Hendioke's Lair

In the deep of the dragon

Voci dalla tana – XI

Eccoci con l’undicesimo appuntamento con la nostro rubrica aperiodica di segnalazioni di opere 🙂 Spero vi piacciano quelle che segnalerò oggi 😀

Un fumetto – PKNA Paperinik New Adventures

Visto il suo ritorno nelle edicole in una nuove edizione in formato maxi e visto, soprattutto, il comparire di nuove storie di questa continuity su Topolino (sia lode agli dei!) direi che non è fuori luogo accennare al fumetto capostipite di quella che è stata una vera e propria rivoluzione nella casa italiana del Topo.
Siamo nel 1996, Cavaglione è da un paio d’anni responsabile dei prodotti editoriali della The Walt Disney Company Italia, il che vuol dire che sulle sue spalle gravano la responsabilità di riviste storiche come Topolino, Zio Paperone e altre. Ma Cavaglione non vuole accontentarsi di amministrare l’esistente, per il settore fumettistico della Disney Italia vuole un colpo d’ala, una innovazione che possa portare degnamente i fumetti disney e i loro personaggi verso il nuovo millennio. Così, assieme a Ezio Sisto, il suo responsabile artistico, decide di tentare qualcosa di nuovo e inedito: portare personaggi iconici della Disney in un nuovo formato, con tutto quello che comporta. Più esattamente il formato dei comics americani. spider-man1 Un’operazione del genere non può certo esaurirsi nel semplice cambio fisico del formato. Si tratta di rivoluzionare linguaggio e contenuti rispetto al tipico fumetto Disney, e avendo in mente i fumetti di supereroi (i comics per eccellenza) la scelta del primo personaggio con cui tentare il salto non poté che ricadere su Paperinik. Creato dall’italiana Elisa Penna sul finire degli anni ’60, Paperinik era in origine un vendicatore mascherato. Un personaggio oscuro per i canoni disneyani e chiaramente ispirato a diverse figure di criminali gentiluomini, a partire da Diabolik, che gli presta, storpiato, il nome. Continua a leggere…

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Aggiornamenti e “Questioni di ruolo”, racconto

Con la mini, proprio mini, considerazione di ieri sono tornato a scrivere qui dopo più di un mese. Col post di oggi intendo spiegare un attimo le ragioni della mia assenza e segnalarvi un frutto di uno dei motivi per cui son stato così assente 🙂

Come già accennato in un precedente post, sono stato segato alla prova scritta dell’Esame di Stato per diventare avvocati. Lì per lì non l’ho presa male, dopotutto tutti mi avevano avvisato che è un terno al lotto, ma adesso la cosa inizia a incidere sul mio morale, soprattutto al pensiero di quello che devo fare adesso in vista del secondo tentativo a dicembre (è partito via un anno, un anno per una prova… sigh).

Passato un breve periodo di vacanze dovrò mettermi a studiare, soprattutto fare un ripasso generale di diritto penale e civile (cosa che, adesso che ho testato con mano la prova, ritengo più utile che il solo esercitarsi nello scrivere pareri legali), il che non mi lascerà praticamente tempo per altro.

Questo mese che sono scomparso, tuttavia, non sono scomparso soltanto a causa della delusione per il risultato dello scritto, o per via dell’ammontare di lavoro*, ma anche perché, come avevo scritto in precedenza, da quando ho seguito il corso di scrittura organizzato da Acheron Books sto cercando di impegnarmi di più nella scrittura.

Anche se resto ben lontano, purtroppo, dall’obiettivo ideale di minimo due pagine scritte al giorno, sono comunque riuscito a portare avanti alcuni lavori e iniziarne altri. Ci vorrà ancora del tempo prima che qualcosa di corposo (penso alla mia novella in corso d’opera che dovrebbe essere a poche scene dal finale, finalmente) possano vedere la luce su questo blog, ma qualcosa comincia a esserci.

