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Mini considerazione – Il Coding

Ben ritrovati con, finalmente, un nuovo articolo e una nuova mini considerazione 😀

Quest’oggi voglio esprimere il mio personale e semplice pensiero su un meccanismo narrativo del quale ho sentito parlare nella critica d’oltreoceano cosicché non ho ben presente se e in che modo sia affrontata dalla critica nostrana.

Suppongo di sì, ma i miei studi sono ormai talmente fermi e risalenti che non saprei che aspetto e nome assuma questo concetti sui nostri lidi. Se qualcuno lo sapesse e volesse segnalarmelo nei commenti avrà la mia eterna gratitudine per dieci giorni buoni.

Ma andiamo a cominciare.

Premessa anti confusione

Il concetto che esploreremo in questo post potrebbe ricordare la mimesi, già affrontata in una precedente mini-considerazione. Tuttavia vi è una netta distinzione fra i due meccanismi. Riassumiamo un attimo la mimesi.

Trattasi del livello di aderenza della narrazione al mondo narrato, e ogni compromesso mimetico ha lo scopo di rendere intellegibile per il lettore qualcosa che, altrimenti, non avrebbe modo di comprendere.

Per riprendere un esempio del relativo post, chiamare un corpo d’armata “legione” in un romanzo ambientato in un mondo secondario che non ha alcun collegamento con la società e la cultura romane non significa supporre che, per una incredibile coincidenza, in quel mondo secondario hanno finito col chiamare i corpi d’armata esattamente come facevano i romani ma, semplicemente, offrire al lettore un termine a lui noto per indicare qualcosa che, in quel mondo secondario, ha un nome proprio nella lingua propria di quel mondo che il lettore non conosce.

L’alternativa sarebbe chiamare il corpo d’armata col termine corretto usato nel mondo secondario – chessò, “vaglan” – spiegando in qualche modo al lettore il suo significato ma, come già esposto nell’articolo sopra linkato, una mimesi troppo accentuata renderebbe anche la storia migliore qualcosa di indigeribile e l’autore deve sempre trovare un delicato equilibrio fra aderenza al narrato e fruibilità della narrazione.

Il coding o delle scorciatoie cognitive

Il coding, che in italiano immagino potremmo tradurre come “codificazione”, è un meccanismo che, similmente alla mimesi, serve a rendere più semplice la fruizione di una storia ma, contrariamente alla mimesi, agisce sul narrato invece che sulla narrazione.

Il funzionamento di questo meccanismo è il seguente: si inserisce nel narrato un elemento che nel mondo reale dell’autore e, soprattutto, del fruitore dell’opera è rappresentativo di un più ampio complesso di elementi, valori, concetti ecc. in modo che il fruitore, vedendo il singolo elemento, possa richiamare inconsciamente tutto il complesso di cui fa parte e applicarlo alla storia.

Usare all’interno di un contesto un singolo elemento proveniente da un contesto diverso e alieno così che i fruitori possano, visto il singolo elemento, richiamare e applicare inconsciamente pezzi del contesto richiamato al primo è un esempio di scorciatoia cognitiva. La scorciatoia cognitiva è un meccanismo non solo della comunicazione ma anche del modo stesso in cui le persone recepiscono e organizzano il loro sapere e consiste nello sfruttare le conoscenze pregresse delle persone, opportunamente richiamate, per spiegare concetti nuovi o per orientare il loro pensiero rispetto a nuove circostanze.

Già i semplici esempi che usiamo tutti i giorni, quando mettiamo a paragone nozioni in diversi campi del sapere (come il famoso spiegare la riproduzione sessuata dei mammiferi con le api e i fiori) sono un esempio base di scorciatoia cognitiva. Le pubblicità che associano elementi usualmente correlati a condizioni di benessere a singoli prodotti (ad esempio il mostrare case belle e accoglienti e famiglie felici nelle pubblicità di biscotti) sono un altro esempio diffuso di scorciatoia cognitiva, il cui scopo è portarci, nell’esempio fatto, ad avere un’opinione positiva dei biscotti, come portatori di benessere e di calore familiare.

