Hendioke's Lair

In the deep of the dragon

Voci dalla tana – XIII

Bentornati a un nuovo Voci dalla tana. Mi son reso conto che, più spesso che non, finisco con il segnalare opere parecchio risalenti nel tempo, segno tangibile di come consumassi molti più videogiochi, film e libri un tempo rispetto ad adesso… sigh…

Con questo Voci dalla tana, quindi, voglio provare a concentrarmi su cose più recenti, per i miei standard, spero vi piaccia 🙂

Un libro – Angelize (e Angelize II)

Ok, sono due libri in verità, ma si tratta di una duologia così coesa che preferisco considerarli un’opera unica.
Trattasi di un urban fantasy opera della clarissima Aislinn, autrice fantasy nostrana. Ammetto che ho letto il primo Angelize solo quando le circostanze hanno creato l’occasione, perché il titolo da una parola, in inglese, che suona come uno strano aggettivo e la trama con angeli dentro mi avevano inizialmente tenuto a diffidente distanza. Dopo aver divorato il primo ho subito recuperato e divorato anche il secondo, diventando un fan dell’autrice 😀

Angelize

Non la più invitante delle copertine, converrete

Dio è morto, e se non è morto, beh… è comunque da un bel pezzo che non si fa vivo e i suoi angeli, i suoi soldati e fedeli servitori, sono ora inchiodati a una esistenza eterna da ultimi giapponesi sull’isoletta, quando la guerra è finita. Destinati a ricordare in eterno il loro Signore mentre vagano incorporei e insensibili nella dimensione spirituale del mondo.
Due palle, vero?

Alcuni angeli, stufi della situazione, decidono di trovare una scappatoia incarnandosi in esseri umani, così da poter condurre una vita mortale. Peccato che questo comporti uno scambio fra loro e l’anima degli umani “prescelti”.
Ecco, quindi, che alcune decine di esseri umani si ritrovano a ricoprire lo scomodo ruolo di angeli involontari, sperduti in una dimensione che non capiscono e maltrattati dagli angeli puri, che li vedono come una aberrazione.

Per fortuna, forse, di queste povere anime oltre a un Dio esiste anche una Dea e quest’ultima, per i suoi oscuri motivi, decide di donare un nuovo corpo alle vittime degli angeli facendoli tornare in vita. Peccato che adesso i neo-risorti si ritrovino a essere degli ibridi, metà angeli e metà umani, con un corpo e delle emozioni ma anche con l’immortalità e i poteri di un angelo, e che la loro stessa esistenza faccia incazzare (o la cosa più vicina all’incazzo che può provare uno spirito) gli angeli puri i quali, guidati dall’Arcangelo Michael, decidono di porre rimedio alla situazione in stile Vecchio Testamento

Michael

If you know what I mean…

Inizia quindi una spietata caccia nei confronti degli ibridi che dovranno fare squadra per sconfiggere gli angeli puri mentre la Dea, da dietro le quinte, se la ride sotto i baffi e un ex angelo che ora risiede alla sua corte, il “buon” Lucifero, porta avanti i suoi piani.

Protagonisti della storia sono tre ibridi in particolare, che conosceremo soprattutto col nome degli angeli di cui hanno preso controvoglia il posto: Haniel, Hesediel e Rafael.
Haniel, il mio preferito, è un pazzo alcolizzato e ignaro della più minima parvenza di socialità che si ritrova incarnato in un corpo di ragazza, con sua grossa frustrazione.
Rafael è il buono della situazione: un ragazzo a modo e pieno di altruismo e virtù che non farebbe del male a una mosca, il tipico bravo-ragazzo-calato-in-scenario-infernale.
Hesediel è uno stronzo, nel senso figo E antipatico del termine. Una sorta di leader naturale e riottoso che vorrebbe solo riavere indietro la sua vita fatta di sogni di gloria, conseguenti insoddisfazioni e pacchi di presunzione, ma che finisce invece col dover organizzare una guerra.