Oltre a portare avanti i miei progetti, infatti, mi son dato l’obiettivo di partecipare a più concorsi gratuiti possibile, senza altro scopo che mettermi alla prova con tematiche e restrizioni diverse, per migliorare il mio stile e la mia confidenza nello scrivere. Oggi vi propongo un racconto che ho scritto per il concorso di Wired e Penne Matte #RaccontiDistopici, la cui traccia chiedeva di scrivere un racconto sul futuro in cui non vorremmo vivere, con un limite di 9000 battute, e postarlo sul social di scrittura che ospita il concorso.

Mi sono cimentato e questo che vi linko è il mio racconto in gara, che verrà, nelle prossime settimane, sottoposto al giudizio insindacabile della giuria del concorso assieme agli altri racconti concorrenti. Speriamo in bene! Se voleste leggerlo e farmi sapere che ne pensate ve ne sarò grato 😀

Cercherò, anche se a un ritmo rallentato, di non trascurare questo blog e portare avanti, lemme lemme, nuovi articoli da postare, fra cui un nuovo Voci dalla tana che spero di mettere online settimana prossima.

A presto allora (spero)! E buona estate e buone vacanze a tutti 😀

tsukasa_summer

Pensando a una immagine estiva da mettere mi è tornato in mente 100% fragola, manga di cui penso parlerò in futuro. Eccovi quindi Tsukasa Nishino (aka il personaggio femminile perfetto) in versione estiva ^_^

*negli studi legali giugno e luglio sono, tradizionalmente, i mesi in cui si smaltisce anche il lavoro di settembre a causa della pausa estiva di agosto, che fa si che molte scadenze che cadrebbero in quel mese vengono spostate ai primi di settembre.

Mini considerazione – Dell’Urban e del Classic Fantasy

Più di un mese che non aggiorno il blog. Mi spiace ^^’

Il Voci dalla tana in programma giace incompiuto con già un ammontare ragguardevole di parole (perché su questo blog i post brevi ci puzzano u.u) e non sarà pronto ancora per un po’, temo.
Così le scelte erano due, o propinarvi un altro tappo, ma mi dispiaceva (e non è neanche niente di interessante da segnalare al momento) oppure scrivere qualcosa di più unitario, e quindi scorrevole, di un Voci dalla tana.
Quindi eccoci qui 🙂 La mini considerazione di oggi riguarda le differenze fra l’Urban Fantasy e il Classic Fantasy, e poiché anche le cose semplici non mi piacciono particolarmente partiamo subito col dire che c’è un problema preliminare che va affrontato.

Del Classic Fantasy

Che cos’è esattamente il Classic Fantasy, o fantasy classico comunemente detto? Anche se immagino tutti voi avrete, a leggere questa definizione, subito pensato a un’opera precisa (e per la metà almeno di voi sarà stata il Signore degli Anelli*) se ci vorrete pensare bene noterete che non è affatto semplice darsi una definizione di cosa il fantasy classico esattamente sia. Continua a leggere…

The Time Has Come. Final Fantasy VII Remake

Buonasera a tutti! Scusate l’ennesima scomparsa. Purtroppo ci saranno amare novità sul blog, nel senso che a causa del fallimento agli scritti per l’Esame di Stato quasi certamente metterò il blog on hiatus. Per chi non sa vuol dire che salterà ogni pretesa di aggiornamento semiperiodico e aggiungerò materiale solo se e quando mi sarà possibile… e temo starà on hiatus a lungo 😦

Ma di questo parlerò meglio nel prossimo Voci dalla tana che conto di mettere su a breve, adesso sono qui per condividere con voi una notizia di gaudio e gioia! 😀 Continua a leggere…

Mad Max: Fury Road

Titolo: Mad Max: Fury Road

Regia: George MillerMad-Max-Fury-Road-poster

Genere: Action

Durata: 120 min.

Produzione: Kennedy Miller Productions,
Village Roadshow Pictures

Distributore: Warner Bros.

Ovverosia, l’action come dovrebbe essere. Giuro. Se devo pensare a un altro film che possa rappresentare l’action nella sua forma più pura penserei a True Lies di Cameron, e comunque Mad Max gli metterebbe lo stivale impolverato e inzaccherato di grasso in testa. Let’s begin.