Nel caso del coding si sfruttano delle conoscenze pregresse del fruitore per dare una caratterizzazione al narrato o per trasmettere una serie di informazioni, risparmiandosi la fatica di dover caratterizzare direttamente il narrato o inserire direttamente le informazioni.

Un esempio classico di coding è l’abito nuziale bianco nei film e telefilm.

La tradizione occidentale dell’abito nuziale bianco per le spose è relativamente recente, risalendo al matrimonio della Regina Vittoria del Regno Unito nel 1840, tuttavia nella quasi totalità dei film e telefilm in costume, anche ambientati in epoche risalenti, se c’è una sposa questa sarà vestita di bianco. E lo stesso accade in molte opere fantasy.

Il perché di questa scelta è semplice da sviscerare. Mostrare una donna vestita di bianco permette allo spettatore (soprattutto europeo o americano) di comprendere immediatamente l’evento sociale per il quale si sta preparando e di connotare di conseguenza tutto quello che accade a schermo.

Se, per esempio, dovessimo assistere alla scena del rapimento di una ragazza vestita di bianco e poi vedessimo un ragazzo che, alla notizia, si dispera e promette vendetta comprenderemmo subito cosa è accaduto, la ragazza rapita era la sua promessa sposa diretta all’altare, e a cosa assisteremo, ai tentativi del promesso sposo di ritrovarla e liberarla.

Se l’abito della promessa sposa, in modo più coerente con un’epoca antica o un mondo di fantasia dalle convenzioni sociali diverse dalle nostre, fosse stato, per dire, azzurro, l’autore avrebbe dovuto dilungarsi in dialoghi ed elementi ulteriori per farci comprendere cos’è accaduto e per connotare la storia cui assisteremo. L’abito bianco è un utilizzo del coding che permette a tutti, autori e spettatore, di risparmiare tempo, grazie ai prodigi delle scorciatoie cognitive.

Il coding, ovviamente, può prestarsi anche a operazioni narrative più raffinate e complesse. La caratterizzazione dei Dothraki nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di G.R.R. Martin come popolo nomade e guerriero permette a Martin di limitare lo sforzo di caratterizzazione degli stessi agli aspetti funzionali alla storia o più peculiari lasciando che, per il resto, sia il lettore stesso a riempire i buchi e completare la caratterizzazione con le sue conoscenze pregresse degli Unni e dei Mongoli. O, meglio, coi suoi pregiudizi su Unni e Mongoli ma su questo torneremo dopo.

Nel Classico Disney Mulan, quando Mulan decide di fingersi uomo per rispondere alla chiamata di leva al posto di suo padre si taglia i capelli con la spada paterna, in una scena molto significativa quanto inverosimile.

Nella Cina dell’epoca, infatti, anche gli uomini tenevano i capelli lunghi e, pertanto, che Mulan si tagli i capelli per fingersi uomo non ha senso all’interno di quello che dovrebbe essere il mondo narrativo di riferimento, ma si tratta di un ottimo esempio di coding. Per lo spettatore occidentale del XX secolo i capelli lunghi sono uno dei principali simboli della femminilità e nella sua cultura il gesto di una donna di tagliarsi i capelli ha un preciso significato di rinuncia della propria femminilità e di trasformazione.
Nel contesto della storia, poi, questo richiamo alla cultura dello spettatore sottolinea e accentua la drammaticità della scelta di Mulan. Grazie a una scorciatoia cognitiva gli sceneggiatori di Mulan hanno ottenuto una scena d’effetto, che riesce a essere essenziale e molto esplicativa al tempo stesso. Senza ricorrere al coding ottenere lo stesso effetto sarebbe stato molto più difficile.

Mulan in tutta la sua decisionale gloria

A questo punto penso sia chiara la differenza fra il coding e la mimesi. Attraverso la determinazione del livello di mimesi della narrazione l’autore “traduce” al fruitore dell’opera un mondo e una serie di eventi, un narrato, con caratteristiche proprie che, altrimenti, il fruitore non riuscirebbe a comprendere ma nel far questo non modifica il narrato.

