di differenze di scopo e di differenze storiche (legate a come i generi sono nati, e da quali altri generi sono stati ispirati) e che, se esaminati, permettono di meglio comprendere i due generi stessi, i loro meccanismi interni, le loro regole non scritte.

Questa considerazione, in verità, potrebbe valere per ogni genere. I generi sono per lo più etichette, alle quali gli scrittori non pensano quasi mai (è più materiale per gli addetti al marketing) e che come tutte le etichette devono essere di facile applicazione e facile lettura. Ma dietro a queste semplici etichette stanno i generi intesi come “terreni letterari” come lande con caratteristiche geologiche, meteorologiche e antropologiche proprie e distinte fra loro***. Prendesi la briga di andare oltre le etichette ed esplorare l’interno di queste lande è spesso un lavoro difficile, che non conduce quasi mai a risposte definitive, ma che può aiutare moltissimo a prendere maggiore coscienza dei generi e, quindi, a diventare scrittori e lettori se non migliori quanto meno più consapevoli.

A presto! 😀

* solitamente uno legge per distrarsi ed evadere dal quotidiano con storie di fantasia. I fissati con la verosimiglianza, soprattutto in ambito fantasy, sono meno di quelli che si crede.
** trattasi di uno dei presupposti del genere, tanto che, secondo una certa scuola di pensiero, un Urban Fantasy dove l’esistenza del soprannaturale è nota a tutti non sarebbe esattamente un Urban).
*** e poi ci sono le terre di confine che invece di avere comode e nette frontiere con dogana assomigliano più a terre di nessuno, con villaggio dalla popolazione mista e gli abitanti dei generi confinanti che ogni tanto le superano in armi per andare a razziare i vicini.

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4 pensieri su “Mini considerazione – Dell’Urban e del Classic Fantasy

  1. Christian Stocco in ha detto:

    Post interessante. Concordo sul fatto che l’Urban Fantasy non abbia come punto d’arrivo della storia la “salvezza del mondo” per mere questioni pratiche. Sarebbe complesso dato il sistema geopolitico attuale e anche parecchio ingenuo visto che le cose non stiano andando esattamente bene al di fuori dei Paesi occidentali
    Però sono di un’altra idea riguardo la semplicità caratteriale dei personaggi del fantasy classico. Non la trovo verosimile in senso stretto, e viene accettata perché il fantasy classico fa comunque riferimento alla letteratura epica, popolata di personaggi-archetipo non perché fossero gli uomini tipo del loro tempo, ma perché servivano in quanto tali ai narratori e agli ascoltatori di quelle storie.
    Infatti ogni volta che si entra nel dettaglio della storia antica e medievale si trovano, dietro individui passati al mito come Santi ed Eroi, dei probabili schizofrenici some Giovanna d’Arco oppure persone molto pratiche per non dire ciniche, come Costantino.
    Accettiamo il carattere unidimensionale del Paladino, o del Ladro, o del Mago Rosso perché comunque è quello il retroterra.

    • Concordo. Le ambientazioni del fantasy classico restano, comunque, mondi secondari che non hanno alcuna pretesa di ricalcare in maniera verosimile epoche passate, anche quando vi si ispirano. In realtà ricreano più spesso che no l’immagine che di certe epiche ci hanno lasciato il mito e la narrativa d’epoca (e quindi possono permettersi Paladini, Maghi Rossi ecc.).
      Motivo per cui quando qualcuno si mette a difendere o attaccare una ambientazione fantasy tirando in ballo l’accuratezza storica mi viene sempre un po’ da scuotere la testa e un po’ da ridere perché, salvo che l’autore decida scientemente di creare un mondo storicamente verosimile è abbastanza stupido questionare, chessò, che nell’Europa medievale non esisteva la cioccolata 😀

  2. LiveALive in ha detto:

    Non mi piace molto discutere di generi. Sì, sono senza dubbio per i lettori, ma, di fatto, cosa sono? Ricorrenze in una serie di testi. Qualsiasi cosa, se ricorre, può costituire un genere. Dice bene Croce – è un bel po’ di critici venuti dopo di lui, anche non crociani, come Brioschi -: qualsiasi opera, a ben guardare, costituisce un genere. Ma noi prima generalizziamo coi macro-generi, e poi, trovandoli insufficienti, polverizziamo tutto in una nube di micro-generi sinceramente inutile. Ripeto: utili per i lettori, quelli che vogliono libri con una stessa caratteristica che piace particolarmente. Ma non mi pare un bel discorso, la creazione artistica, a meno che non sia dichiaratamente pop e commerciale, non dovrebbe porsi questi problemi. Quindi sono d’accordo con quello che dici alla fine.
    Alla fine della fiera, io direi che la differenza sta proprio nell’ambientazione, e il resto è conseguenza. Attualmente però vedo un fondersi tra il fantasy classico, quello urbano, e la fantascienza: penso al traile di Final Fantasy XV, a dire il vero, ma anche a quello di Xenoblade X XD libri, non tanto. Ho provato a leggere del fantasy, ho letto Tolkien e Martin per dovere sociale, ho letto cose più originali, meno scontate, ma è proprio questo slancio immaginativo nell’ambientazione e nelle meccaniche che mi mette una strana ansia. La fantascienza, di fatto, è l’unico genere che frequento (cioè: tra ciò che oggi definiamo genere; in realtà anche quella non è che la legga tanto, ma mi piace). Scrivi niente sulla fantascienza?

    • Concordo anche con te, alla fine se volessimo portare il gioco dei generi fino in fondo ogni libro sarebbe in microgenere e finita lì XD
      Ma, appunto, ai lettori aiutano i generi. Permettono di orientarsi meglio e non possiamo farci niente (e poi è una pippa mentale sempre divertente).

      Di fantascienza scrivo poco. Gli Alternauti sono uno sci-fi “imbrglione”, perché con la scusa del Multiverso l’ho riempio di tutti gli elementi fantastici che mi va senza troppi spiegazioni. Non so se avrei il rigore per scrivere un’opera fantascientifica di un certo spesso ma certo voglio provarci. Ho scritto un paio di racconti che possono rientrare nella fantascienza. Uno è quello il cui link trovi nel post “Questioni di genere”, successivo a questo (ma è principalmente un distopico). Un altro è più propriamente fantascientifico e lo metterò sul blog spero per settembre (devo ancora trovargli una chiusa convincente), ma, insomma, poca roba 🙂

      La commistione fra fantasy e fantascienza è molto presente nei videogiochi, sì, ma, che io sappia, nel cinema e nella letteratura è ancora una commistione che va avanti a unicum (adesso, per il cinema, penso ad Avatar) anche perché nella fantascienza c’è l’irresistibile tentazione di spiegare tutto come “tecnologia/scienza così avanzata da parerci magia, ma comunque sempre tecnologia/scienza è” quindi escludendo a priori l’elemento magico. Comunque è un territorio che sarebbe interessante esplorare e personalmente ho già una idea a proposito, ma mi richiederà parecchio lavoro (e prima che finisca io scommetto che ci arriverà già qualcun altro, di solito va così XD)

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