Ambientazione e trama

Come spiegato in maniera breve e concisa dal voice over del protagonista che, assieme a immagini di repertorio, ci introduce nel film prendendoci per mano*, nel prossimo futuro la scarsità di risorse porterà a disordini e guerre, che non faranno altro che peggiorare la situazione. Infine le civiltà come le conosciamo spariranno e la Terra diverrà un deserto radioattivo post-apocalittico, dove scampoli sofferenti di umanità si organizzeranno per sopravvivere ad ogni costo in società, ai nostri occhi, barbariche.
Insomma, è lo scenario post-apocalittico fondato, al cinema, dal primo Mad Max del 1979 e dai suoi seguiti e che penso conoscerete tutti, direttamente o attraverso una delle sue innumerevoli reinterpretazioni. Comunque appare bene o male così Mad Max scenario ed è popolato da persone simpatiche, tipo queste

Max (Tom Hardy), il protagonista, è un ex poliziotto di questo mondo disadattato (possiamo immaginarlo come una sorta di lone ranger), che ha perso tutto ormai troppo tempo prima e che ora si muove mosso dal solo istinto di sopravvivenza, fuggendo costantemente tanto dalle persone che potrebbero essergli ostili (cioè chiunque incontri lungo la strada) quanto dai suoi fantasmi (che, lungi dall’essere un’espressione retorica sono ben piantati nella sua mente stravolta sotto forma di frequenti allucinazioni).
Il film si apre con Max che viene raggiunto, inseguito e catturato da dei guerrieri completamente dipinti di bianco. Questi lo portano alla loro città scavata dentro e sospesa sopra alte e solitarie formazioni rocciose, dove, visto il suo sangue 0 positivo, viene impiegato come “sacca di sangue” per trasfondere sangue fresco nei guerrieri della città.
Intanto il padre padrone della baracca, Immortan Joe (il simpatico figuro della immagine sopra) organizza la partenza della blindocisterna che dovrà recuperare il carburante (fondamentale per la vita della città) da Gas Town. Alla guida della blindocisterna c’è Furiosa (Charlize Theron), una degli Imperator di Immortan Joe, che in realtà intende dirottare la blindocisterna e la scorta che l’accompagna per fuggire via assieme alle mogli schiave di Immortan.

Imperator Furiosa

Furiosa in tutta la sua immensa&spaccaculaggine gloria

Quando Furiosa mette in atto il suo piano Immortan, ovviamente, non la prende bene e parte con tutto l’esercito all’inseguimento della sua proprietà. Compreso il guerriero che in quel momento stava attaccato a Max a ricaricarsi e che, non volendo perdersi la battaglia, pensa bene di portarsi dietro la sacca di sangue, incatenandola alla macchina 😀 Dopo un primo rocambolesco pezzo di inseguimento, Max riesce “a liberarsi”, ma solo per ritrovarsi costretto a unirsi a Furiosa nella sua fuga dall’esercito di Immortan Joe. Continua a leggere…

Il terzo tappo

Mi spiace ricorrere subito a questo strumento -.-

Ho fatto saltare l’appuntamento con Voci dalla Tana settimana scorsa perché volevo scrivere una recensione di Mad Max (sintesi: CA-PO-LA-VO-RO-!) ma al solito il tempo per scrivere è drammaticamente poco e dividendolo fra blog e novella* diventa drammaticamente risibile ;_;

Che poi lo so che se fossi più concentrato potrei ricavarmi due ore in più, almeno, al giorno ma non è colpa mia se ho la capacità di concentrazione di un pesce rosso! >.< scusate lo sfogo u.u

Quindi oggi mi tocca postare un tappo ma questa volta invece di rimandarvi diretti a qualcosa di interessante voglio prima presentarvelo.

don’t take it personally, babe, it just ain’t your story

Questo videogioco dal nome lunghissimo (d’ora in poi DTIP) è opera della talentuosa Christine Love, una scrittrice, come si definisce lei stessa, che a un certo punto ha preso una curva sbagliata ed è finita ad occuparsi di videogames 🙂
DTIP appartiene al genere della visual novel, un misto fra avventura grafica e romanzo a bivi tipico della cultura videoludica giapponese. E infatti, anche se l’autrice non è giapponese (credo sia americana o canadese), l’influenza nipponica è palese fin dalla schermata di avvio.