L’aspetto migliore di Angelize è, senza dubbio alcuno, la caratterizzazione dei personaggi. Nelle diverse puntate di questa rubrica ho lodato spesso la verosimiglianza e la complessità dei personaggi di questa o quella opera, o anche solo il buon sviluppo di un personaggio partito da premesse stereotipate. Si tratta di un aspetto che trovo importante e, da questo punto di vista, Angelize è un balsamo per l’anima.
La capacità di Aislinn di tratteggiare in maniera efficace e profonda, senza tuttavia perdersi in chiacchiere, psicologie e personalità complesse e realistiche l’ho trovata in pochissimi altri autori. E’ semplicemente pazzesco come basti leggere una battuta, la descrizione di una azione o un pensiero di uno dei suoi personaggi per figurarselo davanti agli occhi, come fosse qualcuno che conosciamo personalmente.

Questo non può che far bene alla trama, visto che la consequenzialità “carattere di un personaggio” -> “agire di un personaggio” è sempre ben rispettata e con tre protagonisti così diversi fra loro (che finiscono con l’intrecciare fra loro rapporti non semplici) diventa garanzia di svariati fuochi di artificio 😀
Al netto degli ottimi personaggi, poi, c’è la trama che è ben congegnata e gioca tutto su una rappresentazione degli angeli e delle divinità che consente all’autrice di mettere in campo una manica di bastardi come se ne vedono di rado, e una serie di piani e sotterfugi uno più subdolo, o rocambolesco*, dell’altro.
Non intendo scendere nel dettaglio, per non rovinare la storia a nessuno, ma vi basti sapere che il fatto che siano coinvolte le creazioni più alte di Dio non impedisce alla cattiveria, alla bastardaggine e al sangue di scorrere a fiumi, da ambo le parti. E la cosa bella è che l’ambientazione messa in piedi dall’autrice non fa che rendere gli angeli che squarciano a metà le persone qualcosa di assolutamente sensato! Insomma, se vi piacciono gli urban fantasy crudi, avvincenti e con angeli stronzi** è l’opera per voi 😀

Ultima nota l’ambientazione, non nel senso delle premesse narrative e dell’impianto soprannaturale ma proprio di luogo dove si ambienta la storia. Aislinn, che milanese non è ma conosce molto bene la città, riesce a tratteggiare una Milano cupa, indifferente e con pochi sprazzi di bellezza adattissima alla storia tragica che vi ambienta.
Ammetto di aver campanilisticamente pensato, più volte durante la lettura, “E che cazzo, a Milano non piove COSI’ tanto*** e non è COSI’ scura” ma la verità è che Milano è anche così e il lato della città che emerge in maniera così netta e coinvolgente in questi romanzi è l’ambientazione perfetta per accogliere la lotta fra semi-angeli e angeli con le divinità sullo sfondo ^_^

Dal-Grand-Hotel-et-De-Milan_image_ini_620x465_downonly

Milano di notte (foto di Mino di Vita, credo?), non è Gotham City ma ci difendiamo

*soprattutto se c’è Haniel di mezzo
**”angeli stronzi” ormai potrebbe essere un genere a se stante
***da milanese cresciuto a Como e tornato a casa per l’università (e quindi con approfondita conoscenza di entrambi i climi) posso garantirvi che il peggio e più lungo diluvio milanese non può battere i diluvi di quasi una settimana di Como, quando due-tre settimane di acqua evaporata dal lago e trattenuta sulla città dalle montagne decide che è tempo di tornare a casa e non riesci a sentirti asciutto neanche abbracciato a una stufa.

Un videogioco – Life Is Strange

Si tratta, semplicemente, di uno dei videogiochi migliori dell’anno passato e penso valga assolutamente la pena segnalarlo, soprattutto adesso che è uscita la versione retail (per PC, Xbox One e PS4) e in collector’s edition con artbook e colonna sonora! Due oggetti che se per molte collector’s edition rappresentano elementi dovuti ma molto “meh” a questo giro sono la cosa migliore che potessero metterci dentro 😀

Life Is Strange, della francese Dontnod, è un avventura grafica che devo molto allo stile episodico importato da Telltale ma che, per fortuna, non arriva a sacrificare il 97% del gameplay alla formula del telefilm interattivo come i più recenti prodotti della casa di sviluppo californiana. Per maggiori delucidazioni tecniche su questo videogioco vi rimando all’ottima recensione del buon Conte Gracula, qui mi limiterò a un po’ di considerazioni su storia e personaggi.