Attraverso il coding l’autore interviene sul narrato introducendo elementi che diventano parte del mondo narrativo e il cui scopo principale è rendere al fruitore più semplice comprendere elementi ed eventi narrati grazie al parallelo con le sue conoscenze pregresse o, anche, fornire al fruitore informazioni aggiuntive e ulteriori livelli di comprensione del narrato, sempre collegandosi alle sue conoscenze pregresse.

Il confine fra coding e world building

Il coding si presenta quindi come un meccanismo molto utile ma non privo di problematiche. Un primo problema, connesso alla sua identificazione, si presenta rispetto ai mondi cosiddetti secondari in senso stretto, ovverosia tutti quei mondi narrativi che non sono modellati sul nostro mondo, attuale o passato, ma frutto diretto della fantasia del suo autore (o autori).

Se, infatti, l’inserimento di un elemento anacronistico o estraneo alla società di un dato luogo o periodo è facilmente identificabile come un’operazione di coding diventa più difficile comprendere se la scelta di inserire un dato elemento in un mondo di fantasia serve allo scopo di costruire quel mondo o di sfruttare le conoscenze pregresse del fruitore.

Un autore fantasy che inserisca nel proprio mondo dei personaggi che riprendono l’estetica, l’origine e gli atteggiamenti degli eroi omerici lo starà facendo perché vuole creare un mondo anche solo parzialmente modellato sull’epica omerica (world building) o perché vuole risparmiarsi la fatica di spiegare e caratterizzare agli occhi del lettore, per filo e per segno, le caratteristiche e l’insieme di valori di questi eroi (coding)?

Non è una domanda semplice cui rispondere. La verità è che a prendere la definizione di coding che ho fornito in senso troppo ampio si correrebbe il rischio di definire coding pressoché qualsiasi cosa.

Personalmente trovo che il confine fra un elemento del mondo secondario scelto perché inerente alla sua struttura interna e uno scelto per compiere una operazione di coding si possa trovare nella centralità e nell’uso di quell’elemento. Più un elemento è diffuso, sviscerato e portante del mondo narrativo più sarà ascrivibile al world building, più sarà periferico, poco approfondito e meno sviscerato più sarà, se presenta le caratteristiche di cui al paragrafo precedente, un esempio di coding.

Per tornare alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin trovo semplice individuare nel feudalesimo europeo, che Martin ricalca molto nella sua opera, un elemento del suo world building. Questo perché Martin, partendo dal feudalesimo noto a noi tutti, lo amplia, lo approfondisce, lo sviscera, ne fa il motore di buona parte della storia e dei suoi eventi e, in definitiva, lo trasforma in qualcos’altro che va ben oltre le informazioni che Martin ha potuto evitare di fornirci grazie alle nostre conoscenze pregresse.

La caratterizzazione dei Dothraki, invece, mi sembra essere più ascrivibile alla funzione del coding perché, nonostante la loro importanza nella storia, non sono approfonditi e sviscerati oltre il minimo necessario lasciando il lettore, la maggior parte del tempo, a riempire appunto i buchi con i propri pregiudizi su Unni e Mongoli.

Mi rendo conto che è un criterio lungi dall’essere perfetto, e che rischia di diventare parecchio arbitrario, ma direi che come regola di massima può funzionare: quando l’elemento viene integrato e sviluppato al punto da fornire direttamente più informazioni e senso di quelle che permetterebbe all’autore di risparmiare, allora non è coding ma world building.

Un altro criterio potrebbe essere considerare elemento di world building e non coding quegli elementi che, pur richiamando conoscenze pregresse del fruitore, trovano una spiegazione esplicita nel mondo narrativo. Ad esempio se l’utilizzo dell’abito nuziale bianco trovasse una spiegazione in una tradizione interna alla storia del mondo narrativo. Il problema di questo secondo criterio, tuttavia, è che un elemento siffatto potrebbe comunque costituire una operazione di coding e la spiegazione costituire una sorta di “pezza” dettata dal pudore demiurgico dell’autore. Potrebbe così essere, ad esempio, se l’autore introducesse prima la scena della ragazza vestita di bianco che viene rapita, sfruttando la scorciatoia cognitiva, e solo successivamente fornisse la spiegazione interna al mondo narrativo del perché le spose indossino il bianco.

Il coding e i limiti delle scorciatoie cognitive

Altri due problemi, legati invece alla sua applicazione pratica, discendono direttamente dai limiti delle scorciatoie cognitive.