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Il genere visual novel si caratterizza per presentare delle schermate fisse e svilupparsi quasi esclusivamente attraverso i dialoghi. Gli enigmi tipici delle avventure grafiche tradizionali, esplorazione di ambienti, ricerca di oggetti da combinare e meccanismi da attivare, viene sostituito da enigmi testuali dove bisogna riuscire a porre la domanda, o dare la risposta, giusta al NPC giusto. Trovare con chi parlare e quando e reperire una informazione utile fra varie schermate di testo (nel caso di DTIP, per lo più schermate internet e bacheche).

Le differenze con le avventure tradizionali, e il forte accento sui dialoghi e le relazioni fra personaggi, rendono le visual novel giochi dal gameplay fortemente personaggio centrico e DTIP non fa, quasi eccezione. Quasi perché se da una parte il gioco si fonda completamente sui rapporto fra il protagonista e i personaggi secondari, sui rapporti fra i personaggi secondari, dall’altra il gameplay non sembra voler premiare affatto, e nemmeno punire, il giocatore per le sue scelte. Ma per comprenderci passiamo un attimo alla trama.

In DTIP veniamo chiamati a impersonare John Rook, un informatico che a causa di un divorzio sta attraversando “una strana crisi di mezza età” e decide di riciclarsi come insegnante di letteratura. John viene assunto in una scuola molto particolare, dotata di un social network privato al quale sono iscritti tutti gli studenti. John viene dotato dalla direzione di un terminale che gli permette di accedere al network scolastico e di vedere le pagine degli studenti… nonché i loro messaggio privati!
Questo potere dato agli insegnanti dovrebbe servire a prevenire il bullismo a scuola.

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Rook che, da coscienzioso professore, controlla le bacheche delle sue studentesse mentre altre cercano di parlargli 😛

Cominciato il suo lavoro John si rende presto conto di essere finito in una classe piccola ma per niente coesa con una serie di teen drama, fra coppie omo ed etero che esplodono e rimpattano e reciproche rivalità, degna di una soap. Senza considerare che una delle sue studentesse sembra decisa a iniziare una storia con lui, o che un’altra studentessa pare sia morta eppure lui la incontra più volte in giro!

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If you know what I mean…

Nel guidare John attraverso le difficile acque che separano le buone intenzioni dall’essere davvero un bravo insegnante ci accorgeremo presto che, qualsiasi scelta noi si faccia, si arriverà a un finale che sarà diverso a seconda delle nsotre scelte, sì, ma per lo più indifferente alla piega che proveremo a dare agli eventi. Il titolo lunghissimo, dopotutto, non è posto a caso. DTIP non è tanto la storia di John quanto quella dei suoi studenti. John è semplicemente uno spettatore che vorrebbe fare la differenza ma non riesce mai, non come vorrebbe, o come vorremmo noi.

Il bello di DTIP sta, secondo e, proprio qui. E’ un gioco autentico, una visual novel con tutto al posto giusto, ma al tempo stesso è una sorta di elogio alla impotenza. Una riflessione amara su come alle volte la vita va come deve andare nonostante i nostri sforzi, frenati dai nostri limiti e anche dal nostro carattere che spesso non assomiglia a come vorremmo vederci (che è il caso di John).

E’ molto interessante esplorare le varie possibilità di perdizione e redenzione del protagonista nel corso dei bivi narrativi del gioco e, inoltre, la parte più propriamente “novel” dell’opera è di, secondo me, ottima fattura, con personaggi secondari apparentemente stereotipati ma che in realtà nascondono personalità complesse, passati concreti e desideri semplici ma drammaticamente irraggiungibile come spesso appaiono i desideri durante l’adolescenza.
Inoltre, nel raccontarci i drammi del gruppo di adolescenti posto sotto la nostra custodia, il gioco affronta temi non banali, come l’identità sessuale, la privacy, la considerazione di sé.