Maxine “Max” Caulfield, la nostra protagonista, è appena tornata nella natia città portuale di Arcadia Bay, Oregon, dopo 5 anni di assenza, allo scopo di frequentare la prestigiosa Blackweel Academy e realizzare il suo sogno di diventare una fotografa grazie alle lezioni del celebre fotografo Mark Jefferson.
La storia comincia proprio durante una lezione di fotografia, con Max che ha una visione di lei che, dal faro costruito sul promontorio che sovrasta la città, osserva un tornado spazzare via Arcadia Bay.

Già in questa prima sequenza di gioco possiamo ammirare il duplice lato di Life Is Strange. Una volta che Max si riscuote dalla visione abbiamo una introduzione, attraverso la parte finale della lezione, del suo ambiente che trasuda school drama USA da ogni personaggio, da ogni battuta e dettaglio e iniziamo a farci una idea precisa di chi odi la nostra protagonista (e ovviamente in cima alla lista c’è una fighetta tutta vestiti firmati e sarcasmo), di chi siano i cattivi e chi i buoni nel microinferno sociale che ogni buona scuola tende ad essere e quali sono le difficoltà di Max in questo nuovo ambiente.

Visioni mistiche e school drama, insomma, sacro e profano, mistero e (apparentemente) piccoli problemi quotidiani. Finita la lezione accompagniamo Max verso il bagno delle ragazze ed è proprio mentre saremo impegnati a fotografare una sfavillante farfalla blu con la fida polaroid da cui Max non si separa mai che un ragazzo e una ragazza entreranno nel bagno litigando violentemente.

Nel momento in cui il ragazzo tirerà fuori una pistola e sparerà alla ragazza, uccidendola, Max si risveglierà, per l’orrore, in classe durante la lezione di fotografia da cui era appena uscita!

Back to the Future

Grande Giove!

Con questo primo balzo indietro nel tempo Max, e noi giocatori con lei, viene a conoscenza del potere che l’accompagnerà per tutto il gioco: il potere di riavvolgere il tempo!

La prima cosa che Max farà, ovviamente, sarà salvare la vita della ragazza, che si scoprirà poi essere nient’altro che Chloe, la sua migliore amica d’infanzia, la cui vita in questi 5 anni ha preso una brutta china. Salvare la vita di Chloe sarà, per Max, solo l’inizio di una settimana di minacce, pericoli, misteri, sordidi segreti, riavvicinamenti, incomprensioni, piccole conquiste… e segni dell’apocalisse!

Whales_Life_is_Strange

Cose bizzarre accadono ad Arcadia Bay (e questa è forse la meno bizzarra!)

Non intendo approfondire oltre la trama per evitare spoiler. Quel che mi preme sottolineare è l’abilità con cui il team di Dontnod è riuscito a imbastire una storia che riesce a muoversi sul filo fra tragedie umane ed esistenziali decisamente mondane e tragedie ambientali e paranormali senza perdere di vista il nocciolo di una storia che, alla fin fine, parla di diciottenni appena usciti dalla adolescenza e non ancora del tutto entrati nella vita adulta.

Non è affatto originale l’idea di sovrapporre a un racconto di formazione una trama sovrannaturale, così da specchiare le difficoltà quotidiane della crescita nelle difficoltà della quest magica e far trovare ai protagonisti, nella risoluzione della quest, le risorse per risolvere i propri problemi quotidiani. Si tratta di uno schema abusatissimo che, però, in Life is Strange trova nuova linfa nel fatto che i problemi attinenti al racconto di formazione sono sì quotidiani e strettamente legati alla fase della vita attraversata dai personaggi del gioco, ma neanche soliti.