Il primo problema è che le scorciatoie cognitive variano molto da una cultura all’altra e, quindi, l’operazione di coding che funziona per un fruitore potrebbe scivolare addosso a un altro, risultandogli poco o niente affatto comprensibile.

Riprendendo l’esempio dell’abito da sposa, la presenza di un abito bianco fa immediatamente scattare l’associazione desiderata dall’autore in un fruitore di cultura europea ma potrebbe farla scattare con minore intensità o non farla scattare affatto in un fruitore di cultura indiana o cinese, dove c’è una differente tradizione sull’abbigliamento matrimoniale e i suoi colori.

quante cose si possono spiegare con un semplice abito da sposa 😀

Oppure possiamo tornare alla scena di Mulan che si taglia i capelli la quale ha contribuito, assieme ad altri aspetti, allo scarso successo di questo Classico nel mercato cinematografico cinese. Gli spettatori cinesi, consci della propria storia e alieni ai simbolismi occidentali, non hanno compreso la scena, trovandola anche abbastanza ridicola. E infatti nella versione live del film, pensata primariamente per il mercato cinese, la scena è stata tolta.

Un primo problema, quindi, è che lo sforzo che l’autore risparmia e/o i livelli ulteriori di significato che spera di ottenere dal coding rischiano di andare persi se l’opera capita nelle mani di un fruitore non dotato delle stesse conoscenze pregresse dell’autore, laddove meccanismi narrativi non basati sulle scorciatoie cognitive manterrebbero la loro efficacia.

Un secondo, e più delicato, problema deriva dal fatto che le scorciatoie narrative si basano, appunto, sulle conoscenze pregresse condivise a livello culturale dai fruitori dell’opera le quali conoscenze, però, possono anche comporsi di pregiudizi.

Un esempio pressoché classico sono gli orchi di Tolkien, il quale spiega, in una delle sue lettere, di averne modellato le fattezze su una versione degradata e ripugnante delle popolazioni centro-asiatiche tanto invise agli europei (come mongoli e unni).
Lo scopo del Professore, chiaramente, era fare leva sulla visione stereotipata di queste popolazioni che corre nel folklore europeo, derivante dalle invasioni subite e dai conseguenti racconti dei popoli delle steppe come demoni, per suscitare nel lettore un quid di repulsione in aggiunta a quella già suscitata dalla diretta descrizione degli orchi e delle loro azioni.

Un espediente che funziona molto bene, se sei un europeo cresciuto coi miti su Attila Flagello di Dio e Gengis Khan e le sue orde a cavallo, ma che decisamente non funziona – e rischia anzi di suscitare risentimento – se sei un abitante dell’Asia centrale, che molto probabilmente vede in Temujin un eroe nazionale…

la base di partenza degli orchi tolkeniani

Gli orchi di Tolkien, tuttavia, sono un esempio tutto sommato minore dei problemi in cui si può incorrere sfruttando le scorciatoie cognitive col coding. Può andare decisamente peggio quando la conoscenza pregressa che si cerca di sfruttare non riguarda il folklore consolidato ma la visione che il pubblico di riferimento, e l’autore, hanno di popoli, culture e problemi odierni.

Un buon esempio, sotto questo aspetto, è quello dell’uso del coding per caratterizzare personaggi o, peggio, popolazioni del mondo narrativo tracciando un parallelo con popolazioni attualmente esistenti o con tradizioni estranee alla cultura dell’autore e dei suoi lettori.

Come quando in un libro, film o videogioco si decide di caratterizzare il popolo nativo, tecnologicamente arretrato ma saggio e in contatto con gli spiriti della natura, con elementi estetici e superficiali che richiamano i nativi americani.

O quando si caratterizza il maestro saggio e abile nelle arti marziali di turno con caratteristiche che richiamano alla cultura cinese o giapponese.

Il rischio, in questi casi, non è solo di non suscitare un riscontro, o di suscitare un effetto di ripulsa, nei fruitori appartenenti a queste culture, ma anche di andare a sfruttare quelli che sono veri e propri pregiudizi, che venendo attivati dal coding ne vengono rafforzati. Dopotutto è normale; ogni volta che una conoscenza che possediamo ci porta a un risultato, foss’anche solo comprendere meglio un testo di narrativa, quella conoscenza si rafforza, anche se è un pregiudizio.