Si tratta, in definitiva, di un’opera bizzarra (un videogioco che si diverte a frustrare quello che dovrebbe essere il risolutore della faccenda: il giocatore) ma molto valida e che vi consiglio di giocare anche solo una volta. Tanto più che è gratuito e lo potete trovare a questo indirizzo 😀

*sì, sto scrivendo una novella. Era cominciato come un racconto, una ventina di pagine non di più, ma la cosa mi è sfuggita di mano e chissà fra l’altro quando finirò T_T senza considerare a riprenderlo in mano adesso, dopo aver seguito il corso di scrittura, mi sembra una vaccata immane. Ma mi dicono che è normale 🙂

Mini considerazione – Le donne guerriere

Quello delle donne guerriere è un argomento che ogni tanto balza fuori nella blogsfera letteraria italiana, la piccola parte relativa al fantasy che conosco io quanto meno :P, per il suo essere un tema, dal punto di vista autoriale fantasy, al tempo stesso affascinante e delicato.

Affascinante perché la donna guerriera usata come personaggio per un romanzo può prestarsi a molti scopi. Se ne può sfruttare la sensualità per attirare il pubblico maschile, la possibilità di immedesimazione per attirare quello femminile e il suo essere, comunque e ancora oggi (seppur molto meno rispetto a 50 anni fa), un personaggio di rottura rispetto alla nostra società per attirare pubblico d’ambo i sessi.
Si può utilizzare una protagonista femminile e combattente per dare un taglio diverso alla storia, anche solo in virtù del diverso punto di vista che può avere rispetto alla sua controparte maschile, mentre un personaggio femminile e combattente non protagonista permette di affiancare al protagonista maschile un contraltare diverso dal solito, ed eventualmente un love interest che non stia a mille leghe di distanza ma che sia lì a sporcarsi le mani assieme a lui.

Delicato perché se non si è in grado di utilizzarlo attentamente (e penso soprattutto a noi scrittori maschi) il rischio di sbracare e cadere nel becero è alto. Si rischia di farne una macchietta erotica (significativo l’excursus sul bikini di bronzo delineato dal sempre ottimo e puntuale Davide Mana) oppure un maschio con le tette. Continua a leggere…

Voci dalla tana – X

Dopo questa immensa pausa eccoci tornare, si spera, alla normale e semi-randomica attività di questo blog con un nuovo Voci dalla tana. Spero gradirete le opere di cui parlerò oggi 🙂

Un libro – Godbreaker

Ormai tempo fa su facebook si discuteva di come sarebbe un po’ più semplice per gli autori campare se tutti i lettori segnalassero in giro, anche brevemente, le opere che hanno apprezzato, favorendone la diffusione. Così oggi lascio un attimo da parte libri risalenti e/o stranieri per segnalarvi quest’opera che ho apprezzato, e prima sua che ho letto, di Luca Tarenzi. Fra l’altro io stesso ne venni a sapere da una recensione del sempre bravo Sociopatico, a dimostrazione che il principio della diffusione o passa parola funziona.

Godbreaker è un urban fantasy che parte da una premessa ormai classica del genere, ovverosia che le divinità, tutte le divinità, esistono o sono esistite per davvero (con tutto il contorno di creature mitologiche, spettri, demoni e compagnia cantante) e che ancora oggi camminano fra noi, costrette per lo più a una vita clandestina in un mondo che ha smesso di adorarle da tempo e non le capirebbe. Quello che rende interessante Godbreaker è come questa premessa viene svolta dall’autore fino ad ottenere un’ambientazione più che solida.
Tarenzi è laureato in storia delle religioni e leggendo il suo libro si vede, non perché imbastisca lezioni (per fortuna lui non è Eco e questo non è il Nome della Rosa 😛 ), ma per via della profondità, verosimiglianza e coerenza interna raggiunta dal mondo che costruisce. Tarenzi riesce a metterci insieme elementi da mitologie di mezzo mondo senza che mai l’ambientazione perda di credibilità o mostri conflitti nella sua logica interna, integrandosi, anzi, perfettamente col nostro mondo contemporaneo tanto che, dopo la lettura, non faticherete a immaginarvi gli dei e le entità di Godbreaker all’azione nel vostro quartiere.  Il che è, forse, la cosa migliore che si può chiedere a un urban fantasy.