Al contrario di quasi la totalità delle opere che segue questa strada il team di Dontnod ha deciso di non risparmiare ai suoi personaggi diciottenni problemi seri, che esulano dal “normale percorso di vita” (qualsiasi cosa questa espressione significhi) di una persona ma che non sono neanche, purtroppo, rari o straordinari.
Le tragedie che coinvolgono i personaggi di Life is Strange appartengono a quel tipo di tragedie che se non hanno toccato direttamente (spero) ognuno di noi durante gli anni della formazione avrebbero, tuttavia, potuto toccarci, forse ci hanno sfiorati, e quasi sicuramente hanno toccato qualcuno di nostra conoscenza (foss’anche solo il famoso “amico dell’amico, di quella compagnia lì”).

Che si tratti di Chloe, orfana di padre con un patrigno ex militare con cui ha un rapporto di merda, o di Kate, drogata a sua insaputa e protagonista di un video scabroso divenuto virale, o di Nathan, figlio viziato di un padre ricco quanto manipolativo, o semplicemente della compagna di dormitorio che teme di essere rimasta incinta, Life is Strange non lesina in piccole e grandi tragedie atroci nella loro banalità e che per la loro verosimiglianza si integrano benissimo nel contesto altrimenti leggero da school drama che dovrebbe essere la Blackwell Academy.

In questo scenario Max, e noi con lei, si muove dapprima come un osservatore quasi esterno, semplicemente tangente alle tragedie che si stanno consumando sotto la patina di apparente ordine delle vite dei suoi coetanei. Dopotutto Max, di tutto il cast, è forse la persona più normale di tutti (assieme al geek Warren); il suo unico problema è essere una ragazza hipster in una accademia di fighetti e il suo unico tormento interno è se riuscirà a superare la sua paura di mettersi in gioco come fotografa e perseguire con convinzione il suo sogno di gloria artistica.

Saranno il salvataggio di Chloe e la scoperta dei propri poteri a trascinare Max, e noi, oltre il velo fra la superficiale quotidianità e gli abissi delle psicologie e delle vite dei personaggi che incontreremo durante il gioco. In questo, Life is Strange non risparmia nulla, ma nemmeno enfatizza.
Qui è forse il pregio stilistico maggiore del gioco, a livello di narrazione. Il team di Dontnod ha deciso di trattare argomenti pesanti ma di farlo senza metterci il carico, senza compiere quelle operazioni di drammatizzazione che aggiungono facilmente enfasi a un tema, a un fatto narrato, ma che rischiano di appiattirlo e ridicolizzarlo involontariamente.
I personaggi di Life is Strange sono tutti caratteri a tutto tondo, che si comportano esattamente come si comporterebbero persone assolutamente normali nelle stesse situazioni ed è questo che rende ogni evento drammatico di grande impatto. Quando, nei panni di Max, assistiamo a un tentato suicidio o omicidio, ad esempio, trasaliamo perché ci rendiamo conto di come le meccaniche che hanno portato a quel momento sono assolutamente normali e verosimili.

Life is Strange, sul versante della trama che attiene alle vicende mondane della Blackwell Academy, gioca tutto sulla banalità del male e lo fa straordinariamente bene. In questo contesto osservare tutto attraverso gli occhi di Max, personaggio dolce e volenteroso (come si conviene a una che deve trasformarsi in un Everyday Hero*) ma anche dotata di difetti, suoi propri e altri dettati dall’età, è una esperienza estremamente coinvolgente.

Life-is-Strange-5

Difetti come, ad esempio, credersi l’unica persona dotata di profondità in tutta la scuola. Odioso ma, guardiamoci in faccia, chi di noi non c’è cascato almeno una volta nella vita?

Sarà difficile, infatti, non innamorarsi di Max e, successivamente, patire e struggersi con lei quando verrà (o, meglio, verremo chiamati) a prendere delle scelte che al di là degli effetti sul gameplay interpelleranno direttamente il nostro senso etico.

Vi assicuro, giusto per farvi capire, che ne ho giocati di videogiochi dove ci veniva chiesto di fare scelte anche dure ma non ho mai penato tanto di fronte a una scelta del tipo se lasciar vivere o morire una persona come in questo videogioco.