Peccato, però, che molti di questi pregiudizi, anche se positivi, causano problemi ai membri delle culture oggetto del pregiudizio, sia a livello personale, lo sforzo che il singolo deve fare per superare la rappresentazione si sé formata dal pregiudizio, sia a livello generale, quando la comunità si trova nella posizione di dover contrastare e superare una narrazione generale di sé basata sul pregiudizio.

Quando, poi, il coding viene usato per tracciare un parallelo con culture che non sono culture altre, di altri popoli, ma sottoculture della cultura di riferimento dell’autore, delle quali però questi non fa parte, il rischio di tirarsi il rastrello in faccia è enorme! Si sa che le sottoculture sono minoranze che spesso e volentieri non non se la passano bene, soprattutto a causa dei pregiudizi della cultura maggioritaria, quindi il coding che sfrutti i pregiudizi su sulle loro caratteristiche, usanze e valori rischia di scatenare molte e giuste polemiche.

Ancora maggiore, poi, è il rischio che si corre usando il coding per attribuire a un conflitto presente nel narrato le caratteristiche di un conflitto davvero esistente nella società dell’autore. Si tratta di una possibilità lecita e, se ben impiegata, anche molto utile per costruire una riflessione sulla realtà attraverso la finzione, ma il rischio di agganciarsi attraverso una scorciatoia cognitiva a un conflitto sociale realmente esistente è di portare i fruitori a trasferire sul narrato le idee più sbagliate.
In Italia, per dire, se si decidesse di creare una storia fantasy dove un gruppetto di manovali stranieri e sfruttati dal potente di turno viene caratterizzato con elementi richiamanti, ad esempio, la cultura nord africana o le sue popolazioni sarebbe un attimo trovarsi accusati di razzismo E buonismo da ambo i lati della barricata ideologica, al di là dei meriti effettivi dell’operazione XD

Ah i “pacifici” Tauren, ovviamente dediti allo sciamanesimo e ai nomi sostantivo+aggettivo

In conclusione, il coding è un meccanismo che trova un ampio utilizzo nella narrativa, soprattutto nella narrativa per immagini dove raggiunge il miglior rapporto costo/benefici, ma che a causa del meccanismo mentale su cui basa il proprio funzionamento e la propria efficacia rischia di avere effetti limitati o, peggio, di suscitare reazioni contrarie a quelle sperate.

In definitiva, oltre a doversi usare con attenzione, come del resto tutti gli altri meccanismi narrativi, è meglio impiegarlo, a mio avviso, per fornire un quid aggiuntivo di livelli di significato e di informazioni, senza affidarvici troppa parte del buon esito della narrazione.

Alla prossima!

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2 pensieri su “Mini considerazione – Il Coding

  1. Ben ritornato! 😉
    Discorso complesso, potrei non avere un altrettanto articolato pensiero da offrire, perché effettivamente non ho mai pensato a questo tipo di meccanismo. Pur usandolo ogni tanto nello sviluppo di mondi alternativi/fantasy 😛
    Forse si può disinnescare il rischio approfondendo gli elementi usati come scorciatoia (se uso un rito sociale europeo in un’ambientazione, che so, peruviana, si potrebbe vedere come tende a comportarsi la cultura peruviana in quel contesto) o mescolando – e armonizzando – elementi di diverse culture. Forse in quest’ultimo caso si ridurrebbe l’impatto della scorciatoia, però…
    Credo che in molti casi si corra il rischio di andare di spiegone.
    Dovrò rifletterci su.

    • Grazie, è bello essere di nuovo qui 😀

      Le tue mi sembrano entrambe ottime idee però la seconda concordo che ridurrebbe l’impatto della scorciatoia o, meglio, si allontanerebbe dal coding e si avvicinerebbe al world building, che spesso vede il mescolarsi e armonizzarsi di elementi culturali diversi. Son contento il post ti abbia offerto uno spunto di riflessione, spero condividerai le tue conclusioni sull’argomento 😀

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