Semplificando e riassumendo, nel mondo delineato da Tarenzi le divinità esistono originariamente come entità disincarnate e metafisiche, ingranaggi del complesso meccanismo del creato che svolgono ognuna la propria funzione come, giustappunto, parti meccaniche, senza personalità o emozioni. Queste sono dette le divinità del cielo. Talvolta capita che una divinità si incarni in un essere umano, o più raramente in qualcos’altro, attraverso un processo chiamato apoteosi, che personalmente mi ha ricordato molto la visione della verità in Full Metal Alchemist.

Truth-Gate

La Verità e il suo Cancello. In Godbreaker c’è un personaggio simile, e ugualmente inquietante…

Continua a leggere…

Boomstick Award! e Missing in Action

Eccomi, dopo una assenza che non intendo contare per non intristirmi, senza neanche un Tappo per farvi passare l’attesa. Mi dispiace enormemente ^^’

Come accennato nell’ultimo post, sono stato preso da cose belle e da cose brutte. Il karma, dopo che mi sono preso due giorni di ferie per fare un weekend lungo a Madrid (ormai a fine febbraio) ha pensato bene di regalarmi le due settimane lavorative peggiori della mia vita fra emergenze, documenti mancanti, mattinate in Tribunale e l’irrattiddio! Solo di recente sono tornato, sotto quell’aspetto, alla normalità.

Sempre a febbraio, e qui arrivano le cose belle, ho iniziato un corso di scrittura. Sono sempre stato titubante, in realtà, nei confronti dei corsi di scrittura. Non perché dagli scrittori e dagli editor (le figure che tradizionalmente li tengono) non si possa imparare ma perché alla fin fine la narrativa letteraria non è una scienza (checché ne pensino alcuni) e l’idea di spendere le centinaia e centinaia di euro per andare ad ascoltare i consigli di scrittori di cui spesso e volentieri non ho mai letto niente non mi ha mai affascinato.

Tuttavia una serie di fortunati eventi mi ha portato a iscrivermi proprio a un corso. In primo luogo è capitato che, recentemente, sia nata la Acheron Books, una piccola casa editrice digitale che ha preso un pensiero comune a molti scrittori e aspiranti tali (“Qui si legge sempre meno, la letteratura di genere fatica abbestia e intanto gli autori anglofoni hanno un bacino d’utenza sterminato”, aggiungere improperi e/o bestemmie a piacere e secondo sensibilità) e ha deciso di farne la base della sua idea commerciale, ovverosia prendere opere inedite e di genere italiane, farle tradurre in inglese e venderle all’estero. Acheron Books Continua a leggere…

un giorno, senza Terry Pratchett

Spezzo il silenzio nonostante non sia ancora pronto il post promessovi per lunedì (sigh*) perché ieri è morto Sir Terry Pratchett. Essendo malato di una rara forma di alzheimer da anni non è una notizia inattesa, ma questo non significa che faccia meno male.

terry-pratchett

Sir Terry in tutta la sua ridanciana gloria

Di Terry Pratchett ho parlato in questo Voci dalla tana, segnalando il suo romanzo per ragazzi Il prodigioso Maurice e i suoi geniali roditori. Sempre lì ho speso qualche parola di presentazione dell’opera di questo geniale autore ma, giustamente, rilevando come non fosse tempo e luogo per una disamina generale, direi che adesso potrebbe essere il momento.

Il modo semplice di spiegare Pratchett, di solito, è dire che è stato (è dura usare questo tempo verbale) il Douglas Adams del fantasy, il che è vero ma è anche riduttivo.
Sir Terry scriveva fantasy comico, allo stesso modo in cui Adams scriveva fantascienza comica, e come lui giocava molto coi topoi del genere di riferimenti, facendone una parodia intelligente e inserendoci quel quid di satira della nostra società. Ecco, la prima differenza fra Pratchett e Adams penso possa trovarsi qui. Se cercate in giro, soprattutto nel lato anglofono dell’internet (che in Italia i media di settore non l’hanno mai considerato troppo) troverete maggiori riferimenti al suo essere un autore satirico, più che comico.

Il Mondo Disco, la sua principale ambientazione, dopotutto non è che, sotto molto aspetti, un riflesso distorto del nostro mondo e della nostra società, con anche elementi facili da riconoscere, come la moneta di Ankh-Morpork, la principale città di Mondo Disco, che si chiama dollaro, la presenza, in un romanzo, delle “immagini in movimento” (il cinema), il nome dei circoli druidici, che funzionano come enormi computer, che occhieggia al sistema GNU-Linux.