La trama sovrannaturale, poi, si integra perfettamente con quella mondana senza esserne semplicemente un contraltare, come a volte capita in storie che seguono lo schema di cui dicevamo sopra. Senza indulgere troppo nello spoiler mi limito a dirvi come, col passare dei giorni e degli episodi (ogni episodio del videogame copra un giorno da lunedì a venerdì), inizia a farsi evidente come il potere di riavvolgere il tempo, che Max usa per cercare di risolvere i problemi della gente attorno a lei, potrebbe essere la causa di quei problemi, nonché di una tragedia imminente e apocalittica.

Il modo in cui tutto questo si ripercuote sulla vita e il carattere di Max e di Chloe, e sul loro rapporto, è avvincente e dotato anche di una sua originalità (almeno nel panorama dei videogiochi**).

Life is Strange, insomma, non lascia fiato né respiro. Ci mette nei panni di una diciottenne, nei panni di noi adesso, fra qualche anno o anni fa, in panni comodi e famigliari, di cui riconosciamo il particolare linguaggio, i riferimenti alla cultura popolare che, poi, è la nostra (quando Max, a un certo punto, loda Final Fantasy: The Spirits Within come ottimo film mi sono sciolto d’amore per lei <3). E in questi panni ci fa affrontare l’avventura della nostra vita, condita di magia, amicizie da ricostruire, paradossi temporali, pericoli da affrontare e visioni apocalittiche. Come si può non amare questo gioco?

E tutto questo senza considerare i diversi livelli di lettura contenuti nell’opera, a partire dal fatto che Max è una appassionata fotografa che tende a guardare il mondo attraverso un obiettivo fotografico e, quindi, a darvi una interpretazione, a imporvi un ordine che nel proseguo della storia sfugge via sempre più e che toccherà a lei ripristinare.
Oppure i continui riferimenti alla teoria del caos che permeano il videogioco a partire dalla ricorrente presenza della farfalla blu.

Certo, non è tutto rose e fiori. Il gioco calca molto sulla quantità di scelte con conseguenze che verremo chiamati a fare ma, come spesso accade in questo tipo di giochi, alla fine le scelte veramente importanti sono poche e ben segnalate e, soprattutto, il concludere la storia con un finale oppure con l’altro (ci sono, infatti, due finali possibili) dipende tutto da un’unica scelta, che viene fatta 5 minuti prima della fine. Le decine di scelte minori che avremo preso nel corso del gioco finiranno per influenzare solo dei dettagli di questi due finali.

Così come va detto che la risoluzione dei misteri che aleggiano su Arcadia Bay sembra presa di peso da un thriller di serie B, il che smorza un po’ il mistero in sé.

Però quello che conta, in Life is Strange, è come arriveremo alla verità, e come la affronteremo, soprattutto in rapporto alla relazione con Chloe. Non credo di aver mai trovato un videogioco che affrontare in maniera così onesta e diretta, passando da momenti teneri o divertenti a veri e propri cazzotti alla base dello stomaco, quel momento difficile che è la fine dell’adolescenza. Riuscirci inserendo una trama che mescola thriller, fantascienza, romance e fantasy non era affatto né scontato né semplice e Dontnod è riuscita nell’impresa di creare un piccolo grande capolavoro che, son pronto a scommetterci, diventerà una pietra di paragone per la futura narrativa videoludica.

Max&amp;Chloe

La hipster e la punk

Insomma, un videogioco che vi consiglio con tutto il cuore, e non ho neanche accennato al valore estetico di quest’opera. Di come ogni elemento, dallo stile grafico alla colonna sonora (stupenda e stupendamente azzeccata), contribuisca a creare un capolavoro cesellato in ogni aspetto. Ma verrebbe una segnalazione troppo lunga 😛

*Evereday Hero è il contest di fotografia cui il professore di fotografia Jefferson invita gli studenti a partecipare nonché filo sottotraccia della trama.
**SPOILER ALERT: in tutta la mia vita da videogiocatore non ricordo altri videogiochi incentrati su un rapporto di amicizia fra due persone dello stesso sesso (di cui una omosessuale) che, in verità, diventa qualcosa d’altro senza che queste neanche ne prendano piena coscienza (diciamo che quanta coscienza prendono della cosa dipende dalle scelte del giocatore).

Un film – Zootropolis

Zootropolis (Zootopia nell’originale, e proprio non capisco cosa li abbia spinti a cambiare nome in fase di localizzazione) è l’ultimo Classico della Disney e, a mio avviso, la definitiva conferma che siamo nel pieno del Secondo Rinascimento Disney, che speriamo duri il più a lungo possibile.

Zootopia-Poster

La prima cosa che vien da pensare, a vedere anche solo il poster di Zootropolis, è che la Disney abbia voluto recuperare l’espediente narrativo di Robin Hood, con i suoi personaggi resi sotto forma di animali antropomorfizzati, ma in realtà, a voler cercare un parallelo fra questo a un altro classico Disney, sarebbe più appropriato, secondo me, tracciarlo con Le Avventure di Bianca e Bernie e il suo seguito.

In Robin Hood, infatti, la presenza di animali vestiti e organizzati in una società umana è un mero espediente narrativo che non va troppo a intaccare il fatto che, comunque, è la storia di Robin Hood e dei suoi allegri compari, tale e quale che se invece di leoni, volpi e orsi vi fossero umani normali.

Invece nei film dedicati al duo di agenti Bianca e Bernie l’antropomorfizzazione degli animali non si limita a dotarli di abiti e abitudini umane ma influenza la loro società, che deve attivamente nascondersi dalla società umana dalla quale ricava, al contempo, molti degli elementi necessari alla sua sopravvivenza, e ne influenza di conseguenza la storia.

In Zootropolis è come se la Disney avesse voluto portare oltre questo concept. Nel mondo di questo film, da quel che è dato sapere, gli umani non esistono e sono stati gli altri mammiferi terrestri, tutti gli altri mammiferi terrestri, ad evolversi fino al nostro livello.
Zootropolis è la metropoli capitale di questa variegata società animale dove, grazie a una girandola di trovate immaginifiche (come, ad esempio, una grande muraglia di condizionatori!) centinaia di diverse specie di mammiferi vivono in distretti suddivisi per clima, flora e dimensioni degli edifici.
Questo si porta dietro tutta una serie di conseguenze su come questa società è costruita e su come i suoi abitanti interagiscono fra loro, come è possibile apprezzare direttamente dalle vicissitudini che toccano la protagonista del film.

Judy Hopps, la nostra protagonista, è una coniglietta di provincia che sogna di diventare un poliziotto di Zootropolis e vivere, dal lato dei buoni, il sogno multiculturale della grande città. Ovviamente i suoi genitori sono più che contrari all’idea che la figlia possa fare qualcosa di così poco conigliesco come il poliziotto! I conigli sono creature piccole, deboli e paurose che dovrebbero rimanere in campagna a fare i contadini e sfornare decine di figli, come, appunto, i genitori di Judy!

young_judy_hopps___zootopia_by_mollymolata-d9qvalb

Il magico momento in cui mamma e papà spiegano a una piccola Judy travestita da poliziotto che il modo migliore per non rimanere delusi è non avere ambizioni!

Insomma, Zootropolis la butta, subito, su “l’importanza di perseguire i propri sogni perché TUTTI possono essere TUTTO quello che vogliono se SOLO si impegnano”. Un messaggio che i Classici Disney ci hanno propinato soltanto da… sempre, e che personalmente ricordo che da adolescente mi fece allontanare dalla Casa del Topo perché iniziavo a trovarlo un concetto decisamente diabetico (oltre che destinato a prendere quotidianamente sberle dalla realtà).
Fortunatamente Zootropolis non è solo questo.

“Sii quello che vuoi” è chiaramente il fulcro del film, ma a questo giro la Disney ha deciso di affrontarlo in maniera più matura rispetto al solito e il risultato è eccezionale.
Zootropolis è la duplice prova, secondo me, non solo che possiamo dirci nel pieno di un Secondo Rinascimento Disney, ma anche che ormai fra la produzione Disney e quella Pixar non c’è davvero più differenza visto che questo è un film che, fino a pochi anni fa, ci si sarebbe potuti aspettare solo dallo studio della lampada da tavolo.