Tuttavia, la satira di Pratchett non è certo una satira tesa solo a sbertucciare certi aspetti della nostra società. Sempre al servizio di personaggi eccezionali e storie ottime in grado di reggersi da sé, la sua satira è più un mezzo per arrivare a riflessioni più profonde.

Mettiamola così: ci sono tre livelli in ogni romanzo di Pratchett.
Il primo e il livello della storia e dei personaggi. Storie comiche e appassionanti, scritte con uno stile inconfondibile, che prende le meccaniche tipiche del fantasy e le porta all’eccesso o, ancora meglio, alle loro estreme conseguenze. Sono storie che portano, in genere, il lettore a piegarsi dal ridere ogni due per tre, in grado di essere ottima narrativa già da sole.
Il secondo livello è una sorta di rafforzativo del primo, un secondo livello comico che se non viene colto non toglie niente al piacere della lettura ma che se viene colto la rende ancora più divertente. Si tratta, spesso e volentieri, di ammiccamenti culturali alla letteratura, al cinema, alla società, all’informatica, a un sacco di cose. Come quando, in un libro, Terry descrive il terrificante forno della cucina di Morte** in maniera estremamente divertente e finisce questa descrizione aggiungendo il dettaglio che, sullo sportello del forno, era scritto “Piccolo Moloch”. Al che, se uno Moloch non sa chi è ride lo stesso, ma chi lo sa ride doppio (e infatti, io che Pratchett l’ho scoperto da bambino, sono arrivato a capire molte battute solo anni dopo, divertendomi sempre più a ogni rilettura). A questo secondo livello c’è molta della satira di cui parlavamo.
Il terzo livello, infine, è quello della riflessione. Senza che mai il tema del libro prenda il sopravvento sulla trama o sulla narrazione, ogni libro di Pratchett porta con se riflessioni su temi enormi, affidate spesso a una battuta, alla costruzione di una scena, alle circostanze. Senza che il boccone ci venga mai cacciato in gola a forza, leggere i libri di Sir Terry vuol dire, comunque, affrontare temi come il senso dell’identità, della civiltà, della religione, il potere delle storie e dei miti, la natura della morte, i rapporti umani.

Una volta che si scava sotto lo stile brillante e divertente, sotto le storie trascinanti, le invenzioni immaginifiche, i personaggi memorabili, sotto la satira e il giocare con la cultura si apre il cuore immenso dell’opera di un autore che è arrivato a porsi domande immense e a suggerire risposte spiazzanti, come quando, a uno dei suoi personaggi più celebri, Morte, fa dire HUMANS NEED FANTASY TO BE HUMAN. TO BE THE PLACE WHERE THE FALLING ANGEL MEETS THE RISING APE.***

Ed è tutto lì, in libri da 300-400 pagine dove filosofia, storie e giochi di parole si mescolano in una amalgama che si legge con la facilità con cui si ride fino a quando, dopo essersi divertiti come i matti, non ci si rende conto di essere cambiati, di aver dialogato tutto il tempo con Sir Terry della vita, l’universo e tutto quanto.****

Grazie di tutto Maestro, che il tuo viaggio sia breve e la destinazione lieta.

Noli timere messorem.

Dall’opera di Pratchett hanno anche tratto tre videogiochi, tre avventure grafiche secondo me fra le migliori di sempre e direi che non c’è modo migliore, per chiudere questo post col giusto spirito, che mettere il video dell’intro di Discworld II, con una canzone di Eirc Idle che si presta bene per l’occasione.

*E’ appena finito un periodo di lavoro veramente incasinato. Inoltre sto seguendo un fighissimo corso di scrittura che, giustamente, mi sta spingendo a scrivere e questo mi leva tempo per il blog. Ma vi spiegherò meglio poi 😉
**Sì, nell’universo di Pratchett la Morte ha una cucina, una casa…
***…E PARLA SEMPRE COSI’
****Che è il titolo di un libro di Adams ma ci stava troppo bene 🙂

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