Judy Hopps risolve il suo conflitto in, tipo, i primi 10 minuti del film, diventando il primo poliziotto coniglio a uscire dall’accademia di polizia e facendo il suo arrivo a Zootropolis. Quindi possiamo dire che il film vero e proprio parte là da dove un altro film avrebbe potuto decidere di finire. Judy realizza il suo sogno, ma non basta. Adesso che è un poliziotto scopre amaramente che, nonostante i suoi buoni voti, la sua nomina viene vista da tutti, capo della polizia in testa, come una mossa di propaganda politica promossa dal sindaco di Zootropolis (un leone, cioè un predatore) per accattivarsi il sostegno delle prede che popolano la città e, quindi, viene considerata essere inutile e viene sbattuta a fare l’ausiliare del traffico.

Qui inizia a vedersi la complessità del film. Già nei primi minuti, ambientati ai tempi della fanciullezza di Judy, lo spettatore è stato introdotto al fatto che, pur non dandosi più la caccia, i mammiferi sono divisi fra predatori e prede, con uno strascico di pregiudizi che agisce a più livelli. E’ un pregiudizio sulle prede che ha reso a Judy tanto difficile fare il poliziotto e l’ha portata, realizzato il suo sogno, a diventare un ausiliare del traffico, e nella famiglia di Judy c’è un gran pregiudizio, sotto sotto condiviso anche da Judy, sulla disonestà e pericolosità delle volpi.

Arriviamo, quindi, a introdurre il secondo protagonista di Zootropolis, Nick Wilde: una volpe che risponde esattamente ai pregiudizi della famiglia di Judy in termini di disonestà. Difatti, l’incontro fra i due si conclude con Judy coinvolta in, e vittima di, una truffa organizzata da Nick.

zootopia-jason-bateman-as-nick-wilde

Nick, il vostro amichevole truffatore di quartiere

I destini dei due si incrociano di nuovo quando Judy, avventatamente, mette in gioco il suo distintivo promettendo di riuscire a chiudere in 48 ore un caso di sparizione del quale Nick è l’unico testimone.

Finisco qui con gli spoiler. Da questo momento in poi il film segue l’indagine del forzato duo (Nick è tutt’altro che desideroso di aiutare un poliziotto coniglio!) che porterà a una serie di scoperte sempre più inattese, mentre l’equilibrio fra predatori e prede, su cui poggia l’esistenza stessa di Zootropolis, viene scosso e rischia di cedere.

Il principale punto di forza di questa trama, a mio avviso, è che allarga il semplice tema del “sii libero di essere quello che vuoi” arrivando a compiere una riflessione più propriamente sociale. Dopotutto, caterve di film come questo ci insegnano che alcuni dei principali ostacoli al perseguimento dei propri sogni sono le aspettative e i pregiudizi dei membri della società, e quindi della società nel suo complesso.

Solitamente, però, questo tipo di film vede agire un protagonista avulso da questo clima di pregiudizio in un microcosmo dove il pregiudizio che rema contro i suoi desideri è incarnato in poche e precise figure (i genitori, l’antagonista, l’amico che consiglia di lasciar perdere e simili). In Zootropolis, invece, ci sono due trovate degne di merito e quasi innovative, per un Classico Disney.

La prima è che questo pregiudizio sociale, come è verosimile che sia, tocca tutti compresa Judy, che ci è cresciuta dentro ed è la normale persona che cerca di distaccarsene, a volte riuscendoci e a volte no (con dirette conseguenze sulla trama).
La seconda è che, a un certo punto della storia, il film ci fa vedere direttamente gli effetti sociali di questi pregiudizi.

Quindi, la storia in stile “segui i tuoi sogni nonostante tutto” in Zootropolis non è solamente la storia di Judy, o di Nick, cioè di singoli personaggi, ma diventa quella dell’intera Zootropolis e, usando questa come metafora, della nostra società.

Finito questo pippone sulla particolarità di Zootropolis come Classico Disney rispetto a tutti i precedenti Classici incentrati su questa tematica (cioè il 97%), ci sarebbe ancora da dire su quanto questo sia un film che ricalca benissimo, e in puro stile Disney, il genere action e buddy-movie, o su come il livello tecnico e artistico sia, al solito, altissimo e ai vertici del settore dell’animazione.

In definitiva, anche quest’anno la Disney è riuscita a produrre un’opera degna di questo suo nuovo corso, con la profondità dei film della Pixar e il meglio dello stile classico della Disney.  Speriamo che questo Secondo Rinascimento duri ancora a lungo!

Alla prossima!

Bonus track: una traccia dall’OST di Life is Strange 😀

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

6 pensieri su “Voci dalla tana – XIII

  1. Angelize non ho ancora avuto la possibilità di leggerlo – e non so se sia un mio problema, ma non riesco nemmeno a vedere la copertina che hai messo 😛
    Dal suo blog, l’autrice sembra una persona simpatica e intelligente, e questo è bene 😀

    Di Life is strange, sai bene cosa penso, dato che hai citato la mia non-reccy. È un gioco che merita ogni successo (non è esente da sbavature, ma è quanto di più vicino alla perfezione narrativa ed emotiva io abbia mai giocato, con personaggi e atmosfera clamorosi) e quando il clima tornerà umano, ci farò un altro giro. Magari cambiando certe scelte – tanto più che non so se riuscirò a chiudere il secondo capitolo nel modo migliore, la prima volta ho cercato di essere empatico (buffo da dire, con personaggi virtuali) e ha funzionato. 😀

    Zootropolis/topia non l’ho ancora visto, ma da quando ho visto Nick ho deciso che se mai sarò una volpe antropomorfa, sarò come lui! 😛
    In passato ho avuto anche io dei problemi con i lavori della Disney, poi abbiamo fatto pace grazie a Kingdom Hearts ^_^ comunque, alla prima occasione valida Zoo* lo guardo volentieri!

    • A me la copertina compare o_O chissà che problema è u.u
      Angelize te lo straconsiglio 😀 non ricordo se hai un ereader o meno (o se abbiamo mai toccato l’argomento) ma sullo store di Ebookrepublic puoi trovarli entrambi a 9 euro, e una volta che ne cominci a leggerli prendono talmente che ti sarà difficile lasciarli prima di aver finito ^_^

      La tua reccy, fra l’altro, mi è stata utilissima. Grazie ancora per averla scritta 🙂
      Per fare un secondo giro a Life is Strange aspetterò di comprarmi la collector’s per PS4 (è finito in quella breve lista di giochi che mi son piaciuti così tanto che intendo comprarne diverse edizioni) e stavolta voglio scoprire tutti i piccoli dialoghi e le opzioni secondarie che mi sono perso e ho scoperto poi spulciando alcune soluzioni (e soprattutto, voglio non far morire la piantina XD)

      Credo che tutti abbiamo avuto problemi con i cartoni Disney prima o poi. Si arriva a un punto nella propria vita in cui il messaggio superficiale diventa troppo stucchevole ma ancora non si riescono ad apprezzarne le finezze sotto la superficie 🙂 vedrai che Nick ti piacerà un sacco 😉

      e scusa se rispondo solo ora ^^’

      • Ok, dal PC riesco a vedere la copertina – in questo periodo urendo non ho molto tempo per il PC, il tablet è più veloce ma a volte mi dà rogne con le immagini 😛
        (ereader: ho un kobo, quando avrò pure una carta di credito o equivalente sarò a posto per molte cose 😛 altrimenti, se dovessi inciampare nella versione cartacea di Angelize…)

        Grazie ancora per aver apprezzato la mia non-rece su Life is strange, quando ti pigli la collector’s, vita permettendo, fammi sapere se ha qualcosa di speciale 😉

      • Dimenticavo: appena possibile, quel benedetto Zootopia/tropolis me lo comprerò al volo 😀
        E non hai bisogno di scusarti per il tempo che impieghi a rispondere, capisco bene che hai un sacco di cose importanti in ballo 😉

  2. Grazie *___* Adesso camminerò su una nuvoletta per tutta la giornata (mi toccherà bere qualcosa con Hani per celebrare… 😀 )

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: